Alle origini del nazionalismo in Ungheria. Una prospettiva storica

Ungheria

In occasione degli europei di calcio 2016, è apparsa su Facebook una simpatica immagine satirica. I regali favoriti di Francesco Giuseppe disegnavano sul suo viso un’espressione perplessa di fronte al fatto che la nazionale austriaca si sarebbe incontrata con quella ungherese nella fase a gironi. Così il buon imperatore si chiedeva: «D’accordo Austria-Ungheria, ma contro chi?».

Il successo della vignetta, in Italia, è stato virale. Tuttavia non c’è niente di nuovo: questo gioco di parole è un vecchio Witz, ovvero una storiella satirica della tradizione mitteleuropea, che circola ancora in tutti i territori dell’ex impero asburgico da quando le due nazionali hanno giocato insieme per la prima volta ed esemplifica alla perfezione il feeling tra le due ex componenti della monarchia danubiana. Niente irrita di più il magiaro che essere considerato uno dell’Est o che l’Ungheria sia considerata un Paese dell’Est Europa. Non si tratta solo del Ponte Delle Catene e dei suoi piloni in stile neoclassico o dei grandi palazzi; l’impero è altrove: specialmente nei sapori, nel continuo rimando a Vienna e all’Europa quando si tratta di discutere dei propri riferimenti culturali, ma soprattutto «in quella nostalgia per l’epoca d’oro imperiale che segna l’ultimo grande momento felice prima di oltre un secolo di catastrofi »1.

Tuttavia, questa non è che una parte, per lo più dettata dal rimpianto, dell’elaborazione identitaria dei magiari. Basta analizzare il preambolo della nuova costituzione dell’Ungheria, promulgata nel 2011, per trovare riferimenti a radici ben più profonde rispetto al modello asburgico. Gli ungheresi si richiamano al mito di re Stefano, fondatore della prima monarchia ungherese indipendente, agli antenati che hanno combattuto per l’indipendenza e l’unità della nazione, alle origini cristiane dell’Europa e della loro patria, alla loro lingua unica e, non ultimo, ricorrono ad una vera e propria damnatio memoriae del periodo comunista2.

Questo ambivalente atteggiamento di autopercezione spesso genera confusione in molti cittadini dell’Europa Occidentale, ancora abituati a ragionare nei termini della Guerra Fredda, dove una precisa linea culturale e politica divideva il mondo secondo linee ideologiche chiare separando l’Ovest dall’Est, visto come un’area di economia pianificata, uniforme da Belgrado a Mosca. Per la maggior parte degli abitanti di Francia, Gran Bretagna, USA, Italia e via dicendo, l’Est era – e spesso è ancora – qualcosa di sfumato, inaccessibile e soprattutto incomprensibile in tutta la sua complessità etnica e linguistica. Solo i grandissimi cambiamenti a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, ed in particolare l’estensione dell’economia di mercato anche a territori che fino a poco tempo prima ne erano del tutto esclusi, hanno obbligato l’Occidente a ridefinire il concetto stesso di Europa e ad interrogarsi sull’identità di quei territori3.

Il problema, però, è che anche gli stati dell’Europa Centrale – e fra questi l’Ungheria è un caso emblematico – si sono trovati di fronte alla sfida di ridefinire la loro identità. In un contesto in cui le truppe sovietiche pian piano si ritiravano e iniziavano a tenersi libere elezioni, i leader emergenti di questi Paesi, utilizzando in maniera ragionata le possibilità politiche ed economiche che l’apertura degli anni Novanta concedeva loro, seppero far riemergere nei loro compatrioti sentimenti nazionalistici di cui si aveva solo uno sbiadito ricordo dopo il quarantennio comunista. In particolare, uno dei principali problemi che i nuovi governi post-sovietici si trovarono ad affrontare era il problema delle minoranze etniche, cristallizzate all’interno di confini internazionali definiti arbitrariamente sin dai tempi dei trattati che posero fine alla Prima Guerra Mondiale. Il riaffiorare di tensioni e l’incertezza data dal repentino mutamento spinse i governi ad intraprendere politiche di protezione, difesa e supporto non solo dei gruppi minoritari in un ottica di salvaguardia dell’unità etnica della nazione, ma anche degli stessi cittadini, spingendoli alla completa chiusura verso possibili mescolanze con gruppi esterni4.

In un recente saggio, la studiosa americana Myra Waterbury ha preso ad esempio proprio l’Ungheria per chiarire il perché della ritrovata forza di questi elementi nella politica interna ed esterna nell’Europa Orientale. La risposta a cui arriva l’autrice, tuttavia, è che il riemergere del nazionalismo etnico dopo il 1989 è solo una spiegazione parziale per comprendere il riaffiorare dell’impegno politico verso le minoranze ungheresi presenti negli stati vicini. Ciò che conta è anche: « il desiderio delle élite politiche, per lo più provenienti dalla destra, di accedere ad un ampio spettro di risorse all’interno delle comunità […] passando dal mercato del lavoro, alle relazioni politiche, ai simboli necessari per la costruzione della nazione »5.

L’unico modo, continua l’autrice, per comprendere questo rinnovato dinamismo politico dei leader dell’Ungheria verso la difesa dell’unità etnica del paese è guardare al suo passato storico e analizzare l’evoluzione del nazionalismo a partire dalla formazione di un’identità ungherese indipendente all’interno del variegato impero asburgico6.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’identità magiara. L’uso politico della nostalgia

Pagina 2: L’Ungheria dal XIX secolo al 1956. Evoluzione e censura del discorso nazionalista

Pagina 3: Dal ’56 agli anni Novanta. La rinascita del discorso nazionalista. Conti in sospeso col passato


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(1992) Friulano di origine ma bolognese d'adozione. ha studiato storia all'Università di Bologna e si è laureato in Relazioni Internazionali. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Attualmente in tirocinio a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia a Bruxelles.

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