Note sulla “trappola catalana”
- 11 Ottobre 2017

Note sulla “trappola catalana”

Scritto da Andrea Pareschi

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La trappola della Catalogna, la trappola della sinistra

La “trappola catalana” è quindi tale per il presidente della Generalitat e per il primo ministro del Partido Popular? Sì e no, o meglio, non solo. Per sviluppare questo punto è bene prendere in considerazione alcuni degli argomenti usati per contrastare il discorso indipendentista, e più specificamente le prospettive per una Catalogna indipendente al di fuori della Spagna. Un argomento legale è fondato sulla conformità al diritto non solo nazionale, ma anche e in primis internazionale: questo argomento ridimensiona il frequente riferimento al diritto di autodeterminazione dei popoli, poiché nel diritto delle Nazioni Unite essa è riconosciuta a popoli sottoposti ad un dominio coloniale oppure ad una dominazione straniera, che sostanzialmente impedisca l’uguaglianza dei diritti e del loro godimento. Un secondo argomento, di natura non dissimile, ha a che fare con le difficoltà – probabilmente insormontabili – che la Catalogna incontrerebbe dopo la secessione per rientrare nell’UE e, in effetti, anche per essere riconosciuta nel consesso internazionale e ammessa all’ONU, dove la Francia, il cui ministro degli Affari Europei si è già espresso in senso contrario, gode del veto presso il Consiglio di Sicurezza. Un terzo argomento affronta l’aspetto economico, segnalando per la Catalogna un rischio simile alla Brexit in termini di contrazione delle esportazioni e degli investimenti esteri, accresciuto isolamento dalle catene di produzione e, in ultima analisi, di incertezza, con ricadute su consumi e investimenti. Un quarto argomento si sofferma sui costi aggiuntivi che la Catalogna dovrebbe affrontare nel dotarsi di tutti gli apparati propri di uno Stato (Banca Centrale, sistema di riscossione, intelligence, un corpo militare, ecc.)

Questi argomenti appaiono ragionevoli, come tuttavia apparivano largamente ragionevoli quelli diretti agli scontenti elettori inglesi prima del referendum del 23 giugno 2016. Indubbiamente tengono conto della probabile struttura dei vincoli e delle opportunità per la Catalogna sullo scacchiere europeo e internazionale, e tuttavia – con la parziale eccezione del primo – non sono argomenti di principio. Beninteso, questo non li rende necessariamente destinati a soccombere ad una rivendicazione di indipendenza accorata ma avulsa dalle condizioni concrete di tempo e spazio, in un certo senso simile al take back control britannico. E tuttavia, alla luce dell’esito della consultazione britannica e di altri recenti risultati elettorali che hanno riservato sorprese rispetto ai sondaggi della vigilia, non è il caso di riporre una fede cieca nel fatto che la maggioranza dei catalani sia contraria all’indipendenza. Auspicare che Spagna e Catalogna dialoghino con successo e pattuiscano un referendum organizzato secondo i crismi, che possa concludersi con la semplice e risolutiva affermazione di una maggioranza silenziosa schierata per il No, è una posizione legittima, che tiene conto della preferenza dell’elettorato catalano per la possibilità di svolgere un referendum. Tuttavia, i referendum non si vincono da soli. Questa soluzione sarebbe risolutiva, sì – ma non semplice. Per David Cameron, dopotutto, la scommessa ha pagato una prima volta con il referendum scozzese, non così la seconda.

Peraltro, almeno per quel che riguarda il caso della Catalogna, non è neppure semplice ipotizzare argomenti più “di principio” che potrebbero fare presa sull’opinione pubblica indecisa. La politica regionale catalana appare tendenzialmente distinta rispetto a quella nazionale, ed è possibile che la sottile ma rigida barriera linguistica che separa il catalano dal castigliano complichi significativamente gli sforzi di persuasione dei leader politici nazionali. In aggiunta, il duro intervento della Guardia Civil per impedire il voto potrebbe aver indurito le posizioni contro Rajoy, ma pure contro Madrid in senso lato. E’ anche difficile immaginare, a maggior ragione nel contemporaneo humus anti-establishment, tentativi di persuasione basati sull’idea che la democrazia si basi innanzitutto sullo Stato di diritto e che parificarla alle urne sia sbagliato: si vota anche nelle dittature mentre neppure nelle democrazie si vota su ogni cosa, ma è difficile che un simile argomento possa risultare popolare. Un altro punto plausibile è che non necessariamente i decisori politici di Madrid siano più lontani e noncuranti, o meno retti, di quelli di Barcellona: ma la tendenza più generale, in tempi di ideologie deboli ed establishment vituperati, sembra essere una preferenza per i politici ai livelli di governo più vicini alla cittadinanza. Quanto ad un richiamo alla solidarietà nel nome della comune appartenenza alla nazione spagnola, non sarà semplice neppure dissipare la narrazione, diffusa dagli indipendentisti ai tempi della presidenza Mas, secondo cui la Spagna succhia le risorse dell’operosa Catalogna – né del resto, purtroppo, abbiamo a che fare con istruttivi tempi di solidarietà fra le nazioni europee.

E l’equità sociale? Non potrebbe il patto costituente essere rafforzato sulla base di un programma politico incentrato sulla lotta alle disuguaglianze, calibrato in relazione alle diverse situazioni regionali? Dopotutto, il ruolo dell’economia emerge in controluce nella spiegazione di come l’indipendentismo ha preso piede in una Catalogna più prospera di gran parte del resto di Spagna, ma pur sempre colpita duramente dalla crisi. Certo, resta la possibilità che i buoi siano scappati dalla stalla e che, cioè, troppi cittadini disillusi da problemi economici abbiano trovato la loro soluzione nell’indipendenza, cosicché una ricetta simile sarebbe in fatale ritardo. Nella contesa che oppone il PP di Rajoy agli indipendentisti catalani, comunque, i partiti di sinistra hanno finito per essere costretti in ruoli di secondo piano, che oltretutto li oppongono gli uni agli altri quando non li costringono in posizioni di ambiguità sostanziale.

Il PSOE, che come partito nazionale non può non essere ostile all’indipendenza della Catalogna, rischia dopo alcuni tentennamenti di trovarsi schiacciato sulle posizioni intransigenti del governo di Madrid, che del resto hanno la legalità formale dalla loro. Podemos, che aveva storicamente appoggiato la possibilità di lasciare esprimere i catalani ma nel quadro della legge, ha criticato il referendum del 1-O, a cui la sua sezione catalana ha però invitato a votare e votare No; alle elezioni del 2015, oltretutto, il partito si era presentato nella coalizione di sinistra Catalunya Sí que es Pot, che nella votazione del Parlamento catalano sulla legge referendaria si è astenuta. Esquerra Republicana de Catalunya ha nel suo leader Junqueras il vicepresidente della Generalitat, essendosi spesa per creare una coalizione indipendentista che raggruppa destra e sinistra attorno a Carles Puigdemont. Nel complesso, è plausibile nutrire il sospetto che la destra di governo catalana di Artur Mas avesse impugnato il vessillo dell’indipendenza per offuscare il tema delle disuguaglianze e dei tagli durante la crisi economica, riuscendo a trascinare dietro di sé in un abbraccio funesto una forza di sinistra che ha messo in secondo piano le proprie istanze sociali in nome del primato della Catalogna.

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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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