“I partiti in Italia dal 1945 al 2018” di Piero Ignazi
- 18 Giugno 2019

“I partiti in Italia dal 1945 al 2018” di Piero Ignazi

Recensione a: Piero Ignazi, I partiti in Italia dal 1945 al 2018, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 351, euro 25 (scheda libro)

Scritto da Michelangelo Morelli

8 minuti di lettura

In settant’anni di storia repubblicana l’Italia ha sperimentato innumerevoli soluzioni politiche, dettate a seconda dei casi da incrollabili convinzioni ideologiche, adesioni di convenienza o più semplicemente riassestamenti interni alla politica. Nonostante l’apparente disordine di questo cosmo, la radicata consuetudine democratica ha permesso di perpetuare negli anni un sistema sostanzialmente equilibrato ed egualmente dinamico, di cui i partiti italiani sono stati, nella buona e nella cattiva sorte, i più rappresentativi puntelli istituzionali. Attraverso la storia dei partiti italiani si ha una delle prospettive più nitide sulla storia repubblicana: i loro successi e le loro traversie sono il vissuto di una democrazia irrequieta, critica verso il proprio passato ma allo stesso tempo largamente debitrice nei suoi confronti.

Attento osservatore e acuto studioso di questo universo in continuo divenire è Piero Ignazi, docente di Politica Comparata all’Università di Bologna, autore del libro I partiti in Italia dal 1945 al 2018. L’opera si inserisce all’interno di un percorso di ricerca pluridecennale, segnato da testi come I partiti italiani (Il Mulino, 1997) e I partiti politici. Iscritti, dirigenti, eletti (Egea, 2007), da cui l’autore trae e rielabora chiavi interpretative per sondare le pieghe di una trama intricata. La sua non è una semplice storia di quel che è stato e quel che c’è ora: si tratta al contrario di una ricostruzione scientifica e dettagliata, in cui la trama dei singoli partiti si intreccia continuamente con le vicende dei suoi predecessori e con gli sviluppi degli altri attori istituzionali.

L’opera segue un tracciato inevitabilmente cronologico, in cui la ricostruzione temporale si intreccia da un lato con una categorizzazione tematica dei vari partiti, basata su criteri che rendono possibile distinguere tra loro gruppi di soggetti, e dall’altro con un’ulteriore suddivisione periodizzante delle epoche repubblicane. Infatti la divisione del libro in quattro parti, ognuna incentrata su diverse categorie di partiti (partiti storici estinti, partiti storici resilienti, nuovi partiti e “il nuovo per eccellenza”), si innesta su una periodizzazione in tre età, quella “dell’oro”, “del ferro” e “dell’argilla”, utile come guida per inquadrare le linee fondamentali dello svolgersi degli eventi.

La prima parte del libro è dedicata ai partiti minori – il Pli, il Pri, il Psdi e il Psi – il cui valore, a dispetto delle dimensioni ridotte, risiede sia nel ruolo da tramite tra due epoche, quella monarchico-liberale e quella democratico-repubblicana, sia nel ruolo ancillare svolto nei confronti dell’azionista di maggioranza del governo, la Democrazia Cristiana. La trattazione delle caratteristiche di quest’ultimo partito apre il capitolo seguente sui “partiti resilienti”. Con questo termine si intendono quei partiti come il Pci, il Msi e per certi versi anche il Partito Radicale che dopo aver svolto ruoli di grande rilievo nella Prima Repubblica sono riusciti a trasformarsi e a cambiare forma nella Seconda Repubblica. A tal proposito Ignazi supera questa bipartizione giornalistica in favore di una periodizzazione in tre età, suddividendo ulteriormente il periodo che va dalla fine della guerra a Tangentopoli in un’epoca aurea e una ferrea, mentre l’epoca successiva coincide con quello che Ignazi definisce periodo “d’argilla”. Il secondo capitolo funge da ponte ideale tra Prima e Seconda Repubblica, raccontando dello scontro tra gli epigoni del periodo precedente, come il Ppi, An e il Pds-Ds-Pd, e i nuovi arrivati come Ln, Fi-Pdl e, successivamente, il Movimento Cinque Stelle, protagonista dell’ultima parte della trattazione e rappresentante a tutti gli effetti un unicum nel panorama politico e ideologico europeo.  

Al di là delle chiavi interpretative fornite nel libro la preoccupazione principale di Ignazi è quella di proporre una ricostruzione fondata su serie storiche di dati riguardanti diversi aspetti della vita concreta dei partiti. Esemplificativa di questa cura una sua opera precedente, Il potere dei partiti. La politica in Italia dagli anni sessanta ad oggi (Laterza, 2002), dove emerge un profondo interesse non solo per la dialettica interpartitica, ma anche e soprattutto per le dinamiche interne ai singoli soggetti politici. Allo stesso modo nel suo ultimo testo, tramite la puntuale descrizione di elementi come i risultati elettorali, il numero degli iscritti e degli eletti, i congressi e i programmi, Ignazi ci fornisce una “radiografia” dei partiti, fondamentale per comprendere pienamente le ragioni delle scelte strategiche e, più in generale, la loro storia politica.

L’obiettivo della trattazione è senz’altro quello di illuminare un cammino storicamente articolato e costellato di metamorfosi (almeno nell’ultimo periodo) come quello dei partiti politici italiani. La minuzia con cui l’autore indugia anche sugli aspetti apparentemente minori e prosaici rivela l’intento, presente nel libro, di rendere una materia ostica intellegibile e ricca di spunti di riflessione. Ignazi mette in campo tutti gli strumenti acquisiti in decenni di attività intellettuale e accademica, al fine di permettere al lettore di districare il bandolo dalla matassa e individuare così un filo conduttore che colleghi idealmente la tumultuosa genesi della Repubblica dei Partiti agli interrogativi e difficoltà che affollano la società dei nostri giorni.

Dal centrismo alla e-democracy

L’opera si apre con la storia del Pli, che funge simbolicamente da trait d’union tra la tradizione politica pre-regime, liberale e monarchica, e il nuovo ordine sorto dalla guerra e dalla Resistenza. Lo stesso ruolo è assolto dal Pri e, in parte, dalla coppia Psi-Psdi (per quanto il discorso sui socialisti sia molto più articolato, vista l’evoluzione delle posizioni dei socialisti, inizialmente alleati al Pci), indispensabili alleati del maggiorente governativo, la Democrazia Cristiana. Questi attori istituzionali, in tempi e forme diverse (centrismo, centrosinistra, quadri e pentapartito), resero possibile la formazione di maggioranze sempre incentrate sul partito principale, nel contesto di una democrazia che operava nel contesto della Guerra Fredda e che vedeva la presenza del più grande partito comunista d’Occidente. 

A dispetto di quella conventio ad excludendum che fu fatta propria da buona parte della politica repubblicana il Pci aveva comunque dato un contributo determinante alla definizione dei nuovi principi costituzionali. Per quanto riguarda l’enfasi sui temi sociali presente nel testo costituzionale, il Poi trovò significative convergenze con settori importanti della Democrazia Cristiana. Togliatti inoltre, dopo la svolta di Salerno del 1943, si propose di favorire la riconciliazione nazionale approvando misure discusse come il riconoscimento del Concordato Lateranense nella Costituzione e l’amnistia generale nei confronti dei fascisti. La strategia del Pci togliattiano, la via italiana al socialismo, mirava a coniugare il mantenimento dell’asse con Mosca – legame che rimase saldo nella temperie internazionale degli anni ‘50, segnati dalla destalinizzazione e dalla crisi ungherese – con una strategia autonoma volta a radicare il partito nel contesto e nella storia nazionale. Un ulteriore approfondimento di questa strategia, che apriva peraltro a sviluppi innovativi, fu tracciato nel Memoriale di Jalta, che venne pubblicato dopo la sua morte.

Gli anni ’60 rappresentarono per i partiti una svolta epocale per il mutare di atteggiamento e di strategia dei principali attori che determinavano gli equilibri internazionali. L’elezione negli Stati Uniti del democratico Kennedy e l’ascesa al pontificato di Giovanni XXIII, nonché i nuovi problemi posti dallo sviluppo economico, crearono le condizioni per un’inedita collaborazione tra due forze, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, in precedenza schierate su due fronti opposti. Artefici di quel primo “centrosinistra organico” furono da un lato Pietro Nenni, convinto di poter così spezzare il dominio democristiano e mettere all’angolo il Pci, e dall’altro Amintore Fanfani e Aldo Moro. Quest’ultimo, eletto nel 1959 segretario Dc, vedeva nell’alleanza con i socialisti l’unico modo per sanare la conflittualità sociale e politica dell’Italia, arginando così le spinte autodistruttive di quella che nel pensiero di Moro era una “democrazia immatura”. Nonostante le opposizioni interne nei due partiti la coalizione prese vita nel 1963 con l’appoggio esterno del Psi al quarto governo Fanfani, per poi entrare a pieno regime in quello stesso anno con l’ingresso dei socialisti nel primo governo Moro.

La strategia di appeasement con le sinistre inaugurata dalla Democrazia Cristiana nei primi anni ‘60 sembrò potersi spingersi ad un nuovo livello negli anni ‘70 con la proposta, formulata da Berlinguer, di un compromesso storico tra lo scudo crociato ed il suo eterno rivale, il Partito Comunista Italiano. Questa strategia, tradottosi prima in un governo della “non sfiducia” (1976) e poi nell’appoggio esterno al quarto governo Andreotti (1978), ebbe termine con il sequestro e la morte di Moro, con il conseguente ritorno al tradizionale schema pentapartitico. Quest’ultimo, che caratterizzò la maggior parte degli anni ’80, vide l’affermarsi per la prima volta di due presidenti del consiglio non democristiani, il repubblicano Giovanni Spadolini (1981-82) e il socialista Bettino Craxi (1983-87).

Lo scandalo di Tangentopoli, la dissoluzione dell’Urss e più generalmente il trapasso verso la Seconda Repubblica causarono la scomparsa dei protagonisti storici della politica italiana, lasciando il passo a due nuove categorie di partiti. Da un lato vi sono gli epigoni della tradizione, rappresentati ad esempio dal Partito Popolare Italiano o dal Partito Democratico della Sinistra: questi ultimi, attraverso un incessante evoluzione ideologica e organizzativa, hanno dato vita negli anni ad un intreccio che ha avuto il proprio esito nella fusione degli indirizzi post-democristiani e post-comunisti in un’unica formazione, il Partito Democratico. Dall’altro lato è nata una schiera di nuovi partiti come Forza Italia-Popolo delle Libertà e Lega Nord, caratterizzati da un indirizzo populista-conservatore e in grado di attirare fette consistenti dell’elettorato attraverso proposte e linguaggi spesso fuori dagli schemi della politica tradizionale.

Il metamorfismo e l’incertezza quasi connaturata alla nuova politica trova una sintesi nell’evoluzione di quello che Ignazi riconosce come un unicum nel panorama politico europeo, il Movimento Cinque Stelle. Nel giovane movimento si trovano in un singolare coacervo tutte le tipicità dell’epoca recente della politica, partendo dall’impeto giustizialista e antisistema di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, sospeso tra iperdemocrazia virtuale e leaderismo autoritario, fino ad arrivare al volto più istituzionale del Movimento incarnato da Luigi Di Maio, fautore di un’alleanza gialloverde con la Lega sovranista di Matteo Salvini. In questa inedita esperienza, forzata dalla pesante débâcle dei partiti egemoni, il Movimento 5 Stelle si trova ad affrontare l’ardua sfida di mantenere salda la posizione di terzo polo alternativo, riuscendo quindi sia ad evitare il travaso di voti verso l’alleato leghista sia a dare concretezza a quei propositi su cui ha basato la propria irresistibile ascesa.

La politica d’argilla: le tre età dei partiti secondo Ignazi

La tipizzazione dei partiti italiani va ad innestarsi, come accennato, su una messa a fuoco degli aspetti salienti dei momenti storici in cui essi operarono. Ignazi cerca infatti di superare la partizione classica tra Prima e Seconda Repubblica, optando per una periodizzazione strettamente ancorata al tema in questione: egli individua in sostanza un’età “dell’oro” dei partiti italiani, corrispondente al periodo tra la fine della guerra e i primissimi anni sessanta, una età “del ferro” che dura fino a Tangentopoli e una fase finale che arriva sino ad oggi, definita da Ignazi “dell’argilla”. Questa tripartizione implica una concezione “decadente” del percorso dei partiti, resa simbolicamente anche dal progressivo impoverimento della materia con cui è raffigurata ogni epoca: nello stadio finale infatti il partito è ridotto a sostanza debole e malleabile, potenzialmente propensa ad assumere una nuova forma ma contemporaneamente impossibilitata a consolidarsi a causa della propria “argillosità”.

Il risultato di questa stasi è la continua elaborazione di nuovi paradigmi organizzativi, comunicativi e perfino ideologici, risultato in parte del lascito della partitocrazia “metallica” ma anche della cronica deficienza adattiva dei partiti a un mondo ormai privo di quei pilastri, buoni o dannosi che fossero, sulla cui pietra si era costruito l’edificio repubblicano. Il repentino distacco dal passato, amplificato da una realtà sempre più interconnessa e dinamica, rende il presente più incerto e flessibile: i partiti diventano la cifra di questa situazione, incapaci di promuovere quelle trasformazioni politiche e sociali di cui i vecchi protagonisti, in modalità e tempi diversi, si erano fatti campioni per cinquant’anni.

La decadenza del partito significa anche logoramento del legame tra paese legale e paese reale. Nel momento in cui questo legame si rompe il partito sembra perdere la giustificazione della sua stessa esistenza, ovvero la capacità di declinare politicamente gli interessi e i bisogni del proprio elettorato. Se nel periodo aureo il consenso, espressione di tale legame, dipendeva dalla credibilità guadagnata durante la guerra, dalla forza ideologica e dagli effetti del miracolo economico, mentre nell’età del ferro dal controllo delle pubbliche amministrazioni e quindi dal controllo clientelare dell’elettorato, nell’età dell’argilla non vi è più nulla a tenere insieme politica e società. Le conseguenze di questa situazione sono la deflagrazione delle strutture interne di partito, la tendenza allo scissionismo, la volatilità elettorale e l’astensionismo, la cui crescita negli ultimi venti anni è l’eloquente conferma di tale distacco.

L’indagine svolta da Ignazi segue un doppio binario interpretativo, relativo alle dinamiche interpartitiche, quindi alla dialettica tra partiti, e a quelle intrapartitiche, riguardante la loro evoluzione interna. A proposito di quest’ultima, si più osservare come al procedere della narrazione, il rapporto tra i vari attori assume un carattere sempre più liquido, raggiungendo l’apice nella terza parte, dove il “partito d’argilla” mostra una crescente tendenza a inglobare ed essere inglobato. Questo trend è evidente nel caso degli eredi di democristiani e comunisti, unitisi prima nella coalizione ulivista e poi definitivamente nel Partito Democratico, ed è altrettanto ravvisabile nell’evoluzione del rapporto Forza Italia – Alleanza Nazionale, confluite nel 2009 nel “grande equivoco” del Popolo delle Libertà.

Altrettanto puntuale è la descrizione del quadro interno dei partiti, cui Ignazi, per sua stessa ammissione, accorda una certa preferenza. Attraverso la ricostruzione dei mutamenti strutturali, dell’imprinting ideologico e organizzativo conferito dalle diverse segreterie, oltre che del numero degli iscritti e dei risultati elettorali, l’autore non si limita a ricostruire il loro percorso “dall’alto”, adottando invece una prospettiva più ravvicinata, capace di restituire al lettore una visione d’insieme completa e stimolante. Allo stesso modo egli tratteggia i singoli personaggi per dipanare un intreccio storico sempre più complesso: se infatti nelle prime due età le sorti del partito erano determinate da segretari, capi-corrente ed eminenze di partito, il trapasso argilloso finisce per rendere i tatticismi di un numero crescente di personaggi sempre più rilevanti per la sopravvivenza degli attori politici.

Nel suo libro Piero Ignazi, servendosi di una prosa scorrevole e di interessanti chiavi di lettura, illumina il complesso percorso che unisce gli anni della Resistenza alla democrazia dei nostri giorni, individuando nella storia dei partiti italiani, ormai giunta a un punto critico, una delle più valide chiavi di lettura per capire un paese instabile e complesso.

Scritto da
Michelangelo Morelli

Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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