Nuclear Posture Review. Come cambia la dottrina atomica USA?

Nuclear Posture Review

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I quattro pilastri della National Security Strategy e la percezione della minaccia russa

Il 18 dicembre 2017 Donald Trump ha reso noto il documento che dal 1986 rappresenta la dichiarazione d’intenti del ruolo, delle strategie e degli imperativi di sicurezza che le amministrazioni statunitensi sottopongono al vaglio dell’opinione pubblica interna ed internazionale. Spesso fuorvianti e aleatorie, tali considerazioni non coincidono sempre con i fatti, o quanto meno assumono un valore prettamente politico e simbolico. Ma i toni moderati, calcolatori con cui il 45° Presidente degli Stati Uniti ha avviato la presentazione della NSS nella lettera di introduzione nascondono una grand strategy definita, chiara e intrisa dei principi dell’America First. In particolare, la difesa della sovranità nazionale e la rivitalizzazione dell’economia americana, a partire dalle sue fondamenta: «Through our history the American people have always been the true source of American greatness». Una grandezza che, se desiderata, deve necessariamente confrontarsi con la realtà della politica internazionale e fondarsi, se realistica, su direttive ben chiare: i quattro pilastri.

Protezione della sovranità nazionale e dell’American way of life dalle minacce esterne – siano esse l’immigrazione incontrollata o la proliferazione delle armi di distruzione di massa – e attuare un risanamento dei teatri fonte del terrorismo internazionale, oltre alla modernizzazione del sistema di difesa cibernetico e al rafforzamento della resilienza della società civile rispetto alle ingerenze esterne (con un chiaro riferimento alle attività di political warfare russe)[1]. L’America First non significa, come molti erroneamente puntualizzarono, un ritorno alquanto irrealistico all’isolazionismo ma, come è sottolineato nell’introduzione, ribadisce quanto «a strong America is in the vital interests of not only the American people, but also those around the world who want to partner with the United States […]». Insomma, mantenere un impegno globale, anche agendo in via preventiva.

Favorire la prosperità americana. Sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il concetto di sicurezza nazionale si è evoluto in forte simbiosi con la necessità di mantenere alto lo standard di vita degli americani e degli alleati. In linea con l’idea di national security di Trump, rivitalizzare l’economia statunitense è il primo passo per garantire prosperità al paese e ai partners. Diversamente dall’approccio multilaterale di Obama[2] – in linea con la tradizione internazionalista liberal – la visione trumpiana predilige un diverso approccio all’economia domestica e, di conseguenza, internazionale. Da una parte l’incentivo alla de-regolamentazione e l’alleggerimento fiscale, dall’altro la promozione di relazioni commerciali bilaterali «giuste», che non apportino svantaggi concorrenziali alle aziende e ai consumatori americani – uno schiaffo, dunque, agli effetti corrosivi della globalizzazione. Non secondaria, inoltre, l’enfasi sul settore ricerca e sviluppo, per garantire la supremazia del know-how americano e rilanciare l’indipendenza energetica del paese.

Preserve peace through strenght. La NSS di Trump ricalca gli assunti dei vecchi manuali della scuola realista delle relazioni internazionali e lo fa riesumando due principi: la condizione anarchica del sistema globale, estremamente competitivo e nuovamente scandito dalla corsa al potere di Grandi Potenze – quali Russia e Cina – e dall’agency imprevedibile di medio potenze e rogue states – Corea del Nord e Iran; la politica di potenza che gli Stati necessitano per garantirsi la sopravvivenza all’interno del sistema globale odierno è scaturita dal fallimento del progetto delle amministrazioni precedenti di poter estendere l’ordine liberaldemocratico, rigettato da potenze revisioniste poco inclini ad accettarne tanto le norme ordinatrici quanto ad assorbire quella narrazione ideologica – la «fine della storia» – che plasmò la convinzione che la politica internazionale potesse essere altro che la mera corsa agli armamenti[3]. Rilanciare la potenza militare degli Stati Uniti, dunque, rappresenta una misura necessaria per difenderne gli interessi in tale disordine globale.

Far progredire l’influenza americana. Il quarto ed ultimo punto sembra in parte contraddire quello precedente, in quanto facendo riferimento all’estensione dei valori americani nel mondo, sembra richiamare la dottrina del soft-power già spesso menzionata da Obama. Il focus sull’impegno che gli Stati Uniti continueranno a portare avanti come nazione votata al progresso, al sostegno dei partners e ad un più efficiente dialogo nelle organizzazioni multilaterali stride quando si riconosce che l’American way of life non possa essere imposta universalmente e che rappresenti il culmine finale del progresso umano. Insomma, un chiaro rigetto del discorso internazionalista che ha guidato la politica estera americana dal dopoguerra.

Sintetizzando, quello che Trump propone è un ritorno primitivo al sistema degli stati sovrani, in cui gli Stati Uniti sappiano riproporsi sulla scena globale come nazione sovrana e riprendersi, con la forza di una nuova preponderanza militare, una leadership erosasi proprio a causa del perpetuarsi di quell’ordine liberal-capitalista che le amministrazioni precedenti avevano contribuito a diffondere, e attraverso cui potenze emergenti e sfidanti tale primato – indiscusso dalla fine della Guerra Fredda – hanno costruito la loro ascesa nello scacchiere globale. Si parla naturalmente della Cina e della Russia, a cui la NSS dedica un’ampia analisi. In particolare, ai fini di questo elaborato e in connessione con quanto affermato nel Nuclear Posture Review, la Russia di Vladimir Putin rappresenta nei termini strategici e di sicurezza nazionale ivi delineati la minaccia per eccellenza agli interessi statunitensi. Infatti, scorrendo le pagine del documento nella sezione dedicata all’implementazione della dottrina strategica nei vari quadranti geografici, il secondo contesto regionale preso in esame – dopo il teatro indo-pacifico, al quale si associa la crescente ingerenza e sfida cinese all’egemonia americana – è quello europeo. Il vecchio continente infatti, dopo il declassamento subito per via del pivot to Asia dell’amministrazione Obama, torna tra le priorità di Washington soprattutto per le crescenti manovre del Cremlino. Come vedremo, la minaccia geopolitica per via di una intrusione russa nello spazio post-sovietico potrà essere sventata con una attiva collaborazione con la NATO, attraverso il rafforzamento del suo deterrente nucleare: «Russia views the North Atlantic Treaty Organization and European Union as threats. Russia is investing in new military capabilities, including nuclear systems that remains the most significant existential threat to the United States […] The combination of Russian ambition and growing military capabilities creates an unstable frontier in Eurasia, where the risk of conflict due to Russian miscalculation is growing»[4]. La lezione della crisi ucraina del 2014 pare aver offerto all’amministrazione Trump il precedente per categorizzare il nuovo assetto delle relazioni tra quelle che rimangono, senza dubbio, le due «superpotenze nucleari»[5].

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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