“Partiti di carta” di Marino De Luca

Partiti di carta

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La (d)evoluzione dei partiti

È possibile evidenziare come, in Italia, la crisi del sistema politico abbia avuto come conseguenza un processo di scomposizione e riaggregazione che ha modificato l’identikit ideologico e politico dei partiti e ha reso più trasversale e labile il legame con le famiglie politiche del passato (per approfondire questi temi può essere utile Storia politica della Repubblica 1943- 2006, Simona Colarizi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2007).

Iniziando da una domanda chiara – “Il partito come organizzazione è veramente una specie in via d’estinzione?” – l’autore ricostruisce, con l’ausilio della letteratura scientifica (Duverger, 1951; Neumann, 1956; Kirchheimer, 1966; Katz, Mair, 1995) il quadro di trasformazioni strutturali avvenute a livello organizzativo, dal partito dei notabili, a quello di massa per giungere a quello elettorale, pigliatutto e cartellizzato.

In particolar modo, è utile riferirsi a Raniolo (2013) per individuare le trasformazioni e i problemi di natura organizzativa a cui i partiti hanno dovuto adattarsi (“dotandosi” di nuove strategie e capacità di rappresentanza) riassunte in quattro punti principali: l’azione collettiva -o partecipazione interna-, il problema di coordinamento -o istituzionalizzazione-, il problema di mobilitazione delle risorse e, infine, il problema di strategia inerente all’orientamento di voto. È importante sottolineare come ogni modello di partito abbia avuto un differente approccio alla democrazia: il partito dei notabili, ad esempio, scarsamente formalizzato, è stato costruito sulla base di processi di auto-selezione dei candidati, a differenza del partito pigliatutto che aveva, piuttosto, esigenze strategiche che lo hanno portato a dotarsi di candidati che potessero attrarre elettori dai diversi strati sociali. I partiti di massa non hanno, pertanto, preso il posto dei partiti dei notabili, ma hanno continuato a co-esistere anche successivamente alla nascita del partito pigliatutto e del partito cartellizzato: non vi è una scomparsa radicale dei modelli precedenti ma emergono grandi differenze in termini di leadership e di rapporto con la membership e le tipologie di partecipazione.

I partiti divengono, in relazione all’evoluzione delle tecniche (uso dei media), delle risorse e delle tematiche (targeting degli elettori) delle vere e proprie campaign organizations in cui il leader assume un ruolo nevralgico. Si tratta della teorizzazione del cartel party, utile a comprendere il partito moderno. Se da un lato tutto questo accelera il processo di distanziamento dai confini ideologici, dall’altro determina un carattere sempre più professionalizzato della struttura del partito, rintracciando nella dimensione della leadership l’elemento di continuità e vicinanza al cittadino-elettore. La verticalizzazione del rapporto fra leader ed elettorato assicura, infatti, un legame di continuità del rapporto fra politica e cittadino ma, allo stesso tempo, segna un importante cambiamento del sistema di partito del XX secolo, i cui legami fra partito e cittadino erano basati su logiche identitarie e caratterizzati da una connotazione territoriale (la tendenza che i partiti personalizzati o cartellizzati assumono è quella della perdita di importanza del territorio come riferimento e luogo sociale; per approfondimento Mappe dell’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro… e tricolore, Ilvo Diamanti, Il Mulino, Bologna, 2009).

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Nata nel 1990. Laureata magistrale all'Università di Urbino Carlo Bo, al Corso di Laurea Magistrale in Politica, Società, Economia Internazionali col professor Ilvo Diamanti. Si occupa di comunicazione politica, populismi e autonomismi.

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