Alle origini del nazionalismo in Ungheria. Una prospettiva storica
- 30 Ottobre 2016

Alle origini del nazionalismo in Ungheria. Una prospettiva storica

Scritto da Alessandro Ambrosino

11 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

L’Ungheria dal XIX secolo al 1956. Evoluzione e censura del discorso nazionalista

Nei primi decenni del XIX secolo, il nazionalismo ungherese, come poteva essere quello sloveno, o quello ceco, era definito più in termini culturali e territoriali che etnici7. Per di più, erano spesso le èlites intellettuali, in testa il poeta nazionale ungheresi Sándor Petőfi e il politico Lajos Kossuth, che agitavano le masse dietro precise strategie politiche di tipo liberale. Fu dopo la rivolta del 1848, ma in particolare dopo l’Ausgleich del 1867, la riforma costituzionale che equiparò politicamente ed amministrativamente la metà ungherese della monarchia a Vienna, che il nazionalismo ungherese si trasformò da liberale a qualcosa di più etnico ed esclusivistico. Iniziò così a svilupparsi una visione per cui era necessario “magiarizzare” le minoranze etniche presenti in Ungheria sulla base di una supposta lingua e cultura ungheresi superiori che subiva gli attacchi del panslavismo e del pangermanesimo da ogni lato8. A questo si aggiunse un crescente antisemitismo e l’idea della superiorità razziale. Chiaramente, come scrive lo storico Joseph Rotschild, « Le classi dominanti si nascondevano dietro la retorica della “sopravvivenza nazionale” per mantenere privilegi politici e sociali »9.

La fine della Prima Guerra Mondiale e la disgregazione dell’Impero Asburgico causò nella società dell’Ungheria una vera e propria crisi di identità. Il Trattato del Trianon, firmato il 4 giugno 1920 aveva privato l’Ungheria di un terzo del suo territorio, diviso la sua popolazione fra stati completamente nuovi creando grossi problemi etnici con Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia, dove tre milioni di ungheresi si erano trovati di colpo stranieri in casa loro, e ridotto a meno della metà la sua potenza industriale. Il Trattato divenne da subito un simbolo di sofferenza, umiliazione e sconfitta, tutti elementi che le élite politiche, in particolare durante il regime dell’Ammiraglio Horthy (1920-1944), furono in grado di gestire per costruire una nuova forma di nazionalismo basato su elementi irredentisti e revanscisti.

I contenuti di questo nazionalismo revisionista facevano leva sui classici temi della mitologia identitaria dell’Ungheria: la battaglia per la giustizia contro le nazioni straniere che avevano soggiogato la nazione, la superiorità magiara e il riconoscimento dell’Ungheria come forza civilizzatrice nella regione e protettrice della cristianità Occidentale. Inoltre, si sottolineava la necessità di restare uniti per difendersi dal rischio di morte per annegamento in un mare di slavi. Addirittura le sofferenze del Trianon vennero paragonate alle sofferenze del Cristo sulla Croce10. Si crearono così le condizioni per giustificare le preoccupazioni di Budapest verso i suoi vicini, la necessità di porsi come protettori speciali delle minoranze ungheresi rimaste fuori dal nuovo stato, di riarmarsi e di vendicarsi del Trattato11. Fu quindi la necessità della leadership politica di mantenere il potere, unita al trauma della disgregazione della Grande Ungheria a formare i presupposti per una politica estera il cui principale scopo era difendere l’unità linguistica e culturale di tutti gli ungheresi, elemento che comportò il pericoloso avvicinamento alle potenze dell’Asse. L’alleanza sembrò dare ragione al governo, infatti prima dell’inizio e poi durante la Seconda Guerra Mondiale vennero recuperate vaste aree della Cecoslovacchia e della Transilvania ma al prezzo di permettere ad Hitler liberi movimenti di truppe sul suolo ungherese. L’invasione della Jugoslavia, avvenuta proprio attraverso le pianure a sud del lago Balaton, legò definitivamente il governo di Horthy, prima, e poi quello fantoccio di Ferenc Szálasi dal 1944, al destino della Germania.

La battaglia di Debrecen nel 1944 ma soprattutto la presa di Budapest nel febbraio del 1945 segnò l’inizio della presenza sovietica nel Paese. Un sommesso tentativo di governo democratico tra il 1947 e il 1948 non poteva certo competere con le forze d’occupazione, così s’impose il partito unico comunista. Durante tutto il periodo socialista il nazionalismo venne bollato come «la primaria ideologia nemica del popolo»12 e Mosca, in un’ottica di affermazione dell’ «internazionalismo socialista»13 impedì ogni revisione del Trianon al fine di dimostrare che le teorie revisioniste degli anni tra le due guerre erano le uniche responsabili della morte e della distruzione dello stato. Naturalmente questo non significava abbandonare per sempre il patriottismo, bensì trasformarlo in « lealtà verso l’Unione Sovietica, il liberatore dell’Ungheria dal giogo Tedesco»14. Il primo governo comunista di Mátyás Rákosi si mosse proprio in questa direzione, obbedendo ai dettami di Mosca e abolendo numerosi simboli nazionali. In questo modo i simboli ungheresi diventarono parte del discorso intellettuale, spesso censurato. Fu con la morte di Stalin nel 1953 che si vide un certo rilancio del nazionalismo inteso come liberazione dalla dominazione straniera. Per questo, in tutto l’Est Europa si verificarono in quegli anni dimostrazioni che chiedevano la possibilità di sviluppare il socialismo in forme nazionali indipendenti. In Ungheria questo progetto politico venne perseguito da Imre Nagy, uno dei leader della rivoluzione del 1956. Sostituito dai sovietici per rimpiazzare Rákosi, egli promosse politiche di apertura – prendendo a modello Tito -, libertà intellettuale e recupero di elementi della storia ungherese che Mosca aveva eliminato. Tuttavia, proprio per questi progetti venne bollato come nemico del popolo ed espulso dal partito nel 1955. La rielezione di Rákosi non fece altro che aumentare l’inquietudine a Budapest, che infatti, influenzata anche dagli avvenimenti che stavano scuotendo la Polonia, si sollevò alla fine di ottobre dell’anno successivo. La rivoluzione si concluse con l’ingresso dei carri armati sovietici in città il 4 novembre, la condanna a morte dei capi degli insorti, fra i quali vi erano, appunto Nagy e Pál Maléter, e l’elezione al governo filosovietico di János Kádár15.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Alessandro Ambrosino

(1992) Originario del Friuli si è Laureato in storia e in Relazioni Internazionali all'università di Bologna. Ammesso al PhD in International History del Graduate Institute di Ginevra. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Dopo aver lavorato a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia a Bruxelles, ha svolto il tirocinio UE presso il Comitato delle Regioni.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]