Patti e territorio. Intervista a Matteo Lepore
- 28 Gennaio 2022

Patti e territorio. Intervista a Matteo Lepore

Scritto da Giacomo Bottos, Eleonora Desiata

8 minuti di lettura

La Città metropolitana di Bologna è stata firmataria sia del Patto per il Lavoro regionale nel 2015, che del nuovo Patto per il Lavoro e per il Clima. A livello territoriale, ha promosso due patti metropolitani, fra cui il recente Patto metropolitano per il lavoro e lo sviluppo sostenibile del 2021, ma anche, a gennaio 2022, una Carta della logistica etica. Su questi temi abbiamo intervistato Matteo Lepore, Sindaco di Bologna e della Città metropolitana.


Qual è il significato del promuovere patti? Questo tipo di iniziative quali obiettivi possono aiutare a raggiungere?

Matteo Lepore: Ho proposto a Bologna di ritornare all’orgoglio di essere la città più progressista d’Italia nel campo del lavoro e dello sviluppo. Questo significa, in concreto, rilanciare e portare avanti il modello emiliano delle buone relazioni industriali. Il significato di promuovere patti sta essenzialmente nella necessità di allineare l’azione di diversi soggetti – istituzionali, economici e sociali – in una stessa direzione, condividendone visione e obiettivi. Gli obiettivi che in genere si perseguono con i patti superano le attività di programmazione ordinaria delle singole amministrazioni e si concentrano su questioni specifiche o su finalità che richiedono essenzialmente un cambio di paradigma. Ovviamente non basta semplicemente sottoscrivere un patto per raggiungere questi obiettivi, ma è un primo passo fondamentale per poterlo fare. Molto dipende, nelle fasi successive, dalla governance che si individua, dalla qualità delle risorse messe in campo e, non ultimo, dalla condivisione politica – nel senso più ampio del termine – degli obiettivi individuati. In particolare sul tema del lavoro, è fondamentale affinare gli strumenti e guardare alle specificità, per questo insieme al Patto per il Lavoro e per il Clima a livello metropolitano abbiamo promosso una Carta della logistica etica, firmata lo scorso 27 gennaio da diverse organizzazioni sindacali e associazioni di categoria dell’area di Bologna.

 

In questa prospettiva, ossia il patto come strumento per trasformare i paradigmi esistenti costruendo alleanze, come si colloca la Carta della logistica etica e in che cosa consiste?

Matteo Lepore: La Carta della logistica etica è la risposta politica che diamo al problema delle condizioni di lavoro nel settore della logistica del nostro territorio. Prima di diventare sindaco ho avuto diverse occasioni di visitare le grandi piattaforme logistiche dell’area metropolitana, da CAAB a Interporto. Intervenire sulle condizioni di questo settore è stato uno dei primi impegni che abbiamo voluto assumere. Abbiamo promosso la Carta con l’obiettivo di migliorare complessivamente le condizioni di lavoro nelle imprese della logistica, un settore particolarmente esposto e in espansione sul territorio bolognese. Crediamo fortemente nel valore di questo settore, ma crediamo anche che non possa crescere indipendentemente dalle condizioni alle quali sono sottoposti i lavoratori e le comunità. Un settore diventa portatore di benefici per il territorio solo quando il beneficio è diffuso e non è costruito a scapito degli altri. Vale per il lavoro, vale per l’impatto sociale e ambientale della logistica. È su questi terreni che si misura in concreto l’ispirazione e l’azione progressista. La carta, promossa da 30 soggetti tra enti pubblici, organizzazioni sindacali e associazioni di categoria, ma anche associazioni come Libera, e società come Aeroporto Marconi di Bologna e Interporto Spa, rappresenta un unicum sotto diversi aspetti. Innanzitutto non si tratta di un mero protocollo, ma di un vero e proprio impegno politico per i prossimi cinque anni, per mettere in campo azioni concrete sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, sulla formazione dei lavoratori e delle lavoratrici, sulle pari opportunità, sull’uso di tutti gli strumenti che abbiamo per limitare drasticamente gli incidenti. Ma oltre a questo, individuiamo anche una precisa direzione degli investimenti: il trasporto su ferro e una logistica che sia dedicata all’industria, alla produzione, lavorando anche per ridurre le emissioni inquinanti. In sintesi: produzione e non speculazione. Con questa iniziativa unica in Italia vogliamo sollevare una questione critica a tutti i livelli: la logistica cresce, ma quali opportunità e conflitti comporta sui territori?

 

Qual è la situazione del territorio della città metropolitana che emerge dalla crisi pandemica, da un punto di vista sociale ed economico? Quali sono in questo contesto le priorità di intervento?

Matteo Lepore: La crisi pandemica sta determinando una delle più forti crisi sociali ed economiche dal secondo dopoguerra. Una crisi, mi riferisco a quella economica, che deriva in gran parte dalle misure adottate per contenere la diffusione del virus, che ha portato alla contrazione degli scambi internazionali e dei flussi turistici, nonché della comprensibile sfiducia e del clima di incertezza. Elementi che colpiscono le economie, come la nostra, proiettate a livello internazionale. Il Patto metropolitano per il lavoro e lo sviluppo sostenibile del 2021 nasceva proprio da queste premesse, per affrontare questa situazione e per salvaguardare e rilanciare la coesione sociale che da sempre ha caratterizzato il territorio metropolitano, con l’obiettivo di cogliere le opportunità per promuovere una crescita e uno sviluppo sostenibili. Oggi le priorità sono quelle definite a livello europeo e nazionale dal PNRR, che nelle sue missioni non si limita alla transizione ecologica e digitale, ma indica quali priorità anche la salute, l’istruzione, la cultura e la coesione sociale. La coesione sociale, in particolare, non va affrontata solo sul piano dell’accesso alle opportunità di lavoro. C’è da fare un lavoro più profondo, perché durante la pandemia qualcosa si è rotto. Uso un termine duro, ma che rende l’idea. Il periodo di isolamento prolungato, l’annullamento degli spazi di socialità e di formazione, hanno determinato una situazione di grande criticità che stiamo seguendo con estrema attenzione. A pagarne il prezzo più alto sono le categorie più fragili, non solo o non necessariamente dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo sociale. Sia perché in una fase di sviluppo e formazione – penso ai ragazzi ai quali è stata tolta la socialità proprio nell’età in cui è fondamentale per la loro crescita personale e come cittadini –; o perché riguarda una fascia della popolazione a forte rischio di marginalizzazione, anche per fattori anagrafici. Per affrontare questa dimensione del problema, non bastano le risorse economiche, ma serve un’azione di ricucitura del tessuto sociale, con iniziative specifiche. Per questo la scuola e il welfare sono tra le priorità assolute del nostro mandato, insieme al lavoro e alla transizione ecologica.

 

Tanto il Patto per il Lavoro e per il Clima, quando il Patto metropolitano per il lavoro e lo sviluppo sostenibile mirano a saldare risposta all’emergenza e visione di lungo periodo, volta a impostare una strategia che miri a colmare alcune delle fragilità del modello di sviluppo precedente. La necessità, quindi, non di ripristinare le condizioni pre-pandemia, ma di cogliere le opportunità di rinnovamento offerte da questa fase storica, fra cui anche le risorse del PNRR. Quali sono gli elementi più importanti in questa ottica?

Matteo Lepore: Il non voler tornare alla condizione pre-pandemia è uno degli spartiacque tra le differenti visioni “del mondo” più forti e radicate oggi, nonostante vi sia chi continui a dichiarare superata la differenza tra “destra e sinistra”. Credo sia fondamentale dare risposte che vadano in una direzione diversa da quella che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E credo che ci siano assolutamente degli elementi positivi in questo senso, a partire dal PNRR stesso, che rappresenta un inedito piano di investimenti pubblici che solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile nell’Europa dell’austerity. Detto questo, il compito che abbiamo di fronte è quello di orientare in una direzione diversa l’idea di crescita e sviluppo, non fine a sé stessa, ma capace di migliorare le condizioni generali di progresso, inteso sotto il profilo della qualità dell’esistenza delle persone. Quindi non solo economico. La messa a terra di questa riflessione è tutt’altro che scontata e sicuramente non semplice. Perché in un periodo di crisi economica le spinte alla ripresa “purchessia” sono concrete e forti. Chi amministra, chi fa politica in questa fase ha un altro compito: provare ad indirizzare diversamente la ripresa, tenendo conto della necessità di non commettere gli errori del passato. Con la crisi climatica in atto, sarebbe imperdonabile. Credo che su questo anche il dato anagrafico degli amministratori porti consapevolezze e stimoli diversi. Anche sulle risorse del PNRR bisogna essere concreti: non sono la panacea di tutti i mali, anzi, rischiano paradossalmente di avere un impatto dirompente in termini negativi se non accompagnate da strumenti che consentano di governarle al meglio. La nostra macchina amministrativa – e in questo caso non parlo solo del territorio che amministro, che pure ha delle competenze importanti e di ottima qualità – non è pronta per gestire queste risorse. Necessità di innesti importanti che a loro volta richiedono, per essere tempestivi, un cambio di regole. Questo vale anche per le opere, per gli appalti. Non bastano gli investimenti, serve accompagnarli con una “dotazione” di spesa corrente adeguata, per predisporre servizi che attutiscano i disagi che inevitabilmente ci saranno nel realizzare opere infrastrutturali di questa portata. Quindi da un lato le opportunità, dall’altro il rischio di vanificarle se non accompagnate da strumenti adeguati. Il ruolo degli amministratori in questo contesto conosce un salto di qualità inedito e straordinario.

 

Il Patto per il Lavoro e per il Clima riconosce tanto la vocazione delle città, a partire dalla Città metropolitana di Bologna, alla sperimentazione e all’innovazione – e dunque il ruolo decisivo che svolgono nell’aprire strade nuove, – quanto la necessità di contrastare i divari territoriali garantendo un’attenzione specifica ai bisogni e alle potenzialità delle aree interne e montane. Dal punto di vista della Città metropolitana, con i suoi 55 Comuni, come si possono coniugare e sostenere reciprocamente queste due dimensioni dello sviluppo economico e sociale?

Matteo Lepore: Significa innanzitutto essere consapevoli che progetti nuovi richiedono strumenti nuovi. In questo momento siamo di fronte alla necessità di porre in essere cambiamenti strutturali, ma ci viene chiesto di farlo con strumenti ordinari. Guardo alla Città metropolitana come istituzione, che avrebbe una potenzialità enorme in termini di stimolo, pianificazione, coordinamento e raccordo delle politiche su scala metropolitana, e si trova invece ad operare con una normativa figlia di una riforma incompleta, quella sulle province. Per questo sia come sindaco di Bologna che della Città metropolitana ho proposto uno “schema di gioco” nuovo, che, a normativa vigente, ci consentisse di immaginare e mettere in pratica strumenti nuovi di governo del territorio. Per questo la decisione principale è stata spostare il baricentro della nostra azione politica sul piano metropolitano. E non uso a caso la parola politica. Perché nella situazione normativa attuale solo la condivisione politica con i sindaci del territorio metropolitano – anche di partiti diversi – può consentirci di dare risposte adeguate. Dal punto di vista concreto abbiamo, ad esempio, dato vita ad una cabina di regia sui fondi europei che ha diversi obiettivi: individuare le opportunità di risorse per tutta l’area metropolitana; gestire su scala metropolitana l’arrivo delle risorse – non solo dei fondi PNRR, ma anche del PON e altri fondi europei e nazionali –; investirle secondo le singole vocazioni territoriali, in modo che costituiscano una risorsa per tutta la comunità metropolitana, come una città da un milione di abitanti che va dall’Appennino alla pianura imolese. Questo è il presupposto per politiche di sviluppo sostenibile capaci di creare lavoro. Usciamo dall’ottica della concorrenza tra Comuni per entrare in una fase nuova di collaborazione e che punta a non sprecare risorse con interventi a pioggia.

 

Tra i progetti strategici a cui la Regione lavora da tempo c’è il Tecnopolo di Bologna. È un progetto di dimensioni internazionali, importante non solo per il territorio regionale ma per l’intero Paese. Che valore assume per la città metropolitana e quale, in particolare, per il quartiere in cui si colloca?

Matteo Lepore: Per Bologna il progetto del Tecnopolo assume una importanza strategica fondamentale, non solo perché si inserisce in un tessuto fertile, tra Università e centri di ricerca di eccellenza nazionali ed europei, ma anche perché coerente con la vocazione di Bologna Città della Conoscenza. Stiamo lavorando ad una strategia metropolitana che mette al centro conoscenza e sapere, come driver delle nostre politiche per portare sviluppo e innovazione, attraverso le leve della rigenerazione urbana e ambientale, per favorire nuovi processi di inclusione sociale e per rafforzare il tessuto democratico cittadino. Ma anche per attrarre talenti da tutto il mondo. Non è un caso che nella squadra di governo che, a maggior ragione su questi temi, opera sull’intera dimensione metropolitana, abbia istituito una delega specifica all’attrattività internazionale e all’impatto del Tecnopolo. Delega che lavora in piena sinergia con l’Assessore all’urbanistica e al rapporto con Università e centri di ricerca. Scommettere su questa vocazione per noi vuol dire lanciare una vera e propria trasformazione urbana che si fonda su due pilastri che abbiamo chiamato: “Via della conoscenza” e “Piano urbano per la scienza e la ricerca”. La via della conoscenza è una grande area della città che si sviluppa lungo l’asse nord-ovest, e che sarà un vero e proprio acceleratore per l’attrattività e la trasformazione più complessiva di Bologna. In questo spazio, infatti, si concentrano molte delle realtà di eccellenza impegnate nella ricerca e nello sviluppo in diverse aree del sapere. Come, appunto, il Tecnopolo, che sarà fondamentale per affrontare la sfida digitale. Oltre agli interventi di carattere urbanistico per “ricucire” questi poli in un grande hub della conoscenza, si affiancherà anche un secondo livello di intervento: il Piano urbano per la scienza e la ricerca, uno spazio condiviso con i principali attori territoriali per individuare strategie, azioni e modelli di governance da mettere in campo nei prossimi anni per fare di Bologna e dell’area metropolitana una piattaforma europea della conoscenza.


Crediti foto: Comune di Bologna.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

Scritto da
Eleonora Desiata

Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore. Dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna con un periodo di studi a Sciences Po (Parigi) ha conseguito la laurea specialistica in Government all'Università Bocconi. Oggi si occupa principalmente di partecipazione politica, partiti e movimenti sociali.

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