Note sulla “trappola catalana”
- 11 Ottobre 2017

Note sulla “trappola catalana”

Scritto da Andrea Pareschi

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Rotta di collisione: Catalogna e Spagna nell’ultimo decennio

Già ad inizio 2013, in realtà, il Parlamento catalano aveva adottato ad ampia maggioranza – con i voti contrari dei popolari e della maggior parte dei socialisti – una dichiarazione che affermava che il popolo catalano avesse “carattere di soggetto politico e giuridico sovrano”. Alla scure calata dal Tribunale costituzionale spagnolo su questo passaggio, l’assemblea reagì continuando a ritenere vigente la dichiarazione. Ancora sotto la guida di Artur Mas, il leader del partito di centro-destra Convergència Democràtica de Catalunya, la Catalogna intensificò gli sforzi indipendentisti. A fine 2014 mise quindi in atto un primo tentativo di indire un referendum – anch’esso bloccato dal Tribunale costituzionale e convertito in risposta in un “processo di partecipazione”, ma di natura sostanzialmente equivalente a un referendum – che vide una partecipazione del 40% circa (dei quali l’80% pro-indipendenza).

Alle elezioni del 2015, presentate allora come un voto per ottenere un mandato esplicito per continuare la battaglia per la separazione, la coalizione indipendentista Junts pel Sí – formata dal partito di Mas insieme alla sinistra di Oriol Junqueras e a formazioni minori – ottenne il 39,6% dei voti. Per assemblare una maggioranza indipendentista in Parlamento, raggiunse quindi un accordo con Candidatura d’Unitat Popular (8,2% dei voti), una formazione di sinistra radicale votata all’indipendenza dei Països Catalans (che addirittura ricomprenderebbero la Comunità Valenciana e le Baleari). Carles Puigdemont è stato eletto a capo della Generalitat da questa maggioranza, avendo come suo vice Junqueras, il leader dell’Esquerra Republicana de Catalunya, con l’obiettivo principale di organizzare un ulteriore referendum, per cui la legislazione è stata approvata all’inizio di settembre (con procedura irregolare e contenuto contrario all’ordinamento costituzionale).

In un clima già di tensione a poche settimane dall’annunciato referendum sull’indipendenza, in occasione dell’attentato avvenuto sulla Rambla il 17 agosto – che ha visto Barcellona subire la minaccia che si era abbattuta non solo su altre città europee, ma anche sulla stessa Madrid seppure nel 2004 – la solidarietà era stata in parte offuscata da critiche incrociate fra le autorità spagnole e quelle catalane, relativamente alla sensibilità dei rispettivi discorsi, all’uso del catalano da parte delle autorità di Barcellona e alle falle delle rispettive misure di sicurezza.

La singolarità del referendum è insomma il risultato di una tempesta che si andava addensando già da anni. La Costituzione del 1978, decisamente favorevole alle autonomie regionali e approvata da un’amplissima maggioranza (anche) dei catalani tramite referendum, sembrava aver sanato quella frattura politica fra Barcellona e Madrid ricondotta dagli indipendentisti al 1714 – anno in cui l’assedio di Barcellona pose fine alla guerra di successione spagnola, da loro interpretata come la fine della loro autonomia nazionale e ricordata appunto con la Diada de Catalunya – o agli anni in cui la Catalogna subiva le restrizioni politiche, culturali e linguistiche della dittatura franchista. Il punto in cui il treno dei rapporti con la Generalitat catalana è deragliato viene talvolta identificato nel parziale ridimensionamento, per opera di una sentenza del Tribunale costituzionale nel 2010, di un avanzato statuto delle autonomie che era stato concordato dal primo ministro Zapatero con il governo catalano e sottoposto con successo a referendum nel 2006. Non aiuta che a trascinare la questione davanti al Tribunale fosse stato il Partido Popular di Mariano Rajoy, di impostazione estremamente ostile alle autonomie e non a caso responsabile di varie leggi “centralizzatrici” quando è stato detentore del potere dal 2011 in poi. In effetti, la questione della lingua può essere letta come simbolo delle radici culturali del dissidio, non facilmente risolvibile a dispetto del fatto che il catalano sia lingua co-ufficiale della Catalogna. La sentenza del 2010, invero piuttosto comprensibilmente, aveva impedito al nuovo statuto della Catalogna di privilegiare il catalano come lingua di insegnamento; al contrario, una legge nazionale del 2013 in materia di istruzione ha inteso stabilire l’insegnamento delle materie principali in castigliano.

In linea generale, comunque, la destabilizzazione ha avuto inizio quando ad una coppia di governi socialisti a Madrid e a Barcellona sono succeduti un governo del Partido Popular a Madrid e i governi indipendentisti di Mas e poi di Puigdemont a Barcellona, oltretutto nel quadro della crisi economica. Basti pensare che nel frattempo il PP ha ottenuto alle elezioni catalane del 2015 un misero 8,5%, mentre il PSOE – che aveva espresso il presidente della Generalitat dal 2003 al 2010 – si è fermato al 12,7%.

Le discussioni degli ultimi giorni, rispetto alla specifica vicenda del referendum del 1 ottobre, hanno alternativamente illustrato come si sia arrivati alla situazione attuale, per capire “chi ha sbagliato più forte”, oppure hanno preferito concentrarsi sulla necessità di un autentico dialogo tra le parti. In effetti è fuor di dubbio che la legislazione approvata per indire il referendum non sia conforme all’ordine costituzionale sotto vari profili, che spaziano dalle procedure di approvazione al contenuto che si suppone sovraordinato al precedente statuto e a disposizioni costituzionali. D’altra parte, per quanto il governo di Rajoy si sia mosso per impedire una consultazione contraria alle norme costituzionali, e per quanto non sia ancora chiaro l’effettivo grado di violenza eccessiva da parte della polizia spagnola, non c’è neppure dubbio che episodi di brutalità gratuita abbiano suscitato comprensibile sdegno, mentre voci super partes a livello internazionale hanno richiesto indagini in merito. Dal canto suo, l’UE si è inevitabilmente negata ad un ruolo di mediazione che, in assenza di richieste da parte spagnola, non ha alcun mandato per ricoprire, ma il vicepresidente della Commissione Timmermans si è esposto a critiche sostenendo l'”uso proporzionato della forza” per difendere la legge. La cauta dichiarazione di indipendenza sottoscritta da Puigdemont, immediatamente seguita da una sospensione per permettere alcune settimane di trattative, segnala quanto il governo catalano si trovi con le mani legate. Allo stesso tempo, però, pungola il governo di Madrid sulla conferma di una linea fin qui inflessibile che con le violenze del 1-O ne ha indebolito la reputazione (anche se è difficile prevedere l’importanza di questa “macchia” per le scelte future del governo Rajoy).

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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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