Perchè continuare a parlare di meridionalismo. Recensione al volume a cura di Sabino Cassese
- 08 Settembre 2016

Perchè continuare a parlare di meridionalismo. Recensione al volume a cura di Sabino Cassese

Scritto da Giuseppe Grieco

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La prospettiva stato-centrica della riflessione meridionale

Ben presente nell’analisi dei primi meridionalisti è, infatti, uno statalismo radicale, fondato sulla concezione hegeliana dello stato, in contrapposizione alla debole strutturazione della società civile6, così come l’eredità riformista illuminista (a partire da Genovesi e Galanti), fondata sull’analisi economica e sociale, le cui tracce nel pensiero liberale napoletano andrebbero più a fondo riconsiderate7: una filosofia civile a partire dalla quale il meridionalismo offre un prezioso contributo teorico alla fondazione dello stato unitario e mantiene viva nel corso dei decenni successivi un’idea circa il ruolo e la finalità dell’istituzione statuale, destinata a maturare nelle iniziative dei successivi decenni (Iri, Svimez, Cassa per il Mezzogiorno).

Fondamentale per mettere a fuoco i saggi in una prospettiva di lungo periodo è il contributo d’apertura di Bevilacqua nel quale si offre una lettura d’insieme del meridionalismo, inteso come «tradizione di pensiero, di culture, di forze politiche che, all’indomani dell’Unità d’Italia, pose al centro della riflessione il Sud come “questione”, squilibrio grave nella formazione della compagine nazionale» (p. 15). Se Bevilacqua anticipa che «nel primo quindicennio del Novecento […] la questione meridionale conosce uno straordinario arricchimento di temi e motivi» (p. 21), sono poi i contributi su Sturzo, Nitti, Gramsci, Salvemini, Fiore, Gobetti e Dorso a mostrare come lo snodo centrale di tale dibattito intellettuale sia rappresentato dai primi decenni del novecento. È in quegli anni che la riflessione sul Mezzogiorno, a partire dall’eredità, pur spesso criticata, di Villari e Fortunato, i quali pure si imposero come punto di riferimento per le analisi di Salvemini e dei più giovani Dorso e Rossi-Doria (Griffo), si intreccia con la necessità di ripensare le basi sulle quali poggia lo stato liberale. Decenni in cui si concentra la riflessione di grandi intellettuali meridionali, fondata «su un’analisi realistica della realtà da loro direttamente vissuta e ricostruita con un grande impegno etico e politico»8, partendo dalla critica verso le pratiche clientelari e trasformistiche della politica meridionale e la scarsa partecipazione dei cittadini al processo decisionale e di selezione delle classi dirigenti. Intellettuali, a partire da Napoleone Colajanni e Gaetano Salvemini che, rifiutando di assumere la tesi della razza come spiegazione dell’arretratezza meridionale, ne evidenziarono le cause socio-economiche, sollevando all’attenzione pubblica lo sfruttamento sociale delle plebi meridionali. Le Lezioni ricostruiscono quindi il delinearsi di due paralleli percorsi di riflessione: da un lato Salvemini è all’origine di un nuovo meridionalismo rivoluzionario, condividendo con Sturzo, pur se da prospettive diverse, la visione della questione meridionale come problema politico, di riforma dello stato e di emancipazione rurale (Giovagnioli) e ricercando il cambiamento in un’azione dal basso; dall’altro Nitti che, attraverso la collaborazione con il riformismo giolittiano, si fa promotore di politiche tese ad avviare nel Mezzogiorno un processo di industrializzazione (Barbagallo).

La riflessione di Salvemini, prima legata all’idea del protagonismo delle masse rurali nella lotta per la liberazione dall’oppressione politica e sociale, poi alla teoria di Mosca delle élites illuminate (Salvadori) è il punto di riferimento per la nuova generazione di studiosi che sviluppa, nel primo dopoguerra, un «sistema di politica meridionalistica» che trova espressione nella Rivoluzione meridionale di Guido Dorso, nelle Lettere pugliesi di Tommaso Fiore, nei contributi alla rivista politica di Gobetti, «La Rivoluzione liberale» e a «Quarto Stato» di Carlo Rosselli, come nel dibattito avviato da Gramsci all’interno del Partito Comunista. L’analisi sul Mezzogiorno slitta dal «paternalismo» del «meridionalismo economico» all’«autonomismo» del «meridionalismo politico» (Polito) e si salda alla riflessione sulla fragilità e crisi dello Stato liberale: dalla battaglia anticentralista di Fiore, all’esortazione di Dorso alla lotta politica per la maturazione di una nuova classe dirigente e partecipazione del proletariato agricolo.

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Scritto da
Giuseppe Grieco

Dottorando in History of Political Thought alla Queen Mary University of London e cofondatore del think tank Agenda. Laureato in Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa. Si occupa di storia del pensiero politico e del costituzionalismo europeo, con particolare attenzione al Mezzogiorno tra ‘700 e ‘800, e di storia globale e imperiale.

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