Pandemia e infodemia. Intervista a Marco Ferrazzoli
- 29 Giugno 2022

Pandemia e infodemia. Intervista a Marco Ferrazzoli

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

Lo scoppio della pandemia, oltre agli aspetti più strettamente sanitari, ha posto all’attenzione generale un insieme di questioni e problematiche legate al discorso pubblico e mediatico sulla pandemia stessa. In particolare, il rapporto tra il dibattito scientifico nei confronti di un fenomeno nuovo e le logiche di una comunicazione spesso polarizzata e spettacolarizzazione hanno creato conflitti, fraintendimenti e una discussione spesso confusa e ansiogena. Su questo insieme di fenomeni si sofferma in questa intervista Marco Ferrazzoli autore, insieme a Giovanni Maga, di Pandemia e infodemia. Come il virus viaggia con l’informazione, edito da Zanichelli.

Marco Ferrazzoli è giornalista e Capo Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Insegna Teoria e Tecnica della Comunicazione della Conoscenza all’Università di Roma Tor Vergata. Ed è inoltre Direttore responsabile dell’Almanacco della Scienza e di CNR Web Tv.


Il libro Pandemia e infodemia, scritto da lei insieme a Giovanni Maga – virologo e direttore dell’Istituto di genetica molecolare del CNR – riflette su un tema cruciale, che la pandemia da Covid-19 ha reso evidente: la complessità che emerge quando la logica della scienza e le dinamiche della comunicazione entrano in rapporto strettissimo, come è avvenuto sulla spinta dell’emergenza sanitaria. Quali caratteristiche specifiche della pandemia hanno soprattutto generato questi attriti?

Marco Ferrazzoli: La comunicazione di eventi particolarmente articolati si sposa male con la nostra tendenza a una comunicazione semplificatoria, sbrigativa e assertiva, in cui bisogna dire tutto e subito, in modo chiaro e netto. Questo è sempre più uno dei problemi principali del nostro tempo, che invece richiederebbe attenzione e precisione, poiché la globalizzazione viaggia velocemente e ci coinvolge di continuo in fenomeni di portata planetaria. Si pensi alla guerra in Ucraina, ai flussi migratori e alla crisi ambientale: altri tre fenomeni che gestiamo in una logica da emergenza permanente, per dirla con un ossimoro, nonostante abbiano radici che affondano profondamente nel passato. Venendo alla pandemia e all’attrito tra analisi scientifica e comunicazione, la prima caratteristica che ha generato confusione e disorientamento è stata l’imprevedibilità dell’evento. Che, se lo guardiamo dal punto di vista epidemiologico, non era però così inatteso: anche in epoca contemporanea abbiamo registrato un ripetersi di accadimenti similari, frequenti e quasi ciclici. Nonostante la rilevanza e la portata che le epidemie e le pandemie hanno avuto nel corso della storia, continuiamo a trovarci perennemente impreparati alla battaglia contro microbi e microrganismi, che sono spesso micidiali vettori patogeni: pur trattandosi delle forme viventi più antiche e diffuse sul nostro pianeta, oltre che nel nostro organismo, in genere ne ignoriamo quasi tutto. È significativo il fatto che in un famoso test di alfabetizzazione scientifica, alla domanda sulla funzione degli antibiotici rispetto a virus e batteri, una quota rilevante del campione non sappia rispondere; proprio per questo, in apertura del nostro libro Pandemia e infodemia abbiamo inserito un piccolo compendio di informazioni di microbiologia. Consideriamo poi, nello specifico di Covid-19, che la sua origine in Cina ha dato fiato a molte incertezze e anche a ipotesi complottiste, a causa dell’atteggiamento non del tutto trasparente delle autorità di Pechino.

 

Le epidemie hanno accompagnato l’umanità in tutto il suo percorso, come viene ricordato nel libro con esempi storici e letterari. Perché questa pandemia ha avuto un effetto così sconvolgente sulle nostre società?

Marco Ferrazzoli: La pandemia da Covid-19 non è certo la prima ad avere sconvolto la storia dell’umanità, basti pensare alle pestilenze del Medioevo e dell’era moderna, fino alla Spagnola nella prima metà del Novecento. Molti riferimenti narrativi lo attestano con chiarezza, per esempio le pagine dedicate a questi flagelli nella Bibbia, in Omero, Boccaccio, Manzoni, Camus, Malaparte. La straordinaria forza di questo storytelling non è diminuita neanche quando la scienza e la medicina hanno posto degli argini alla morbilità e alla mortalità delle malattie contagiose, acquisizione peraltro avvenuta attraverso un curioso mix di serendipità e avanzamenti di conoscenze, soprattutto nel campo dell’igiene. Tale progresso, all’epoca, è stato peraltro costantemente osteggiato: non soltanto dalle società generaliste, ma anche da parte delle comunità scientifiche, le vicende a tratti drammatiche di Jenner, Pasteur, Semmelweis sono lì a ricordarcelo. La novità della pandemia che stiamo attualmente vivendo sta però nell’avere incrociato un sistema comunicativo in cui la disintermediazione e l’intensificazione dei messaggi, dovute soprattutto ai social network, hanno amplificato il livello di infodemia oltre qualunque altra esperienza del passato. Anche questa è comunque una novità relativa: nella seconda metà del Novecento la televisione aveva già significativamente cambiato le cose in questo senso.

 

Nel libro si evidenziano i mutamenti che il linguaggio ha conosciuto nel periodo pandemico. Quali sono alcuni dei fenomeni più interessanti a questo proposito?

Marco Ferrazzoli: Da questo punto di vista si sono registrati diversi processi semantici, lessicali e linguistici: dal proliferare di sigle e acronimi, al recupero di termini che erano divenuti desueti, come quarantena, fino all’introduzione di alcuni anglicismi, anche in luogo di equivalenti italiani disponibili, per esempio lockdown anziché isolamento. L’aspetto forse più interessante è stato l’uso del linguaggio bellico e di una retorica militarista che è stata comune a tutti i Paesi, soprattutto da parte dei leader politici e dei media: la trincea ospedaliera, la guerra contro il virus, l’eroismo dei sanitari. Il cambiamento linguistico, come è noto, non si arresta mai e ancora dopo la pandemia, indicativamente, si registra un diffuso utilizzo di termini esplosi negli ultimi anni come fragile-fragilità e vaccino-vaccinazione, di cui si parla in riferimento all’infarto e ai tumori…

 

Dopo lo scoppio della pandemia il ricorso ai numeri è diventato costante, anche in forme parossistiche. Quali sono i principi di un corretto ricorso ai dati nel dibattito pubblico?

Marco Ferrazzoli: Come dice il fisico e scrittore Paolo Giordano, i numeri garantiscono una “falsa sicurezza”. Ci illudono di avere acquisito un’effettiva competenza su tematiche in cui, invece, occorre un livello di preparazione specifica molto alto. Nel libro scritto con Giovanni Maga abbiamo intitolato un capitolo Dati o disorientati, poiché quando cifre e percentuali sono troppe e al tempo stesso parziali, proposte a getto continuo ma senza un’adeguata contestualizzazione, sortiscono un effetto confondente. La stessa scelta di diffondere il bollettino quotidiano è stata oggetto di molte polemiche, poiché la rilevazione giornaliera non è certo il miglior metodo di misurazione dell’andamento pandemico. Altri elementi hanno generato incertezza, come il variare continuo dei parametri attraverso i quali venivano determinati i “colori” delle regioni, oppure la discordanza tra malati “per” e “con” Covid-19. L’elasticità e la soggettività dei numeri è ben nota a matematici e statistici: se mettessimo a confronto le cifre epidemiologiche con la risonanza mediatica data loro, scopriremmo probabilmente che in questa estate 2022 l’attenzione rivolta alla pandemia è calata in modo drastico, scalzata dall’insorgere di altri eventi di attualità come il conflitto in Ucraina e sopraffatta da un’inevitabile stanchezza. La durata sanitaria e quella sociale di un’epidemia sono molto diverse.

 

Nella figura dell’esperto, ricercata dai mezzi di comunicazione, si incontrano e talvolta confliggono gli elementi dell’autorevolezza e della popolarità, innescando talvolta dinamiche discutibili, come la trasformazione dei virologi in personaggi mediatici o l’enfatizzazione delle differenze dei punti di vista degli scienziati. Quali processi sono all’opera in questo caso e come si può agire per trovare un equilibrio?

Marco Ferrazzoli: La confusione tra popolarità e autorevolezza è molto frequente nelle società di massa, su questo tema c’è una letteratura cospicua. In un test di conoscenza scientifica, ad esempio, vengono mostrate le fotografie di Margherita Hack e Giulio Natta: la maggioranza del campione indica erroneamente come premio Nobel l’astrofisica, poiché iconicamente più famosa, anziché il chimico. Questo malinteso determina, a livello televisivo e giornalistico, la costituzione di “compagnie di giro” composte da alcuni “esperti” che discettano a 360 gradi, forti della loro efficacia comunicativa più che dell’effettiva preparazione nei temi sui quali rispondono. È un circolo vizioso, una petitio principii, una profezia autoavverante, si direbbe in psicologia. Occorrerebbe una professionalità più scrupolosa, in primo luogo dei giornalisti e in generale di tutti gli operatori della comunicazione, che non sono tenuti a conoscere in dettaglio i temi di cronaca ma devono saper riconoscere l’effettiva competenza di chi viene presentato al pubblico per affrontare queste tematiche. A tal riguardo, un esempio che riportiamo nel libro appare sconcertante: dei 30 epidemiologi, virologi e infettivologi italiani più affermati a livello internazionale, in pandemia 29 sono stati mediaticamente quasi inesistenti. Oltre alla qualità degli expertise, ci sono stati altri meccanismi mediatici e narrativi da evidenziare, in particolare dei talk show, che occupano gran parte dei palinsesti televisivi e che costituiscono una fonte di informazione primaria per molti spettatori. In questi contenitori, intanto, gli argomenti sono presentati secondo uno schema di polarizzazione, contrapponendo le opinioni anche quando le divergenze sono molto meno marcate. Titolare sugli “scienziati divisi”, parlando di Covid-19, è diventato quasi un luogo comune. Inoltre, i media hanno seguito la pandemia in modo monopolistico, ripetitivo, quasi ossessivo. Un “tormentone” informativo che smentisce la convinzione secondo cui a creare interesse è l’eccezionalità di un fatto, la famosa tesi per cui se il cane morde l’uomo non fa notizia mentre l’opposto sì. Ciò è possibile anche perché i media autocertificano la propria agenda, stabilendo discrezionalmente la gerarchizzazione delle notizie. Una discrezionalità precedente e indipendente dalla pandemia, che si registra per esempio nei dibattiti politici, che occupano quasi permanentemente le aperture di giornali, siti e telegiornali, anche per comunicare e commentare schermaglie partitiche ininfluenti per le sorti del Paese. Tale routinarietà è forsanche una reazione all’infodemia che ci sommerge con troppi fatti, notizie e temi diversi, alla globalizzazione che propone questioni delle quali sappiamo poco, inducendo i media al conformismo, alla pigrizia culturale, alla comodità di non doversi preparare. Questa sorta di copione determina però conseguenze molto serie, poiché tra le notizie oscurate, sottovalutate e ignorate finiscono parti di realtà rilevanti. Pensiamo alle malattie che sono state dimenticate per oltre due anni, ai dati drammatici sulla diminuzione di cure, ricoveri e diagnosi, persino per le patologie cardio-circolatorie e oncologiche. Anche i migranti, da anni oggetto di un’elevata attenzione giornalistica, con l’arrivo del Covid-19 sono scomparsi; così pure è accaduto alle persone in condizioni di povertà e alle altre categorie sociali emarginate, che sono state invece le classi più colpite dalla pandemia.

 

Se il dubbio è una tappa ineludibile del procedere scientifico di fronte a un fenomeno nuovo, dall’opinione pubblica e dalla politica è sembrata invece provenire una richiesta di certezze e di indicazioni immediate. È possibile pensare ad una sfera pubblica che articoli queste due istanze in modo meno conflittuale?

Marco Ferrazzoli: Il problema epistemologico non è banale, come presentare il metodo scientifico ai non addetti ai lavori? La scienza, in qualche modo, richiede due accreditamenti opposti. Vuole veder riconosciuta la propria autorevolezza, in virtù della competenza acquisita dalla comunità dei ricercatori mediante lo studio e l’avanzamento delle conoscenze; contemporaneamente chiede l’accettazione di un metodo fondato sul dubbio e sull’errore, secondo la nota proposizione popperiana, per cui si possono professare verità assolute solo nel dogma. Accampare la propria superiorità e nel contempo confessare la fallibilità è contraddittorio rispetto al nostro comune modo di pensare. Se dovessimo raffigurare l’avanzamento della conoscenza scientifica potremmo equipararlo all’asintoto, la curva che unisce i punti in cui il prodotto di ascisse e ordinate è sempre costante, per cui ci si avvicina sempre di più ai due assi ma senza raggiungerli mai, poiché i valori non possono mai essere zero. In sostanza, nel momento in cui si afferma una verità, per esempio quando viene pubblicata una ricerca su una rivista scientifica, chiediamo di sospendere il diritto alla diversa opinione in merito fin quando non si produrranno prove di pari valore; nella coscienza però che il risultato prodotto è destinato a essere superato, poiché la comunità dei ricercatori proseguirà il lavoro a partire da quanto acquisito, con l’effetto di modificarlo e migliorarlo. Un bellissimo paradigma, un modello gnoseologico e relazionale molto nobile, ma che in forma astratta e assolutistica potrebbe far concludere che nulla di quanto sappiamo è certo per sempre. Del resto, il dibattito tra i fisici nel rapporto tra relatività e quantistica, poco seguito a livello pubblico ma molto acceso, dice proprio che alcuni fondamentali del nostro sapere, tra cui il principio di non contraddizione, in alcuni casi potrebbero essere rivisti. Il pensiero scientifico è in qualche misura diverso dal nostro modo di pensare corrente, è non intuitivo.

 

Molta attenzione è stata data ai fenomeni di pseudoscienza e sfiducia nei confronti del sapere scientifico. Qual è la dimensione e quali sono le cause di questi fenomeni?

Marco Ferrazzoli: La sfiducia e l’esitanza vanno accolti e affrontati da parte della comunità scientifica con disponibilità e pazienza. Piero Angela ricorda che la colpa non è mai di chi non capisce, l’onere di essere comprensibili e convincenti spetta alla fonte, in questo caso alle istituzioni scientifiche pubbliche. Torniamo all’esempio del vaccino: oggi sarebbe più semplice chiedere ai cittadini fiducia nelle misure sanitarie se non lo avessimo presentato come una panacea, salvo successivamente ammettere che quelli disponibili non esentano dal contagio ma si limitano a ridurre la sintomatologia, e soltanto per qualche mese. Altro è invece il fenomeno, per fortuna ristretto, della pseudoscienza e dell’antiscienza, che si fondano su teorie infondate e a volte totalmente assurde. Io credo nella buona divulgazione scientifica più che nella censura delle fake news, risposta che nelle minoranze ideologicamente preconcette rafforza il sentimento irrazionalistico e complottistico. Anzi, dare voce ai sostenitori delle bufale talvolta serve a privarle di forza: a fine 2017, dopo un anno di rovente dibattito pubblico sull’introduzione dell’obbligo per le vaccinazioni pediatriche, le posizioni no vax a cui si era dato tanto spazio persero consenso a favore di quelle pro vax. A margine, ricordiamo che la madre di tutte le fake news anti-vacciniste, secondo cui la somministrazione dei vaccini per le malattie esantematiche provocherebbe l’insorgenza dell’autismo, deriva da una truffa che vide involontariamente complice Lancet, la più prestigiosa rivista medica internazionale. E la smentita uscì a distanza di parecchio tempo, solo grazie al lavoro di indagine condotto da un giornalista.

 

Quali strade seguire per costruire una corretta divulgazione e discussione pubblica sulle questioni legate alla scienza e alla ricerca?

Marco Ferrazzoli: In termini pratici, quando ci poniamo questa domanda la risposta è: formare meglio i comunicatori e lavorare su un’alfabetizzazione scientifica maggiore e migliore, a partire dalle scuole. Dopo l’affermazione del modello culturale e formativo di Croce e Gentile, le scienze naturali e dure sono state marginalizzate e subordinate a quelle umanistiche, stabilendo un dualismo assurdo, che contraddice l’unitarietà di pensiero classica ma anche del nostro Rinascimento, nonché l’insegnamento di giganti come Dante e Leopardi. Detto ciò, bisogna avvertire che la diffusione dei comportamenti antiscientifici non è sempre proporzionata all’analfabetismo, anzi: l’autoprescrizione dei farmaci, la richiesta di abolire la sperimentazione in vivo, l’affidamento dogmatico a pratiche scientificamente scorrette o incerte come l’omeopatia e il biologico, sono molto spesso praticate nelle fasce socioculturali medio-alte. In conclusione, è necessario comprendere che il confronto basato sulla libera espressione del proprio pensiero è nettamente distante dalla conoscenza scientifica, che è necessariamente elitaria ed estremamente lenta. In qualche modo, accettare questo significa rivedere una certa malintesa interpretazione dell’egalitarismo democratico. Eppure, persino la pretesa di equiparare le opinioni a prescindere dalla competenza di chi le professa ha una sua utilità. Quando discutiamo con il nostro medico su una diagnosi o su una terapia, perché abbiamo “letto su Internet” qualcosa, probabilmente sbagliamo nel merito ma lo costringiamo ad ascoltarci, a interrogarsi, a rimettersi in discussione. E la storia della clinica insegna che il potere assoluto del medico è fonte di errori, la presunzione della conoscenza chiusa nella turris eburnea è dannosa, il modello che impone l’autorità verticalmente è impraticabile. Il ruolo dei divulgatori in questo senso è centrale e forse durante la pandemia non è stato sfruttato abbastanza. La professionalità nella traduzione dallo specialistico al generalista, che sa coniugare correttezza del contenuto con chiarezza ed efficacia della forma, dovrebbe avere più spazio in molti ambiti della vita sociale: comunicazione, formazione, intrattenimento, animazione, turismo. Infine, in generale, la disponibilità ad ascoltarsi reciprocamente è sempre un guadagno, un arricchimento, senza scadere nell’orizzontalizzazione, nell’appiattimento delle differenze. In questo, modestamente, Pandemia e infodemia vuole rappresentare un esempio: un virologo con la passione per la comunicazione e un giornalista che si occupa di informazione scientifica si incontrano e confrontano le proprie conoscenze e opinioni su un tema complesso qual è Covid-19, cercando di giungere a una sintesi. Se in questi ultimi anni avessimo utilizzato tale approccio, forse il nostro disorientamento oggi sarebbe minore.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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