“Partiti di carta” di Marino De Luca

Partiti di carta

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Democrazia e Democrazie

Le profonde differenze in termini di cambiamento della leadership riguardano in particolar modo il rapporto che questa intrattiene con la membership e, in maniera analoga, con l’elettorato. Come l’autore fa notare, ogni membership è relativa alla tipologia di partito: non ha senso, dunque, parlare di membership dei partiti di massa europei del XIX secolo riferendosi ai partiti dei notabili. È possibile, ad ogni modo, inquadrare una definizione con cui, in generale, si può dire che la membership individua nel «membro» di un partito colui che aderisce a un partito, che lo rende tale e lo sostiene (p.52).

L’interessante problema su cui è utile riflettere riguarda l’importanza che ha oggi una membership attiva e partecipativa nei confronti dei partiti (p.62). Prima di rispondere a questa domanda è importante sottolineare come il sistema di selezione dei candidati,  più specificamente la tipologia della  selezione, influenzi la politica e  il sistema politico del Paese e, nell’ambito dell’intra-party democracy cui l’autore fa riferimento analizzando il ruolo della membership, diviene basilare implementare la categoria di selettorato, che comprende i cittadini, elettori o membri responsabili della selezione dei candidati o dei leader di un partito (pp. 62-63). È utile sottolineare che le pratiche di democrazia diretta nella dinamica di scelta dei candidati siano, negli ultimi anni, in forte espansione. Le ragioni di questo ampliamento si possono rintracciare fondamentalmente sulla base di due grandi approcci teorici (p.71): da una parte la democratizzazione è considerata legata all’implosione dei partiti politici in cui la delocalizzazione del processo di selezione, attraverso una maggiore inclusività del selettorato stesso, indebolirebbe le dinamiche di coesione e di organizzazione interna al partito. Dall’altra parte, invece, il bisogno di democratizzazione sfocia in un processo strategico ad opera del leader di un partito che estenderebbe, in funzione di una maggiore autonomia della leadership, il processo di selezione agli iscritti -meno partecipi alle dinamiche partitiche-, perché più influenzabili rispetto alla dimensione di notorietà della leadership e, conseguentemente, più predisposti alle direttive della leadership (p.73). Nonostante il crollo dei partiti come associazioni di iscritti abbia influito sulla definizione di aderenti e di militanti, i partiti cercano comunque aderenti. Questo perché, evidentemente, essi rappresentano un punto focale di intermediazione tra politico e cittadino e perché, oltre ad essere una possibile fonte aggiuntiva di introiti e volontariato, assicurano una certa quantità di voti sicuri. Tuttavia, l’attenuazione di processi di identificazione della membership all’interno del partito potrebbe far risaltare un problema di qualità, piuttosto che quantità, degli iscritti al partito, tale per cui molti individui potrebbero scegliere di aderire a un partito per ragioni di opportunismo (p.58).

Il membro di un partito corrisponde, per i partiti europei, alla categoria di aderente ed è, certamente, diversa dalla dimensione di militante, simpatizzante -o membro a intermittenza-, ed elettore. È intuibile che i processi di modernizzazione e gli alti livelli di istruzione abbiano stravolto le categorie, rendendo l’individuo più “autonomo”.

Per comprendere meglio il rapporto fra membership e partito è utile inglobare la categoria di elettorato e, più specificamente, il comportamento elettorale, che comprende le dinamiche dell’astensionismo, la volatilità, la bassa partecipazione e la sfiducia nei confronti dei partiti (p.74). La categoria dell’elettorato è misurabile e questo la rende, pertanto, più definibile rispetto alle altre. Le dinamiche fra membership e leadership presuppongono un rapporto necessario anche con l’elettorato.

Il principale fattore di cambiamento riguarda il modo con cui l’elettore modifica la propria preferenza da un’elezione all’altra in relazione al voto alla persona, al leader. Questo rapporto mette certamente in crisi il rapporto fiduciario alla base della rappresentanza, anche se in realtà può essere rapportato come ad una caratteristica del parlamentarismo. Il governo rappresentativo, anche se democratico non sembrerebbe aver “accorciato” il rapporto fra rappresentanti e rappresentati e, inoltre: “il partito, come lo conoscevamo, smette di svolgere quel ruolo all’interno di una democrazia rappresentativa che sebbene ancora caratterizzata da elezioni libere, competitive, corrette e periodiche, oltre che da Parlamenti e governi, risulta mutata nella sua logica di legittimazione e nella sua natura funzionale” (p. 80).

Per quanto riguarda il contesto italiano, è possibile affermare che la democrazia rappresentativa sia in crisi perché gli attori e le sedi principali della rappresentanza democratica appaiono delegittimati (Democrazia Ibrida, p.21) e «l’era della diffidenza» apre nuovi scenari che sono interpretati sulla base degli agenti -mediatici- che ne producono il cambiamento. Il pubblico si è man mano frammentato, specializzato e, questo, ha portato lo sviluppo di differenti strategie di comunicazione in funzione del raggiungimento di maggior consenso. Oltre alla democrazia parlamentare e dei partiti, si inserisce quella «del pubblico», in relazione all’attore posto al centro del sistema, in questo caso, appunto, il pubblico. La democrazia del pubblico, teorizzata da Manin, rispecchia il rapporto del cittadino con la politica e, più precisamente, con “il pubblico”. All’interno di questo sistema, il punto chiave, di passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico è proprio l’elettore (p. 79) che cambia la propria preferenza, da un’elezione all’altra, sulla base della persona, mettendo in crisi il rapporto fiduciario alla base della rappresentanza. La democrazia del pubblico “abbandona la figura del burocrate e dell’attivista politico per lasciare spazio al governo dell’esperto dei media” (p.84) in uno scenario politico in cui non è più possibile parlare di voto di appartenenza e, in questo senso, la democrazia rappresentativa rimane un governo delle élite. Nonostante la democrazia del pubblico sia, evidentemente, una delle maggiori teorizzazioni della contemporaneità, potrebbe lasciare spazio ad una nuova connotazione  ibrida (Verso una democrazia Ibrida, Ilvo Diamanti, La Repubblica, 13 dicembre 2013), “per la sua miscela di elementi vecchi e nuovi” e perché sta trasformando le componenti dei modelli precedenti: i partiti che si fanno portatori di antipolitica, trasformando la sfiducia nei confronti dell’altro, in fiducia a proprio favore, in uno scenario in cui “la televisione, anzitutto, continua a dettare gli standard dell’immagine e del linguaggio” e “ i social media, Twitter, Facebook dialogano in contatto costante con i media tradizionali” (Democrazia Ibrida, p. 55).

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Bibliografia

  • Calise M., (2000),

Il partito personale, Laterza, Roma. Bari.

  • Diamanti I. (2010)

Prefazione, , in B. Manin, Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, Bologna, 2010.

  • Duverger M, Armand Colin, Paris, (1951)

Les parties politique, (trad.it. I partiti politici, Edizioni di Comunità, Milano, 1970).

  • Katz R. S., Mair P, (1995)

Changing Models of Party Organization and Party Democracy. The Emergence of the Cartel Party, in Party Politics, I, pp. 5- 28, (trad. it. Cambiamenti nei modelli organizzativi e democrazia di partito. La nascita del cartel party, in L. Bardi, a cura di Partiti e Sistemi di partito, Il Mulino, Bologna, 2006, pp. 35- 58).

  • Manin B, (1995)

Principes du governement représentatif, Callman- Lévy, Paris (trad. it. Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, Bologna, 2010).

  • Mazzoleni G. (2004)

La comunicazione politica, Il Mulino, Bologna.

  • Pasquino, (1985)

La complessità della politica, Laterza, Roma- Bari.

  • Raniolo F. (2013)

I partiti politici, Laterza, Roma- Bari.


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Nata nel 1990. Laureata magistrale all'Università di Urbino Carlo Bo, al Corso di Laurea Magistrale in Politica, Società, Economia Internazionali col professor Ilvo Diamanti. Si occupa di comunicazione politica, populismi e autonomismi.

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