Per una lotta policroma. “Confini e frontiere” di S. Mezzadra e B. Neilson. Recensione

Il concetto, il dispositivo teorico di confine al centro del libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson. La proposta è di contribuire all’indagine critica del mondo globale, nel tentativo di dimostrare che i confini non servono solo a bloccare o ad ostruire i passaggi globali di persone, denaro o oggetti, quanto a rendere possibili in determinati termini questi spostamenti. Servono a produrre il tempo e lo spazio, i rapporti di forza e a dominare le mutazioni globali.
Il confine come metodo: questo il titolo dell’edizione inglese dell’opera. Gli autori leggono la questione delle migrazioni globali e delle trasformazioni del lavoro in un’ottica che rifiuta l’idea secondo la quale i confini siano da definirsi come meri enti divisori che si sono generati spontaneamente nel corso del tempo. C’è qui in effetti tutta una teorizzazione che ha ormai lungo corso nella tradizione legata alla teoria critica che si rifà alla nozione di produzione dello spazio, il cui principale esponente è Henri Lefebvre. Per quest’insieme di autori, e così anche per Mezzadra e Neilson, non si può pensare la divisione internazionale, nazionale, urbana, quotidiana dello spazio come neutrale o casuale. La divisione medesima dello spazio risponde a categorie politiche, a precise strategie egemoniche che hanno come risultato ultimo la riproduzione dei rapporti sociali. In questi termini si può evidenziare come Mezzadra e Neilson mettano perfettamente in luce questo tema nel secondo capitolo del loro libro che si intitola, molto significativamente, fabrica mundi, in cui viene mostrato come le modalità con cui i confini vengono costruiti o intesi tali sono legate a precise logiche di potere e di accumulazione. Non basta forse ricordare le pagine di Marx sull’accumulazione originaria ed i confini posti dai borghesi ai commons? o le parole di Rousseau: “Il primo uomo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: Questo è mio e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”? In effetti, la medesima proprietà privata è fondata sull’instaurazione di un confine.
I confini sono intesi sia in senso spaziale (migranti) sia in senso lavorativo (diversi tipi di lavoro). In questi termini il testo affronta dapprima le strategie di migration management messe in campo da quelli che sono definite veri e proprie macchine sovrane della governamentalità , volendo mostrare in questo modo come gli strumenti messi in atto per il controllo delle migrazioni siano frutto di macchine governamentali sovrane, in cui la sovranità nazionale ricopre un ruolo per così dire di contenimento e di riempimento, intervenendo laddove le strategie governamentali, che vedono come protagonisti una molteplicità di soggetti, falliscono. Illuminante l’esempio sul caso Vikin- Lestari, verificatosi nel 2009 al largo dell’ Indonesia e dell’Australia. Qui, centinaia di migranti a bordo di due navi sono rimasti a bordo pur di non sbarcare in un luogo diverso da quello dell’Australia, nel porto di Merak, dove la marina indonesiana   e quella australiana li avevano rimorchiati. Questo rifiuto da parte dei migranti ha così generato una situazione di stallo, durata parecchi mesi, in cui i migranti venivano riforniti di cibo, cure ed acqua da organizzazioni no-profit, le medesime a cui siamo abituati anche in Italia. Mezzadra e Neilson sostengono che da questo episodio possiamo ricavare più elementi fondamentali, ma qui ci interessa sottolinearne uno più di tutti:  l’obbiettivo di questa macchina sovrana della governamentalità non è affatto bloccare la migrazione (ed in effetti, alla fine delle due settimane di attesa, i migranti sono stati portati in Australia), ma filtrare e incanalare ciò che si può definire  il capitale umano, finanziario e tecnico. Il confine, si vede, non è un muro, che esclude, ma una membrana, che include l’utile ed esclude o rallenta ciò che non serve. In questi termini potremmo interpretare anche i nostri confini, stabiliti mediante l’istituzione del reato di clandestinità del 2009. E’ frequente il discorso secondo cui la Bossi-Fini non avrebbe funzionato in virtù del fatto che l’immigrazione non si sia effettivamente ridotta negli ultimi anni. Il punto è, se sappiamo utilizzare la categoria di confine per come i due autori l’hanno pensata, che non è a questo che serve una legge simile, al di là anche delle intenzioni coscienti del legislatore. Lo scopo di tale confine è quello di filtrare i flussi migratori, di stabilire un vero e proprio progetto di migration management. Il reato di clandestinità toglie, ad esempio, qualsiasi potere contrattuale ai migranti che vengono definiti tali e li rende completamente controllabili e fondamentali per un mercato del lavoro deregolamentato; il lavoro vivo viene così allo stesso tempo selezionato (può entrare legalmente solo chi soddisfa determinati requisiti) e indebolito.
Lo stesso metodo del confine è applicato anche a quella che i due autori definiscono “analisi della moltiplicazione del lavoro globale”.  Con questa espressione  i due autori intendono descrivere i seguenti processi:  intensificazione del lavoro, che tende a colonizzare l’intera vita dei soggetti; diversificazione del lavoro, cioè tendenza della costituzione di un sistema sempre più ampio e globale di tipi di lavoro e di produzione; eterogeneizzazione , cioè ha trasformato radicalmente i regimi economici e sociali della sua organizzazione. Ricollegandosi alle analisi del capitalismo cognitivo , i due autori provano a tracciare una linea tra figure apparentemente eterogenee come il trader finanziaro e la badante straniera, accettando così in pieno il tema attualissimo della pesante eterogeneità delle forme lavorative (e spesso usato per criticare l’approccio di classe alla politica). Da quest’analisi, svolta nel capitolo quattro, i due autori ricavano una conferma degli aspetti elencati poco sopra e due ulteriori indicazioni:

  1. la categoria di capitalismo cognitivo, sebbene utile a descrivere parte dell’evoluzione dei processi lavorativi contemporanei, non li coglie nella loro interezza: è necessario, al fine dell’analisi, evidenziare anche la mobilitazione di affetti ed emozioni che l’intensificazione del lavoro comporta.
  2. è oggi impossibile trattare di un soggetto di classe omogeneo,o, meglio detto, di una coscienza di classe nei termini novecenteschi. Per Mezzadra e Neilson il concetto di coscienza di classe presuppone sempre un’omogeneità ed una oggettività della classe di riferimento, omogeneità che oggi è introvabile e che è fuorviante inseguire. Si tratta piuttosto di una comunanza di condizione, che va messa a frutto mediante una strategia poliedrica, complessa, cangiante di volta in volta.

In questo senso, in conclusione, vorrei sottolineare un altro concetto che, tra i tanti, viene sviluppato dai due autori. Concetto il quale mi pare centrale per le riflessioni che su Pandora andiamo portando avanti da qualche tempo relativamente alla condizione del lavoro oggi ed all’organizzazione politica. Il concetto di traduzione. Innanzitutto, questo concetto è da legarsi alla nozione di comune. Il comune è oggi l’obbiettivo e lo spazio della lotta; esso è qui indefinibile, ma per comprendere la successiva argomentazione è necessario sottolineare come per Mezzadra e Neilson il comune ha alla sua base le differenze e non l’omogeneità. Il concetto di traduzione è sviluppato in contrapposizione a quello di articolazione di Ernesto Laclau, che ” monopolizza il campo del significato e nomina la sola possibile via per concepire e / o praticare una politica egemonica o contro-egemonica”. La traduzione, al contrario, si fonda sull’eterogeneità dei soggetti (usiamo questa parola non in senso marxista novecentesco, evidentemente), connettendo e dividendo allo stesso momento. Un soggetto del genere non è certamente il “soggetto prima della soggettivazione” di Laclau e Mouffe, ma nasce dalle sue stesse condizioni materiali tanto quanto dal processo di soggettivazione cui è sottoposto: è, insomma, un soggetto in transito. Si tratterà dunque di una lotta policroma, in cui molteplici soggettività si incontrano e si costituiscono a vicenda, non di un monolitico soggetto della storia che avanza nel combattimento. Senz’altro, anche le rivendicazioni divergeranno le une dalle altre, al limite.
Queste ultime considerazioni, un po’ rimaneggiate a causa dello scarso spazio a disposizione, sono molto più chiare nel testo. In ogni caso, giova sottolineare la problematica centrale: l’eterna questione filosofico-politica dell’uno e dei molti. In effetti, a questo si può e si deve ricondurre il nostro interrogarci oggi relativamente a queste questioni. Com’è possibile far scaturire dall’eterogeneità delle condizioni, delle soggettivazioni ed anche delle rivendicazioni presenti sullo scacchiere un’unità ,che possa animare il conflitto e dargli un contenuto effettivo? La questione è di definitiva importanza, nell’era del disastro ambientale e del capitalismo globalizzato e privo di argini. Questo libro ci insegna però che esistono forse metodi e prospettive all’altezza del problema.


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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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