Perchè continuare a parlare di meridionalismo. Recensione al volume a cura di Sabino Cassese
- 08 Settembre 2016

Perchè continuare a parlare di meridionalismo. Recensione al volume a cura di Sabino Cassese

Scritto da Giuseppe Grieco

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Un meridionalismo mediterraneo ed europeo

Ribaltando la precedente prospettiva stato-centrica della riflessione meridionale, oltre che punto fermo dell’identità nazionale napoletana9, la soluzione al problema meridionale era individuata nell’azione delle forze liberatesi nella società, guidate da avanguardie intellettuali e giovanili: l’opera educatrice di nuova élite meridionale auspicata da Salvemini, Gramsci, Dorso e Gobetti, che avrebbe risvegliato le masse popolari. Nonostante ciò, una rinnovata classe dirigente capace di guidare lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe emersa, invece, attraverso iniziative legate al meridionalismo di segno industrialista di stampo nittiano, capaci di coniugare con la competenza tecnica lo sguardo profondo della progettualità politica. Sono in particolare i saggi di Barbagallo e Lepore ad evidenziare le continuità, pur tra innovazioni, tra il pensiero e l’azione di Nitti e quella dei «nittiani», a partire da Alberto Beneduce, fondatore dell’Iri, ed i suoi collaboratori Menichella, Giordani, Saraceno e Morandi, che nel secondo dopoguerra daranno vita al «nuovo meridionalismo», concretizzando l’idea di un intervento straordinario di sviluppo industriale nel Mezzogiorno. Una stagione animata dalla «carica culturale, morale, ideale della grande politica» (Galasso), ben testimoniata dal saggio di Giorgio Napolitano, già apparso nel 1952 e ripubblicato in appendice alle Lezioni. Tuttavia, non limitandosi a ricercare ricette per lo sviluppo in un’anacronistica riproposizione dell’esperienza della Cassa per il Mezzogiorno, proprio da quell’esperienza, la cui efficacia e validità è riconosciuta senza esitazioni, Lepore, Giannola e Galasso traggono utili indicazioni per ripensare una strategia di sviluppo del Mezzogiorno, a partire dalla necessità che le istituzioni nazionali tornino ad una funzione di programmazione e guida, superando la «comoda illusione di un localismo autopropulsivo» (Giannola) in prospettiva di un’integrazione delle politiche tra centro e periferia sotto la regia statale, coniugando all’attenzione verso le dinamiche territoriale la dimensione mediterranea ed europea (come intuito da Rossi-Doria) a partire da una revisione delle politiche di coesione.

Se già Barbagallo aveva individuato a cavallo tra ‘800 e ‘900 l’emergere di un dibattito intellettuale10 fondamentale per l’evoluzione della riflessione politica sul Mezzogiorno e l’elaborazione di un modello di azione poi realizzata nel dopoguerra, tale scambio e circolazione di idee diventa ora protagonista assoluto delle Lezioni: non isolando le analisi meridionaliste, bensì riuscendo a coglierne tanto le connessioni con il contestuale dibattito politico italiano, quanto con le più avanzate correnti internazionali di pensiero11, le Lezioni consentono di ripensare l’importante contributo offerto dai meridionalisti alla maturazione della cultura democratica italiana, offrendo nuovi stimoli e prospettive di studio sulla storia dello stato unitario e della questione meridionale, primo fra tutti la necessità di riconsiderare la lunga durata della riflessione politica meridionale e di riesaminare l’assetto socio-istituzionale del Mezzogiorno preunitario12. Le Lezioni, infine, se da un lato, accogliendo i più meritori risultati delle correnti revisionistiche, mostrano la necessità di evitare semplicistiche letture statiche e monolitiche della realtà meridionale, dall’altro, ponendosi in dialogo critico con quella stagione storiografica, rilanciano oggi l’importanza di una discussione aggiornata sul Mezzogiorno, di un meridionalismo mediterraneo ed europeo13 che imponga la propria voce, recuperi le fila di un discorso interrotto negli anni ’90 e riceva dalle nuove sfide poste dal presente l’impulso verso una programmazione unitaria e a lungo termine, tornando a riscoprire un patrimonio intellettuale che ci ricorda come il Mezzogiorno ed il suo potenziale rivoluzionario, ieri come oggi, rappresentino il più impegnativo terreno di prova ma anche la più solida prospettiva di riscatto per l’esperienza statale unitaria e per gli ideali della costituzione repubblicana.

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1 Arricchendo, rispetto ai precedenti contributi, il panorama degli intellettuali ed il respiro del dibattito meridionalista a cavallo tra Otto e Novecento. Si confronti con uno dei capisaldi della storiografia sul meridionalismo, Giuseppe Galasso, Il Mezzogiorno da “Questione” a “problema aperto”, Piero Lacaita, Manduria, 2005, pp. 39-92.

2 Amedeo Lepore, Il dilemma del Mezzogiorno a 150 anni dall’unificazione: attualità e storia del nuovo meridionalismo, «Rivista Economica del Mezzogiorno», 25/1-2 (2011), p. 57. La più ampia riflessione di Lepore è alle pp. 57-66.

3 In particolare: Francesco Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2013; Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, il Mulino, Bologna, 2013; Salvatore Lupo, La Questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, Donzelli, Roma, 2015; Aurelio Musi, Mito e realtà della nazione napoletana, Guida, Napoli, 2016.

4 Aurelio Musi, Mito e realtà, cit., p. 239. Per un’analisi della pubblicistica revisionista, Ivi, pp. 232-244.

5 Francesco Barbagallo, La questione italiana, cit. p. 73.

6 In particolare si vedano i contributi di Barra e Griffo su Villari e Fortunato. Una concezione dello stato che si accompagnava all’esaltazione del ruolo degli intellettuali e che pure resterà viva quando, a partire da Salvemini, incomincerà a mutare nella riflessione di alcuni meridionalisti lo spazio riservato all’azione statale.

7 E che, meritoriamente, Emanuele Felice è tornato a chiamare in causa e collegare alla successiva analisi socio-economica sul Mezzogiorno in Perché il Sud, cit. Si veda anche l’intervento dello stesso Felice sul «Corriere del Mezzogiorno», L’illuminismo dimenticato. Il dibattito sul meridione, del 16 gennaio 2015, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/politica/15_gennaio_16/illuminismo-dimenticato-abee33b0-9d62-11e4-9b17-3e69e35a09c4.shtml.

8 Francesco Barbagallo, La questione italiana, cit., p. 71.

9 Sul concetto di Stato, in connessione con gli interventi di riforma, che si sviluppa nel Settecento napoletano, si vedano le riflessioni di Aurelio Musi, Mito e realtà, cit., pp. 73-84.

10 Francesco Barbagallo, Intellettuali e politica tra Ottocento e Novecento, in Id., La modernità squilibrata del Mezzogiorno d’Italia, Einaudi, Torino, 1994, pp. 23-34.

11 Il riferimento è in particolare ai contributi di Barbagallo su Nitti e di Fabiani su Manlio Rossi-Doria.

12 L’importanza di una rivisitazione del periodo preunitario per comprendere la storia del Mezzogiorno contemporaneo, è sottolineata da Emanuele Felice nella recensione al volume di Salvatore Lupo, La Questione, cit., apparsa sul Menabò 32/2015 di «Etica ed Economia», consultabile al link http://www.eticaeconomia.it/la-questione-meridionale-come-questione-sociale-a-proposito-del-libro-di-salvatore-lupo/.

13 Oltre alle argomentazioni di Lepore, Giannola e Galasso si vedano anche Francesco Barbagallo, La questione italiana, cit., pp. 219-225; Adriano Giannola, Una strategia per il Sud nel contesto nazionale ed europeo, «Rivista economica del Mezzogiorno», 28/3 (2014), pp. 419-431.


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Scritto da
Giuseppe Grieco

Dottorando in History of Political Thought alla Queen Mary University of London e cofondatore del think tank Agenda. Laureato in Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa. Si occupa di storia del pensiero politico e del costituzionalismo europeo, con particolare attenzione al Mezzogiorno tra ‘700 e ‘800, e di storia globale e imperiale.

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