Note sulla “trappola catalana”
- 11 Ottobre 2017

Note sulla “trappola catalana”

Scritto da Andrea Pareschi

9 minuti di lettura

La vicenda del referendum sull’indipendenza della Catalogna che si è svolto il 1 ottobre (1-O), malgrado la sospensione della legge di indizione da parte del Tribunale costituzionale spagnolo e il duro intervento del governo di Madrid per fermare le votazioni, è stata abbondantemente descritta e sviscerata nei suoi dettagli durante gli ultimi dieci giorni. Di conseguenza, come è logico, questo articolo non si pone l’obiettivo di soffermarsi sull’insieme, o anche solo sulla maggior parte, degli eventi e delle circostanze collegati al voto referendario. Sarebbe del resto impossibile rendergli giustizia: questa espressione dell’indipendentismo catalano ha molteplici radici passate più e meno lontane nel tempo, un presente quanto mai convulso e un futuro prossimo ancora avvolto nell’incertezza.

Il proposito è invece, da un lato, riflettere su come le spinte indipendentiste degli ultimi anni in Catalogna hanno configurato una situazione di tensione protratta con l’ordine costituzionale fino all’attuale strappo, situazione segnata da un accresciuto distacco fra le forze di governo ai due livelli e da una sempre più dubbia possibilità di comunicazione. Dall’altro lato, l’articolo cerca di mostrare come l’impasse sia tale innanzitutto per le sinistre, catalane e spagnole, che nel duello fra il centralismo del governo Rajoy e l’indipendentismo del governo Puigdemont occupano posizioni di defilata ambiguità oppure di vassallaggio. Nel caso spagnolo come in altri casi europei, anche se declinato in modalità differenti, l’incrocio fra la politica dell’identità e la politica “classica” che contrappone sinistra e destra risulta in una difficoltà delle forze di sinistra. Queste sono in generale poco equipaggiate per discussioni che riguardino non l’equità sociale all’interno della comunità politica di riferimento, bensì la definizione su chi debbano esserne i membri e chi invece no.

La discussione – condotta per note, dal momento che un’analisi ad ampio spettro richiederebbe altra profondità e altro livello di dettaglio – ha quindi a che fare con la “trappola catalana” intesa, a tutti gli effetti, come un duplice stato di incaglio.

Se è vero che negli ultimi anni l’Europa ha dovuto riabituarsi all’emergere di varie forme di nazionalismo, il secessionismo catalano potrebbe invece apparire come una strana sorta di anacronismo. Dopotutto, si tratta di un un’epoca in cui Schengen ha reso porosi i confini degli Stati-nazione europei – permettendo così alle rispettive regioni maggiore facilità di scambi e di contatti con regioni estere – e in cui le dinamiche della governance multi-livello comunitaria hanno permesso alle regioni stesse di intrecciare rapporti autonomi con Bruxelles. Eppure, che l’indipendentismo della Catalogna fosse vivo e vegeto è apparso chiaro nel 2013, quando l’edizione annuale della Diada Nacional de Catalunya radunò centinaia di migliaia di persone – un numero probabilmente non lontano dal milione – disposte in una catena umana, che si snodava per 400 chilometri fino alla Comunità Valenciana a sud e alla cosiddetta “Catalogna del nord” in Francia.

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Indice dell’articolo

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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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