Note su alcuni usi recenti della categoria di fascismo

Fascismo

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La contrapposizione fascismo-democrazia

La contrapposizione odierna tra fascismo e democrazia è dunque in grande odore di falsità. Per prima cosa, se si adopera la categoria di fascismo in modo indiscriminato, la categoria non spiega più nulla e impedisce di distinguere. Vi sono analogie tra ciò che oggi vien detto fascismo e il fascismo storico, ma vi sono anche differenze. Il fascismo storico nasceva nella lotta della piccola e media borghesia contro le organizzazioni operaie e bracciantili, al punto tale da allearsi con i grandi industriali e gli agrari (vi era in sostanza uno schema triadico, in cui sia i socialisti sia i fascisti erano critici verso lo Stato liberale: la polarizzazione – armata – portò i socialisti in minoranza, insieme ad alcune forze democratiche). Lo schema odierno sembra invece diadico: da un lato le forze politiche che hanno governato i processi della globalizzazione e dell’integrazione europea negli ultimi decenni, dall’altro le forze populiste oggi egemoni, almeno in Italia. O si crea uno spazio terzo, oppure si finisce per accrescere le fila di uno dei due schieramenti (e questo è da evitarsi, specie se si ritiene che il torto sia in essi egualmente distribuito).

Altro problema insito nella contrapposizione fascismo-democrazia: che cosa è la democrazia che si difende? Non solo la regola della decisione a maggioranza, ma un sovrappiù di “valori”, di regole liberali. Per usare una formula del giurista e politico SPD Adolf Arndt, «la democrazia come sistema di decisione a maggioranza presuppone il consenso su ciò che non si può mettere ai voti». Tale consenso è il frutto di una qualche omogeneità di fondo, pur in una società pluralistica come quella odierna. Avvisaglie di tale omogeneità si rinvengono nella Costituzione italiana all’articolo 1, dove si dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, e nella politica economica di Stato sociale che ha caratterizzato tutte le democrazie occidentali (almeno fino alla svolta neoliberale), con la quale si rafforzava nientemeno che la base sociale della democrazia: la quale non si dà mai in astratto, ma vive nel contesto. Se viene meno quella base sociale, come si può credere che una società fondata su mere regole, su principi liberali, su “valori” e diritti individuali possa reggersi da sola? Si pone, secondo il giurista tedesco Böckenförde, «la questione delle forze unificatrici: lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire», ciò che lo porta a chiedersi: «su che cosa si appoggia lo Stato in tempi di crisi?».

Ciò che, oggi, si chiama “fascismo” prospera proprio perché tenta di ricreare una base sociale unitaria; l’opposizione a ciò non può venire dalla difesa astratta di regole e valori senza gambe per camminare, ma dalla costruzione di una base popolare diversa, che riaffermi il lavoro come base fondante e concreta della Repubblica, e condanni come illusoria e astratta quell’italianità su cui il preteso “fascismo” fonda il suo consenso. Nondimeno, da un lato il «prima gli italiani» è percepito oggi come più concreto di un «più Europa», specie se le colpe dell’Europa sono non poche; dall’altro, si porrà sempre il problema del confronto “prepolitico” con gli immigrati, ma è da ritenere che i problemi sarebbero molti meno se la disoccupazione non esistesse.

La critica dovrebbe sempre porsi a un livello di razionalità storica più elevato dell’oggetto criticato, ed è da dubitarsi che un certo modo di porre la questione, cioè una sorta di riproposizione dell’antifascismo, lo sia. Si potrebbe anzi sostenere che un tale “antifascismo” (antifascismo dei valori, senza alcuna traccia di socialismo) sia la notte in cui tutte le vacche son fasciste. Rinunciando a distinguere (i problemi veri dalle soluzioni false – la «gente che è stanca», che ha paura del futuro, dalla flat tax) si rinuncia alla possibilità di fare breccia nel campo avverso: si veda a titolo d’esempio la distinzione che nel 1936 faceva il Pci tra il programma di San Sepolcro del 1919 e il fascismo realizzato, facendo proprio (polemicamente) il primo e denunciando il tradimento del secondo; il tutto in un Appello ai fratelli in camicia nera (che va inteso per quello che era: un tentativo, in linea con l’idea togliattiana, di staccare le masse dalle organizzazioni fasciste). La cosiddetta lotta antifascista, oggi, sembra invece riprendere l’insegnamento del legato papale di Albi durante la crociata contro gli albigesi: come fate a distinguere gli eretici? Voi crociati fateli fuori tutti, Dio riconoscerà i suoi. Ma questo, a tacer d’altro, sarebbe impossibile; e, anche ove fosse possibile, sarebbe inefficace, perché la cura che si propone contro l’eresia è, in ultima analisi, la prosecuzione delle cause che la generano.

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Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

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