“Partiti di carta” di Marino De Luca
- 23 Ottobre 2018

“Partiti di carta” di Marino De Luca

Recensione a: Marino De Luca, Partiti di carta. Leader, iscritti ed elettori nella politica contemporanea, Roma, Carocci editore, pp. 106, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Laura Monni

10 minuti di lettura

L’uscita del libro Partiti di carta. Leader, iscritti ed elettori nella politica contemporanea avviene nel contesto dello scenario post-elettorale italiano del 4 marzo 2018 e contribuisce a chiarificare la dimensione dei mutamenti della politica italiana, soprattutto in rapporto alla notevole crescita di sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali.

Il testo analizza l’organizzazione-partito a tuttotondo, a partire da una considerazione iniziale chiave: l’aumento della formazione di nuovi partiti e liste. Infatti, dal 1992 ad oggi, in riferimento ai dati delle elezioni politiche (p.10), l’autore evidenzia l’alto numero di nuove formazioni partitiche, che ha raggiunto il suo culmine nel 1994 e nel 2013. Alcune di queste formazioni hanno svolto un ruolo fondamentale all’interno dello scenario politico, altre sono scomparse successivamente alla competizione elettorale. Per descrivere questo fenomeno, l’autore utilizza l’espressione «Partiti di carta». Si tratta di un’eloquente denominazione riferita ai moderni partiti, o post-partiti perché testimoni attivi dell’età post-ideologica, che altro non sono che formazioni certificate su carta, su presunte mappe, e rappresentano realtà inconsistenti costruite intorno alla fluidità contemporanea riempendo luoghi reali o immaginari, svuotati sistematicamente dopo il loro breve passaggio (p.9). Il moderno partito ha operato all’interno della scena politica italiana degli ultimi venticinque anni, facilitando la crisi di fiducia nei confronti della politica, in parte anche attraverso l’antipolitica, in un sistema che ne ha, in qualche modo, rafforzato la funzionalità, sullo sfondo, evidentemente, dei grandi mutamenti nel campo della comunicazione.

L’allontanamento progressivo dei partiti dalla vita dei cittadini e il ridimensionamento delle dinamiche del voto sono legati ad una riduzione del peso ideologico di cui tali partiti si facevano portatori. L’obiettivo fondante del libro sembrerebbe essere quello di riflettere sulla dimensione attuale del partito e comprenderlo attraverso l’analisi del sistema partitico del XIX e XX secolo, rintracciandone le componenti organizzative. Da un lato, dunque, l’autore tratteggia la dimensione organizzativa, per così dire, esterna al partito (capitolo 1) focalizzata sul riconoscimento dello stesso da parte della collettività, in termini di radicamento sociale; dall’altro lato individua una dimensione interna al partito (capitolo 2) vale a dire il modo con cui lo stesso si organizza o si adatta in termini di coesione interna, dove emerge chiaramente il ruolo della leadership, nel quadro di quella che è stata teorizzata da Manin (1995) come «democrazia del pubblico».

La (d)evoluzione dei partiti

È possibile evidenziare come, in Italia, la crisi del sistema politico abbia avuto come conseguenza un processo di scomposizione e riaggregazione che ha modificato l’identikit ideologico e politico dei partiti e ha reso più trasversale e labile il legame con le famiglie politiche del passato (per approfondire questi temi può essere utile Storia politica della Repubblica 1943- 2006, Simona Colarizi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2007).

Iniziando da una domanda chiara – “Il partito come organizzazione è veramente una specie in via d’estinzione?” – l’autore ricostruisce, con l’ausilio della letteratura scientifica (Duverger, 1951; Neumann, 1956; Kirchheimer, 1966; Katz, Mair, 1995) il quadro di trasformazioni strutturali avvenute a livello organizzativo, dal partito dei notabili, a quello di massa per giungere a quello elettorale, pigliatutto e cartellizzato.

In particolar modo, è utile riferirsi a Raniolo (2013) per individuare le trasformazioni e i problemi di natura organizzativa a cui i partiti hanno dovuto adattarsi (“dotandosi” di nuove strategie e capacità di rappresentanza) riassunte in quattro punti principali: l’azione collettiva -o partecipazione interna-, il problema di coordinamento -o istituzionalizzazione-, il problema di mobilitazione delle risorse e, infine, il problema di strategia inerente all’orientamento di voto. È importante sottolineare come ogni modello di partito abbia avuto un differente approccio alla democrazia: il partito dei notabili, ad esempio, scarsamente formalizzato, è stato costruito sulla base di processi di auto-selezione dei candidati, a differenza del partito pigliatutto che aveva, piuttosto, esigenze strategiche che lo hanno portato a dotarsi di candidati che potessero attrarre elettori dai diversi strati sociali. I partiti di massa non hanno, pertanto, preso il posto dei partiti dei notabili, ma hanno continuato a co-esistere anche successivamente alla nascita del partito pigliatutto e del partito cartellizzato: non vi è una scomparsa radicale dei modelli precedenti ma emergono grandi differenze in termini di leadership e di rapporto con la membership e le tipologie di partecipazione.

I partiti divengono, in relazione all’evoluzione delle tecniche (uso dei media), delle risorse e delle tematiche (targeting degli elettori) delle vere e proprie campaign organizations in cui il leader assume un ruolo nevralgico. Si tratta della teorizzazione del cartel party, utile a comprendere il partito moderno. Se da un lato tutto questo accelera il processo di distanziamento dai confini ideologici, dall’altro determina un carattere sempre più professionalizzato della struttura del partito, rintracciando nella dimensione della leadership l’elemento di continuità e vicinanza al cittadino-elettore. La verticalizzazione del rapporto fra leader ed elettorato assicura, infatti, un legame di continuità del rapporto fra politica e cittadino ma, allo stesso tempo, segna un importante cambiamento del sistema di partito del XX secolo, i cui legami fra partito e cittadino erano basati su logiche identitarie e caratterizzati da una connotazione territoriale (la tendenza che i partiti personalizzati o cartellizzati assumono è quella della perdita di importanza del territorio come riferimento e luogo sociale; per approfondimento Mappe dell’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro… e tricolore, Ilvo Diamanti, Il Mulino, Bologna, 2009).

La leadership im-mediatizzata

Come viene sottolineato in maniera concisa dall’autore, i grandi cambiamenti all’interno del sistema partitico si intrecciano, in maniera inevitabile, al processo di spettacolarizzazione della politica. I media, “senza una visione particolarmente profetica” hanno accresciuto la loro dimensione all’interno della sfera sociale e politica e si sono affiancati ai partiti e ai governi producendo degli effetti più o meno rilevanti. Da un lato, come evidenziato da Mazzoleni (2004), gli effetti mediatici hanno portato ad una spettacolarizzazione della politica e dall’altro gli effetti politici hanno contribuito alla personalizzazione dei leader o, in poche parole, alla leaderizzazione, fino a diventare un riferimento per la cultura di massa. Il ruolo dei media mainstream -e dei social media- diventa strategico e funzionale al raggiungimento di un gran numero di elettori, basti pensare all’esperienza berlusconiana in cui la valorizzazione del leader risulta una variabile determinante al mantenimento di una forma rappresentativa: coloro che si fanno eleggere sono personalità mediatiche.

Il ruolo del leader, all’interno dell’organizzazione partitica, viene individuato, sul filo della letteratura, seguendo una duplice impostazione: come elemento organizzativo e come elemento in grado di influenzare per guidare e dirigere il partito verso un impegno collettivo (p. 39).

Per il crescente peso dei media all’interno della politica, ma in generale nella vita sociale, il leader muta il suo ruolo e, con lui, anche le aspettative dei cittadini nei suoi confronti, predisponendo un quadro all’interno del quale un pubblico assiste alla politica e in cui i media non hanno sostituito i partiti ma, integrandosi al sistema partitico, paradossalmente, ne hanno garantito il funzionamento sistemico.

Come cambiano la figura e il ruolo del leader? È questa la domanda più interessante a cui l’autore cerca di trovare una spiegazione. Tenta di farlo assumendo la posizione tale per cui il cambiamento centrale del sistema partitico è connesso alla figura del leader e sulla supposizione della fine di un legame di fiducia e di gratitudine del cittadino nei confronti del leader che perde legittimità e credibilità (p.43). Pasquino nel 1985, nel proporre un’analisi della leadership in rapporto ai cambiamenti imposti dai media, portava all’attenzione il grado di influenza che i mezzi di comunicazione stessi avevano nei confronti delle scelte e dell’immagine del leader (p. 43); e certamente, oggi, gli effetti dei media possono essere ricondotti ad effetti politici sistemici (Mazzoleni, 2004) che si intersecano con la personalizzazione del partito, con la sua leaderizzazione.  Si assiste, pertanto, ad una dimensione personalizzata del partito, che non implica necessariamente una degenerazione del sistema politico, in quanto i mass media divengono dei canali attraverso cui è possibile concretizzare la rappresentanza per il fatto che il rapporto fiduciario con la società e gli elettori avviene, o si trasmette, sempre più attraverso i media (Diamanti, 2010).

La maggiore personalizzazione della rappresentanza politica accelera processi di allontanamento delle organizzazioni partitiche: si assiste ad una dimensione individualizzata della politica in cui il politico “sveste i panni del partito e ancora di più del riferimento ideologico” (p. 45). Il nome del candidato diventa più rilevante del programma del partito e la campagna elettorale diviene il momento di riduzione della centralità dei partiti.

In poche parole, dunque, sembra essere chiaro che i media legittimano il leader consentendone un ampio grado di valorizzazione. È illuminante ciò che Mény e Surel (2000) scrivono in merito al partito, ovvero che tutto ciò che i partiti hanno perduto in ideologia, lo hanno guadagnato in leadership, procedendo verso un rapporto in cui la campagna elettorale diventa da un lato selezione e dall’altro elezione.

È auspicabile ipotizzare una forma di cittadinanza  attiva, più influente  (o anche cittadinanza online: interessante riferimento a La cittadinanza online, Luigi Ceccarini, Il Mulino, Bologna, 2015) ma, allo stesso tempo, è necessario sottolineare che l’allentamento dei legami di appartenenza di tipo subculturale e ideologico che avevano caratterizzato la logica fondante della democrazia dei partiti farebbe intuire il  significato del cambiamento  della cittadinanza politica.

In questo contesto, il ruolo del cittadino potrebbe essere declinato in una nuova forma di cittadinanza, una diversa cittadinanza, “critica” verso le istituzioni di governo e “monitorante” perché, grazie alla facilità di trasmissione e condivisione delle informazioni, allarga, potenzialmente, le sue capacità di sorveglianza nei confronti della politica [Norris 2002; Schudson 1998]. Lo scenario che si potrebbe proporre sarebbe quello in cui i partiti mantengono un ruolo fondamentale muovendosi all’interno di uno spazio caratterizzato dai meccanismi prodotti e messi in campo dalle nuove tecnologie (blog, social network…) che ampliano, in qualche modo, lo spazio pubblico stesso. Infatti, è bene ricordare che: “la democrazia non è solamente il voto nell’urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale” (riferimento a Democrazia Ibrida, Ilvo Diamanti, Laterza, Roma-Bari, 2014, p. 63).  Pierre Rosanvallon (2012), con il termine controdemocrazia, individua le componenti strutturali, ovvero l’insieme di attività che mirano a organizzare il “controllo” da parte del cittadino sul governante (fra le componenti l’autore comprende Internet) che, se da un lato il processo di controllo potrebbe portare a rafforzare la democrazia, stimolandola, dall’altro potrebbe sfociare in territori di antipolitica, allargando la distanza tra i cittadini e la politica.

Democrazia e Democrazie

Le profonde differenze in termini di cambiamento della leadership riguardano in particolar modo il rapporto che questa intrattiene con la membership e, in maniera analoga, con l’elettorato. Come l’autore fa notare, ogni membership è relativa alla tipologia di partito: non ha senso, dunque, parlare di membership dei partiti di massa europei del XIX secolo riferendosi ai partiti dei notabili. È possibile, ad ogni modo, inquadrare una definizione con cui, in generale, si può dire che la membership individua nel «membro» di un partito colui che aderisce a un partito, che lo rende tale e lo sostiene (p.52).

L’interessante problema su cui è utile riflettere riguarda l’importanza che ha oggi una membership attiva e partecipativa nei confronti dei partiti (p.62). Prima di rispondere a questa domanda è importante sottolineare come il sistema di selezione dei candidati,  più specificamente la tipologia della  selezione, influenzi la politica e  il sistema politico del Paese e, nell’ambito dell’intra-party democracy cui l’autore fa riferimento analizzando il ruolo della membership, diviene basilare implementare la categoria di selettorato, che comprende i cittadini, elettori o membri responsabili della selezione dei candidati o dei leader di un partito (pp. 62-63). È utile sottolineare che le pratiche di democrazia diretta nella dinamica di scelta dei candidati siano, negli ultimi anni, in forte espansione. Le ragioni di questo ampliamento si possono rintracciare fondamentalmente sulla base di due grandi approcci teorici (p.71): da una parte la democratizzazione è considerata legata all’implosione dei partiti politici in cui la delocalizzazione del processo di selezione, attraverso una maggiore inclusività del selettorato stesso, indebolirebbe le dinamiche di coesione e di organizzazione interna al partito. Dall’altra parte, invece, il bisogno di democratizzazione sfocia in un processo strategico ad opera del leader di un partito che estenderebbe, in funzione di una maggiore autonomia della leadership, il processo di selezione agli iscritti -meno partecipi alle dinamiche partitiche-, perché più influenzabili rispetto alla dimensione di notorietà della leadership e, conseguentemente, più predisposti alle direttive della leadership (p.73). Nonostante il crollo dei partiti come associazioni di iscritti abbia influito sulla definizione di aderenti e di militanti, i partiti cercano comunque aderenti. Questo perché, evidentemente, essi rappresentano un punto focale di intermediazione tra politico e cittadino e perché, oltre ad essere una possibile fonte aggiuntiva di introiti e volontariato, assicurano una certa quantità di voti sicuri. Tuttavia, l’attenuazione di processi di identificazione della membership all’interno del partito potrebbe far risaltare un problema di qualità, piuttosto che quantità, degli iscritti al partito, tale per cui molti individui potrebbero scegliere di aderire a un partito per ragioni di opportunismo (p.58).

Il membro di un partito corrisponde, per i partiti europei, alla categoria di aderente ed è, certamente, diversa dalla dimensione di militante, simpatizzante -o membro a intermittenza-, ed elettore. È intuibile che i processi di modernizzazione e gli alti livelli di istruzione abbiano stravolto le categorie, rendendo l’individuo più “autonomo”.

Per comprendere meglio il rapporto fra membership e partito è utile inglobare la categoria di elettorato e, più specificamente, il comportamento elettorale, che comprende le dinamiche dell’astensionismo, la volatilità, la bassa partecipazione e la sfiducia nei confronti dei partiti (p.74). La categoria dell’elettorato è misurabile e questo la rende, pertanto, più definibile rispetto alle altre. Le dinamiche fra membership e leadership presuppongono un rapporto necessario anche con l’elettorato.

Il principale fattore di cambiamento riguarda il modo con cui l’elettore modifica la propria preferenza da un’elezione all’altra in relazione al voto alla persona, al leader. Questo rapporto mette certamente in crisi il rapporto fiduciario alla base della rappresentanza, anche se in realtà può essere rapportato come ad una caratteristica del parlamentarismo. Il governo rappresentativo, anche se democratico non sembrerebbe aver “accorciato” il rapporto fra rappresentanti e rappresentati e, inoltre: “il partito, come lo conoscevamo, smette di svolgere quel ruolo all’interno di una democrazia rappresentativa che sebbene ancora caratterizzata da elezioni libere, competitive, corrette e periodiche, oltre che da Parlamenti e governi, risulta mutata nella sua logica di legittimazione e nella sua natura funzionale” (p. 80).

Per quanto riguarda il contesto italiano, è possibile affermare che la democrazia rappresentativa sia in crisi perché gli attori e le sedi principali della rappresentanza democratica appaiono delegittimati (Democrazia Ibrida, p.21) e «l’era della diffidenza» apre nuovi scenari che sono interpretati sulla base degli agenti -mediatici- che ne producono il cambiamento. Il pubblico si è man mano frammentato, specializzato e, questo, ha portato lo sviluppo di differenti strategie di comunicazione in funzione del raggiungimento di maggior consenso. Oltre alla democrazia parlamentare e dei partiti, si inserisce quella «del pubblico», in relazione all’attore posto al centro del sistema, in questo caso, appunto, il pubblico. La democrazia del pubblico, teorizzata da Manin, rispecchia il rapporto del cittadino con la politica e, più precisamente, con “il pubblico”. All’interno di questo sistema, il punto chiave, di passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico è proprio l’elettore (p. 79) che cambia la propria preferenza, da un’elezione all’altra, sulla base della persona, mettendo in crisi il rapporto fiduciario alla base della rappresentanza. La democrazia del pubblico “abbandona la figura del burocrate e dell’attivista politico per lasciare spazio al governo dell’esperto dei media” (p.84) in uno scenario politico in cui non è più possibile parlare di voto di appartenenza e, in questo senso, la democrazia rappresentativa rimane un governo delle élite. Nonostante la democrazia del pubblico sia, evidentemente, una delle maggiori teorizzazioni della contemporaneità, potrebbe lasciare spazio ad una nuova connotazione  ibrida (Verso una democrazia Ibrida, Ilvo Diamanti, La Repubblica, 13 dicembre 2013), “per la sua miscela di elementi vecchi e nuovi” e perché sta trasformando le componenti dei modelli precedenti: i partiti che si fanno portatori di antipolitica, trasformando la sfiducia nei confronti dell’altro, in fiducia a proprio favore, in uno scenario in cui “la televisione, anzitutto, continua a dettare gli standard dell’immagine e del linguaggio” e “ i social media, Twitter, Facebook dialogano in contatto costante con i media tradizionali” (Democrazia Ibrida, p. 55).


Bibliografia

  • Calise M., (2000),

Il partito personale, Laterza, Roma. Bari.

  • Diamanti I. (2010)

Prefazione, , in B. Manin, Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, Bologna, 2010.

  • Duverger M, Armand Colin, Paris, (1951)

Les parties politique, (trad.it. I partiti politici, Edizioni di Comunità, Milano, 1970).

  • Katz R. S., Mair P, (1995)

Changing Models of Party Organization and Party Democracy. The Emergence of the Cartel Party, in Party Politics, I, pp. 5- 28, (trad. it. Cambiamenti nei modelli organizzativi e democrazia di partito. La nascita del cartel party, in L. Bardi, a cura di Partiti e Sistemi di partito, Il Mulino, Bologna, 2006, pp. 35- 58).

  • Manin B, (1995)

Principes du governement représentatif, Callman- Lévy, Paris (trad. it. Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, Bologna, 2010).

  • Mazzoleni G. (2004)

La comunicazione politica, Il Mulino, Bologna.

  • Pasquino, (1985)

La complessità della politica, Laterza, Roma- Bari.

  • Raniolo F. (2013)

I partiti politici, Laterza, Roma- Bari.

Scritto da
Laura Monni

Nata nel 1990. Laureata magistrale all'Università di Urbino Carlo Bo, al Corso di Laurea Magistrale in Politica, Società, Economia Internazionali col professor Ilvo Diamanti. Si occupa di comunicazione politica, populismi e autonomismi.

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