Il paradosso della destra “liberal-protezionista”: il caso della Lega Nord

Lega Nord

In articoli precedenti (su Alternativ für Deutschland e su Trump) era stato sollevato il tema delle “nuove destre”, forze politiche emergenti che si stanno ritagliando spazi sempre più importanti in molti paesi europei (e non solo), nel cui programma convivono, quasi paradossalmente, sia misure proprie di un’agenda liberista che elementi di intervento pubblico nell’economia. Anche l’Italia non è esente da questo fenomeno. Da quanto Matteo Salvini ne è diventato segretario federale, la Lega si è ridefinita, assumendo i tratti di un partito “liberal-protezionista”, con caratteristiche simili alle sue controparti francesi e tedesche, del Front National e dell’AfD1. A parere di chi scrive, i successi di queste nuove destre non possono e non devono essere derubricati come il risultato della manifestazione di un temporaneo sentimento di frustrazione da parte degli elettori, ma per essere compresi devono essere inquadrati in un contesto più ampio. È infatti probabile che questi partiti tentino di fornire, da una prospettiva appunto di destra, una risposta ad una realtà che le altre formazioni politiche, soprattutto quelle di sinistra, non hanno saputo rilevare.

La Lega Nord “salviniana”: un programma apparentemente ossimorico

Il programma della Lega Nord di Salvini presenta elementi contrastanti, che potrebbero essere ricondotti a diverse filosofie politiche. Per semplicità verranno presi in esame i punti più importanti del programma economico della Lega, dove tali contraddizioni sono lampanti e significativamente compongono la natura “liberal-protezionista” del partito.

Euroscetticismo e opposizione al “free trade”

È nota a tutti la postura euroscettica della Lega Nord. L’introduzione della moneta unica, una valuta troppo forte per l’economia italiana, avrebbe infatti costretto i governi a mantenere in parità la bilancia commerciale tramite il taglio dei consumi, riducendo quindi le importazioni senza alterare le esportazioni. La necessità dell’uscita dall’euro è quindi argomentata su base economica sostenendo il maggior vantaggio di possedere un tasso di cambio flessibile, che permetterebbe il riequilibrio della bilancia commerciale senza toccare stipendi e salari. Il tasso di cambio dell’euro è già flessibile rispetto alle altre valute, l’IMF lo ritiene un “independent floating”, però la Lega si pone già nell’ottica delle diverse economie nazionali che compongono la zona euro, vedendo il rapporto commerciale con gli altri paesi dell’eurozona come il vero elemento destabilizzatore. Questo elemento deve essere tenuto bene a mente, perché il problema della fissità del tasso di cambio e della moneta sopravvalutata costituiscono i pilastri con cui la Lega si oppone a tutti gli eventuali trattati di libero scambio che coinvolgerebbero l’Italia. Questo rende di difficile lettura la posizione della Lega Nord nei confronti di questi temi. La Lega intreccia il tema della flessibilità del cambio a quello dell’uscita dall’euro. Il modo migliore per tutelare la competitività dell’economia italiana sarebbe quello di riottenere sovranità monetaria per poter equilibrare la bilancia dei pagamenti tramite cambio flessibile. Il tema della flessibilità del cambio è storicamente caro alla tradizione neoliberale, che ovviamente critica qualunque alterazione artificiale del tasso di cambio, tuttavia nel programma della Lega, questo argomento viene usato in un’ottica di protezione dell’economia interna. Vi è quindi il principio per cui uno stato non dovrebbe alterare il tasso di cambio, ma allo stesso c’è una forte opposizione al libero scambio, che è invece in linea col pensiero protezionista, sotto forma di euroscetticismo. In sintesi, da una parte si caldeggia un ritorno ad uno stato meno attivo, in questo caso tramite la Banca Centrale, nell’alterare il tasso di cambio, mentre dall’altra lo stato deve proteggere l’economia interna uscendo dal mercato unico europeo (ipotizzando, naturalmente, che un’uscita dall’euro comporti anche un’uscita dal mercato unico). Le contraddizioni però non finiscono qui e la più lampante e importante di tutte non è quella che è stata appena illustrata, ma è quella che invece riguarda la sola economia nazionale.

Riforma fiscale, spesa pubblica e politiche anticicliche

Anche in questo caso è abbastanza nota la posizione del partito in materia fiscale. Il pilastro su cui poggia la proposta di riforma della Lega è quello della flat tax, un’aliquota unica per tutte le fasce di reddito fissata al 15%, come lo stesso Salvini ha più volte ribadito in diverse interviste. Questa proposta si intreccia con quella del supporto alle piccole e medie imprese. È infatti molto interessante osservare che le grandi imprese non sono considerate dal partito come attori da tutelare, ma semmai da punire. Il recupero della sovranità monetaria discusso in precedenza, la detassazione e la semplificazione normativa sono le tre strade che il partito vuole percorrere per sostenere le PMI, che sono poste al centro della politica economica della Lega. In tutto ciò viene sollevata una forte critica alle “grandi imprese globalizzate e delocalizzate”, che nel tempo sono state sostenute e incentivate da governo e Confindustria. Dal programma della Lega giunge infatti un monito nei confronti di quelle imprese che vorrebbero delocalizzare la produzione all’estero, per cui il partito ipotizza la costruzione di un percorso che possa invertire la tendenza (apparentemente ignorando il dato per cui l’Italia sarebbe in cima alle classifiche per quanto concerne la “rilocalizzazione” delle imprese). Questo fa capire anche che tipo di mercato interessa alla Lega: un mercato costellato da imprese di dimensione medio-piccola è sicuramente più simile all’ideltipo di mercato concorrenziale, caro alla tradizione neoliberale, rispetto ad un mercato più oligarchico dove sono le grandi imprese a fare la parte del leone.

Se si considera che nemmeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, paesi fortemente segnati alle idee neoliberali, vi è un’aliquota unica è facile affermare che la Lega si inserisca perfettamente nel solco del neoliberismo economico. La proposta della flat tax infatti, implica non solo che lo stato non debba occuparsi di questioni redistributive, ma anche che non debba interferire più di tanto con il regime di produzione italiano. Il rilancio dell’economia è interamente delegato al mercato, quale motore di crescita e sviluppo e tali processi possono essere garantiti solo tramite un ruolo maggiormente residuale da parte dello stato. A questo bisogna aggiungere che la Lega non ha espresso particolari proposte per quanto riguarda il welfare, con l’esclusione del sostegno alla famiglia, che lo stato dovrebbe incentivare per far sì che la crescita demografica sia sostenuta dall’aumento della natalità degli italiani e non dei migranti, ma in questo caso le motivazioni si rifanno ad una logica decisamente diversa, che si intreccia con le tematiche di sicurezza2.

Tuttavia, la marginalità dello stato dovrebbe essere confinata al solo aspetto fiscale e non alla fornitura di servizi. Matteo Salvini, in un articolo scritto per il Sole 24 Ore, ha affermato che “secondo la Lega Nord i cardini della riforma dello Stato dovrebbero essere costruiti attorno alla separazione fra la spesa necessaria alla produzione dei servizi (che deve essere in molti casi aumentata sulla base di criteri di efficienza e costi standard) e le spese legate ai trasferimenti fiscali o agli incentivi economici che devono invece essere pesantemente riqualificate perché non diventino bacini di clientele ma che siano veramente mirate al rilancio economico e all’obiettivo della piena occupazione. Questa contraddizione diventa ancora più evidente quando si guardano altre proposte leghiste in campo economico, soprattutto nella gestione della spesa pubblica. La proposta del partito di Salvini è infatti, in attesa del “rilancio naturale dell’industria”, sfruttare il recupero della sovranità monetarie per costruire fabbriche e creare coltivazioni di beni che attualmente sono interamente importati dall’estero, in quella che può essere giustamente definita una politica di import substitution che è invece agli antipodi del pensiero economico neoliberale. Ma la Lega si spinge oltre, arrivando ad suggerire il ricorso, come extrema ratio, alle nazionalizzazioni delle imprese “strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato ma momentaneamente in crisi per colpa dell’Unione Europea”. A questo si uniscono le posizioni favorevoli all’utilizzo di politiche monetarie anti-cicliche in periodi di crisi, per stimolare il raggiungimento del livello di piena occupazione.

Alla luce di ciò è quindi difficile capire che tipo di formazione politica sia la Lega e quale sia il ruolo dello Stato per questo partito.

Globalizzazione e protezione

Anche in questo caso viene da chiedersi se l’avanzata nei sondaggi di questo partito, che ha sopravanzato le altre formazioni di destra, sia effettivamente un paradosso o abbia invece una sua logica. Secondo chi scrive è la seconda opzione quella da prendere in esame. Così come l’AfD in Germania, il Front National in Francia, ma anche Trump negli USA, è impossibile fornire una spiegazione coerente in un solo articolo, perché esistono moltissime sfaccettature da prendere in esame, ognuna con la sua relativa importanza. Quello che si vuole fare in questa sede è fornire un solo punto di vista, giudicato abbastanza importante da chi scrive, ma di sicuro non sufficiente per spiegare a pieno questa situazione. Dalla fine della Guerra Fredda l’Europa Continentale è andata incontro a processi di riforma molto importanti, che hanno modificato le reti di protezione e di solidarietà sociale, sacrificandole in virtù di un’ideologia neoliberale che, probabilmente anche in virtù di un predominio culturale in seguito allo scioglimento dell’Unione Sovietica, ha influenzato le agende di tutte le formazioni politiche d’Europa. Il welfare è stato messo al centro di un progetto di riforma che ha modificato in maniera sostanziale il grado di inclusione dei sistemi di solidarietà sociale. Prima della crisi economica del 2008, l’ideologia ispiratrice di queste riforme non era stata messa in discussione, ma dopo la crisi le cose sono cambiate. Il neoliberismo ha cominciato ad essere criticato, soprattutto per quanto riguarda le sue declinazioni internazionaliste, che hanno ispirato maggiormente i percorsi di riforma del welfare, ma anche delle relazioni industriali, ispirati da un principio per cui i costi dovessero essere ridotti per garantire competitività.

Da questo punto di vista il programma della Lega “salviniana”, contradittorio solo all’apparenza, può essere interpretato come una critica, parziale e di destra, di tale paradigma. Il mercato continua ad essere lo strumento principale a cui ricorrere per stimolare la crescita, ma vengono posti dei limiti all’integrazione commerciale, finanziaria e culturale per tutelare l’economia nazionale. Qui nasce la commistione di neoliberismo, protezionismo e intervento pubblico che permea il programma del partito di Salvini. Questo apre la strada ad un’altra, importantissima, domanda, ovvero cosa dovrebbe fare la sinistra occidentale, schieramento politico che non è stato in grado finora di fornire una vera alternativa e che, con poche eccezioni, non ha ancora messo in discussione il paradigma neoliberale che tanto ne ha influenzato le agende a partire dagli anni ’90. Senza un vero dibattito su come rifondare il socialismo e la socialdemocrazia, in modo da poter fornire un’alternativa di sinistra alle problematiche sollevate dal neoliberismo internazionalista, questi nuovi partiti continueranno molto probabilmente a conquistare consensi, in quello che, come anticipato all’inizio dell’articolo, diventerà uno scenario sempre più consolidato.


Bibliografia

Biasco, S. (2016), Regole, Stato, Uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, Luiss University Press, Roma.

International Monetary Fund, De Facto Classification of Exchange Rate Regimes and Monetary Policy Frameworks, 31/04/2008.

Salvini, M. (2015), Tasse, Europa, welfare: ecco la mia ricetta, Il Sole 24 Ore, 4/12/2015.

Zorloni, L. (2014), Le aziende tornano in Italia: è il back-reshoring, Wired, 1/08/2014.

Il programma economico della Lega Nord è consultabile direttamente sul sito “Noi con Salvini”.


1# In questa analogia non è stato incluso il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), il quale, pur condividendo molti punti con Lega, Afd e FN diverge sul tema fondamentale, per questi partiti, del libero commercio. Per questo motivo, pur considerando a tutti gli effetti lo UKIP un membro di questo gruppo (l’euroscetticismo è un tratto fondamentale di queste nuove destre), è consigliabile tenerlo separato dal filone “continentale” delle nuove destre dell’Europa Occidentale.

2# A questo riguardo è possibile vedere come anche in questo campo il ruolo dello stato sia ambiguo: da una parte viene chiesto un aumento delle libertà “negative”, scaturite dalla mancanza di vincoli esterni, tramite la proposta per abolire il reato di eccesso di legittima difesa, mentre dall’altro si caldeggiano maggiori investimenti da destinare alle forze di polizia.


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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