Per chi suona la campana? Socialisti e liberali nei tempi nuovi
- 24 Aprile 2020

Per chi suona la campana? Socialisti e liberali nei tempi nuovi

Scritto da Nicolò Carboni

5 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee.

John Donne, Meditation XVII

 

Sia il famoso sermone – citato pure da Hemingway – che l’articolo di Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano ci ricordano che la campana, quando suona (soprattutto nell’etimo originale inglese, to toil, che indica lo specifico rintocco del requiem) non sempre porta buone notizie. La campana, tuttavia, segnala sempre un evento già trascorso, che sia un funerale, un matrimonio, o lo scoccare dell’ora. Il ruolo del campanile è quello di mettere un punto, dare una gerarchia al tempo e alle stagioni (atmosferiche come della vita), mette in ordine laddove altrimenti ci sarebbero imprecisioni e incertezze.

Nei tempi nuovi che ci troviamo ad attraversare, ogni giorno con meno punti di riferimento, la campana sembra aver suonato una infinità di volte, l’undici settembre, nei giorni di Lehman Brothers, durante gli attentati in Francia e in Belgio, tra i giovani delle primavere arabe, in Grecia, nelle campagne inglesi che hanno voluto e ottenuto la Brexit, mentre Donald Trump giurava da Presidente degli Stati Uniti e, proprio in questi giorni, quando il mondo si costringe alla quarantena forzata.

Ognuno di questi eventi “storici” ha una caratteristica in comune, nascosta, ma vitale: tutti prendono le mosse da posti dimenticati, che non contano, non tracciati sulle moderne mappe del potere e della ricchezza. I deserti dell’Asia Centrale come la suburbia distopica di Detroit, le campagne depresse della vecchia Happy England, o ancora la provincia italiana più profonda che vede ogni anno il suo territorio disgregarsi idealmente (con la perdita continua di servizi pubblici) e geologicamente.

Accanto a questi non-luoghi finisce per sparire anche la fabbrica, sostituita dall’asettico data center quasi senza alcun dipendente umano; sparisce l’operaio ma, addirittura, sparisce il concetto giuridico di impresa, sempre più nascosta in giganteschi grovigli disegnati appositamente per eludere l’imposizione fiscale. Il patto sociale, conquistato con decenni di lotte, rivendicazioni e riforme, smette di garantire tutti ma finisce per creare un sistema a compartimenti stagni. Chi è protetto fa di tutto per difendersi, chi rimane fuori cova un odio tanto feroce quanto sordo.

Il trionfo dei non-luoghi sembrava aver vinto anche nell’agone politico, soprattutto col (temporaneo) trionfo della terza via e la diffusione quasi inarrestabile del Washington Consensus, soprattutto dal nostro lato dell’Atlantico. A ben guardare, cosa è la costruzione europea se non il tentativo più avanzato di de-territorializzare il rapporto tra governanti e governati spostando in un altrove ideale le decisioni che contano davvero? In questo senso la democrazia contemporanea – e le culture politiche che l’hanno fondata, ovvero quella liberale e quella socialista – appare in crisi profonda. Come un albero sradicato dal giardino dove era cresciuto e costretto a una serra non troppo spaziosa, la democrazia è avvizzita non tanto in luoghi dove – occorre dirselo con una certa sincerità – non aveva mai attecchito per davvero, ma nel suo presunto habitat naturale, l’Europa che aveva inventato lo stato sociale e dove era fiorita durante i Trenta gloriosi. Colte dal miraggio di Fukuyama, la fine della storia, le classi dirigenti europee si sono trovate prive di un orizzonte ideale cui tendere. Le macerie del Muro di Berlino non hanno, come viene raccontato in maniera troppo schematica, seppellito tra le polveri solo varie ispirazioni di sinistra ma hanno generato una più ampia crisi del modello europeo i cui effetti, quasi invisibili all’inizio, si sono trascinati fino alla Grande Recessione e oltre.

Le culture socialiste, comuniste e liberali classiche non hanno saputo resistere all’offensiva ideologica del neoliberismo (la cui ascesa è tutto fuorché casuale, come hanno ricostruito bene Nick Srnicek e Alex Williams in Inventare il futuro). Così, nel corso sorprendente di pochissimi anni, liberali e socialisti si sono ritrovati a competere – l’uno contro l’altro armati – in un agone disegnato, in realtà, per preparare il terreno agli estremismi più reazionari del mondo, non a caso il Cile di Pinochet fu la grande coltura in vitro su cui sperimentare le ricette economiche di Chicago. Qui sta il grande errore cognitivo: aver interpretato il neoliberismo non già come una ideologia compiuta e ferocemente ostile a quelle socialista e liberale ma considerandolo un nuovo quadro tecnico in cui muoversi.

Come un virus, che parassita le cellule ospiti e le costringe a riprodurre fino alla consunzione il suo RNA, il neoliberismo è riuscito a insinuarsi nei partiti, nel dibattito, nelle università, nelle strutture tecniche e nelle istituzioni sovranazionali. Destra e sinistra si sono trovate a dire pressoché le stesse cose con sfumature appena leggermente diverse. Così, mentre gli eredi del comunismo italiano privatizzavano Telecom o i “nipotini” delle Leghe dei Lavoratori inglesi completavano il grande definanziamento thatcheriano dell’NHS britannico, anche le destre tradizionali, cristianosociali, liberali e addirittura neofasciste (non è un caso che, con Fiuggi, l’MSI, abbandonò ufficialmente il corporativismo come alternativa al sistema capitalistico e abbracciò un atlantismo duro, in deciso contrasto con le posizioni quasi terzomondiste portate avanti da un pezzo importante della vecchia dirigenza), finivano per indebolirsi, ritrovandosi preda di avventurieri senza scrupoli (Berlusconi nel 1994, per esempio) quando non di veri e propri despoti in potenza.

In questo indebolimento parallelo delle istituzioni e dei partiti che hanno fondato le grandi democrazie europee, si nasconde un grande rimosso: lo Stato. Le classi dirigenti, allucinate dal primo europeismo spinelliano e convinte – davvero – di essere giunte a un tornante epocale hanno consapevolmente rimosso, pezzo dopo pezzo, buona parte degli strumenti che lo Stato aveva a sua disposizione, prima col “divorzio” tra Banche Centrali e Tesoro, poi con la vendita (spesso a prezzi di saldo) delle aziende pubbliche strategiche ai privati. In questo senso l’Unione Europea è un unicum mondiale, tra tutti i macropoli del mondo globalizzato, l’Europa è la sola ad aver incardinato i principi fondamentali del neoliberismo (indipendenza delle Banche Centrali, supremazia dell’economia di mercato, tutela della concorrenza, equilibrio di bilancio) nel suo alveo costituzionale, grazie al Trattato di Lisbona. Mentre gli americani, come ricordano giustamente Felice e Provenzano, parlano di “pursuit of happiness” e i cinesi scolpiscono il primato assoluto della politica (incarnata dal Partito Comunista) sull’intero Paese, noi europei ci siamo avvolti da soli in spire da cui è difficilissimo divincolarsi.

Così, proprio nei giorni in cui la Bank of England annuncia che finanzierà illimitatamente il governo di Sua Maestà britannica per fronteggiare gli effetti dell’epidemia e la Federal Reserve apre linee di credito apposite per tutelare le amministrazioni federali, statali e addirittura municipali, l’Italia e il resto dell’Eurozona si arrovellano su come far fare alla BCE quello che fanno tutte le Banche Centrali del mondo senza però violare la sua severissima carta fondativa (che vieta esplicitamente il finanziamento dei governi tramite la creazione di base monetaria).

L’Italia e l’Europa sono finite per assomigliare molto a quel bambino, simpatico forse ma non troppo furbo, che, sulla riva del mare insieme agli altri, si tuffa davvero quando gli altri dicono “oh, ci buttiamo tutti insieme al tre”.

La crisi della democrazia, così come la crisi delle grandi famiglie politiche inizia da qui, dalla rinuncia, tanto più grave perché volontaria, a una “cassetta degli attrezzi” utile per esprimere la sovranità, nazionale o sovranazionale che sia. Dopo aver passato gli ultimi vent’anni a svuotare di senso le istituzioni non capendo – o fingendo di non capire – che ciò non avrebbe automaticamente riempito di senso una costruzione europea ancora farraginosa, contraddittoria e basata interamente sui classici equilibri di potenza geopolitica tra stati; blocco nordico contro paesi del Mediterraneo, sfera di influenza tedesca a est, isolazionismo britannico, addirittura, cattolici e protestanti.

La campana suona ancora, e suonerà finché socialisti e liberali variamente intesi non si approprieranno, di nuovo, delle leve che la vulgata neoliberista ha bloccato. Solo così saremo all’altezza dei tempi nuovi e la campana, finalmente, potrà placarsi.

Scritto da
Nicolò Carboni

Ha lavorato al Parlamento europeo dal 2009 al 2019, occupandosi principalmente di bilancio e finanze pubbliche. Nel corso della legislatura 2009/2014 ha lavorato per l’ufficio di presidenza della delegazione del Partito democratico al Parlamento europeo seguendo il coordinamento dei lavori d’Aula e la comunicazione politica. Attualmente è caposegreteria del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale. Gli articoli per Pandora Rivista sono scritti a titolo personale e non impegnano l’istituzione di appartenenza.

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