“Pasolini. Un omicidio politico” di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi
- 11 Luglio 2022

“Pasolini. Un omicidio politico” di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi

Recensione a: Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi, Pasolini. Un omicidio politico. Viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975, Castelvecchi, Roma 2022, pp. 275, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Andreas Iacarella

7 minuti di lettura

La mattina del 2 novembre 1975 il corpo straziato di Pier Paolo Pasolini viene ritrovato all’Idroscalo di Ostia, vicino a un campetto da calcio. L’omicidio ha subito il suo colpevole: Giuseppe Pelosi, detto Pino, è stato fermato la notte stessa alla guida dell’Alfa Romeo dello scrittore, condotta contromano e a velocità sostenuta. Tradotto in carcere confesserà: “Ho ammazzato Pasolini”. La stampa e l’opinione pubblica sembrano poter chiudere subito la storia.

Lo stesso 2 novembre, al Tg2 della sera, il giornalista legge la versione dell’omicidio del poeta resa da Pelosi, in palese violazione del segreto istruttorio sulle indagini appena avviate. La sera del primo novembre Pasolini si sarebbe recato nella zona della stazione Termini, dove avrebbe avvicinato Pelosi e lo avrebbe invitato nella sua autovettura, promettendo un compenso in denaro in cambio di una prestazione sessuale. Giunti però a Ostia, il ragazzo si sarebbe ribellato ad alcune richieste dello scrittore, che avrebbe reagito in modo violento: un delitto, dunque, a sfondo sessuale. L’omicidio viene così collocato nelle pieghe di quella Roma di vita evocata dallo scrittore e strettamente legato alla sua omosessualità. Questo avrebbe dato la stura, nei giorni seguenti e ancora per lungo tempo, alla stampa di destra per una serie di attacchi scomposti all’indirizzo di Pasolini.

La verità giudiziaria, che ha portato alla condanna di Pelosi come unico esecutore, ha mostrato però fin da subito lacune e carenze: indagini condotte con grande approssimazione, possibili testimoni rimasti inascoltati, il corpo esile del diciassettenne che appariva incompatibile con la ferocia del pestaggio. Il centesimo anniversario della nascita dello scrittore è stato l’occasione, per Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi, per riproporre la loro ricostruzione di un’altra narrazione dei fatti. I due autori sono noti per le loro attività sociali, politiche e professionali indirizzate alla costruzione di una memoria civica e collettiva sul periodo delle stragi: Speranzoni, avvocato e saggista, si è occupato di processi relativi all’eversione di destra e a episodi di terrorismo; Bolognesi, politico e scrittore, è presidente dell’Associazione 2 agosto 1980, dei familiari delle vittime della strage di Bologna. A partire da un lavoro certosino di scavo all’interno degli atti processuali, della corrispondenza dello scrittore, delle testimonianze emerse nel tempo, i due autori del volume appena riedito per Castelvecchi, Pasolini. Un omicidio politico, hanno provato a tessere una trama differente.

La vicenda non può essere compresa, nella loro prospettiva, senza spostare indietro le lancette fino almeno al 1960. Pasolini non era un autore conciliante, la sua critica corrosiva e intenzionalmente scandalizzante l’aveva posto fin dai primi anni Sessanta nel mirino della destra eversiva (in particolare Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo). Numerosi gli episodi di contestazione e aggressione in occasione delle proiezioni dei suoi film o di sue apparizioni pubbliche. Ma il controllo cui era sottoposto lo scrittore non si limitava a questo: tra il 1960 e il 1964 era stato schedato e attenzionato dagli agenti del SIFAR, il servizio segreto militare, tra le «migliaia di persone che avrebbero dovuto essere epurate e neutralizzate in attuazione del progetto di golpe» noto come Piano Solo (p. 50). A partire dal 1970 risulta inoltre controllato anche dal servizio segreto del Ministero dell’Interno, in particolare per i suoi rapporti con Lotta continua e il suo interessamento circa i fatti di piazza Fontana.

Ripercorrendo eventi e personaggi più o meno noti, gli autori mostrano, in un crescendo investigativo, quella convergenza anomala tra aree della destra estrema, della massoneria, dei servizi segreti e della compagine politica governativa che ha caratterizzato almeno due decenni della nostra storia repubblicana. La realtà della “strategia della tensione” è, ad oggi, una verità storica accertata e in alcuni casi confermata anche giudiziariamente. Ed è in questo intreccio esiziale che Speranzoni e Bolognesi collocano la morte di Pasolini, dunque non come fatto isolato, di cronaca nera, ma come un episodio di una storia ben più complessa.

Il 12 dicembre 1969, a Milano, un’esplosione devasta il salone delle contrattazioni della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Il bilancio finale sarà di 17 vittime e 88 feriti. Le indagini si orienteranno, com’è noto, sulla pista del terrorismo rosso, riconducendo le bombe milanesi all’autunno caldo e alle insorgenze politiche e sociali di quegli anni. Vedendo le immagini Pasolini scrisse di getto i versi della poesia civile Patmos, parlando invece per la prima volta di una “strage di Stato”: aveva colto «il vento golpista che soffiava contro le rivendicazioni sindacali e studentesche» (p. 92). Ma non fu un’illuminazione improvvisa, quanto piuttosto la verbalizzazione di una certezza che, per molti intellettuali italiani sinceramente democratici, si era fatta sempre più forte. Carlo Digilio, l’esperto di esplosivi di Ordine Nuovo coinvolto nella strage, molti anni dopo dichiarerà al giudice istruttore di Milano che «il presidente del Consiglio [Mariano Rumor], nel quadro di un riposizionamento conservatore dell’assetto politico, avrebbe dovuto proclamare lo stato di emergenza» (cit. pp. 92-93).

Quella che gli autori del volume definiscono “strategia dell’apocalisse” era qualcosa di ben radicato nelle istituzioni italiane. Un dato ormai risaputo dagli storici può aiutare a delineare il contesto: «nel 1962 in Italia sessantadue prefetti su sessantaquattro di prima classe, sessantaquattro su sessantaquattro di seconda, duecentoquarantuno viceprefetti su duecentoquarantuno, sette ispettori generali su dieci, centotrentacinque questori su centotrentacinque e centotrentanove vicequestori su centotrentanove avevano mosso i primi passi delle loro carriere nella cultura e nella burocrazia del regime fascista» (p. 87). Solo un questore e cinque vicequestori si erano schierati, nel periodo 1943-1945, con la Resistenza.

Nella loro ricostruzione, Speranzoni e Bolognesi, poggiando sulle ricerche della magistratura e della commissione d’inchiesta sulle stragi, indicano con precisione il momento in cui il progetto stragista prese concretezza. A maggio del 1965, presso l’istituto Alberto Pollio, si svolse un convegno nel quale emerse in maniera inequivocabile una strategia di “guerra psicologica” comune al mondo militare e all’estrema destra. Negli interventi alla conferenza, alla quale presero parte alti ufficiali, massoneria, esponenti politici e giornalisti, si delineò uno schema di “difesa e contrattacco” contro il pericolo comunista che prevedeva esplicitamente la preparazione di nuclei armati addestrati da far intervenire in caso si fossero rese necessarie «“rotture” eventuali dei punti di precario equilibrio in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere» (cit. p. 97).

Sembra così di poter tracciare una linea di connessione tra i diversi eventi: a tenere sotto controllo e aggredire pubblicamente Pasolini sono strutture e personaggi aderenti a quello stesso mondo che risulterà poi coinvolto direttamente nello stragismo. Significativamente, scrivono gli autori, l’attività informativa sul poeta si fece particolarmente intensa negli anni in cui andò manifestandosi pubblicamente il suo interesse per una diversa verità sulle stragi, attraverso prese di posizione anche molto forti come quelle ormai celeberrime dei suoi Scritti corsari. Il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera Pasolini firma una lunga requisitoria:

«Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

Erano gli anni in cui lo scrittore stava lavorando al suo romanzo incompiuto, Petrolio, nel quale intendeva portare al massimo grado questa sua missione di intellettuale, raccontando la profonda trasformazione involutiva che la società italiana stava vivendo. In particolare, evidenziano gli autori, il suo lavoro di scrittura si stava orientando lungo due direttrici: «le nuove modalità di penetrazione dell’inedito Potere senza volto e il riflesso politico della criminalità stragista» (p. 119). A questo scopo, stava raccogliendo una quantità di materiali e testimonianze, secondo quel procedimento di “mettere insieme i pezzi disorganizzati” allo scopo di costruire una narrazione unica.

Il volume di Speranzoni e Bolognesi è insieme un’inchiesta e un racconto, che attraverso una consistente mole di documenti originali intende supportare la tesi che quello di Pasolini sia stato, appunto, un omicidio politico. Un episodio feroce della strategia della tensione, perpetrato contro uno scrittore scomodo. Il penultimo capitolo del volume fornisce particolare consistenza a questa ricostruzione, evidenziando tutte le carenze, o le palesi manipolazioni, operate nel corso degli accertamenti sulla morte dello scrittore. Scandagliando l’indagine giudiziaria condotta tra il 2010 e il 2015, che ha permesso di acquisire nuove testimonianze relative all’omicidio, la documentazione dei processi relativi a piazza Fontana e piazza della Loggia, la corrispondenza tra Pasolini e il terrorista nero Giovanni Ventura i due autori aggiungono elementi preziosi per la ricostruzione storica.

Per il lettore odierno, le pagine del libro scorrono come una continua e dolorosa inchiesta sulla storia recente della nostra fragile democrazia. Nessuna prova definitiva è, a nostro avviso, ancora stata prodotta. Ma anche se una verità inoppugnabile sull’omicidio dello scrittore appare ancora da scrivere, ripercorrere questa vicenda in una simile prospettiva pone di fronte alla ferocia nascosta e rimossa della storia repubblicana italiana. Spinge a una seria indagine sulla maturità democratica delle nostre istituzioni, come compito civile e collettivo al quale, come cittadini, è impossibile sottrarsi.

Una questione resta inevasa dai due autori. Già più dieci anni fa, il critico Marco Belpoliti denunciava, nel suo Pasolini in salsa piccante (Guanda 2010), che il vero rimosso della storia dello scrittore, quello che la cultura italiana non aveva mai voluto elaborare era proprio la sua sessualità. Nelle molteplici ricostruzioni sulla notte della sua morte, scrive Belpoliti, la vera omissione è «non accettare il contesto e la situazione in cui Pasolini si è trovato».

I maestri non possono diventare miti, pena la rimozione della loro complessità umana e storica, questo forse l’aspetto più problematico del volume di Speranzoni e Bolognesi. Il superamento del mito martiriologico che intorno alla figura di Pasolini si è costruito a seguito del suo brutale assassinio deve necessariamente passare attraverso una rilettura critica del suo pensiero e della sua vita. Questa dovrebbe, da un lato, evidenziare alcuni aspetti problematici della sua visione, come un certo esotismo nelle ricostruzioni di un mondo popolare puro e ormai perduto che, forse, non era esistito se non nella fantasia dello scrittore. Dall’altro, occorrerebbe avere il coraggio di vedere le fragilità e le contraddizioni che nella vita del poeta sono evidenziabili. Fino alla domanda estrema, sempre elusa, se non fosse violenza quella esercitata da uno scrittore e regista maturo, agiato e di successo nel percorrere le periferie disperate e indigenti offrendo denaro per prestazioni sessuali. Se non fosse, anche questa, una forma di potere esercitata sui più deboli.

La morte di Pasolini resta, ad oggi, irrisolta, sebbene opere come quella dei due autori bolognesi offrano certamente elementi preziosi per la comprensione. Ma l’operazione più urgente alla quale siamo chiamati è, forse, quella di restituire al poeta la sua vita. Contraddittoria, problematica, scandalizzante ma integralmente umana.

Scritto da
Andreas Iacarella

Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

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