Per una soluzione politica contro lo Stato Islamico

Questo articolo vuole inserirsi in un dibattito – dentro e fuori Pandora – sulla complessità che caratterizza il Medio Oriente: la sua comprensione risulta oggi ancor più essenziale (se ce ne fosse stato bisogno) poiché i recenti sviluppi hanno prodotto ripercussioni significative sulla vita politica europea. L’analisi sviluppata in seguito risponde perciò all’esigenza di affrontare il maggior numero possibile di tematiche coinvolte: vuole quindi porsi come uno spunto di discussione, rispetto al quale ogni contributo critico e ogni approfondimento sarà perciò apprezzato. A tal proposito si segnalano gli articoli precedenti:

1) Jihad e sharing economy. La guerra non serve di Enrico Cerrini

2) Lo Stato Islamico e la globalizzazione neoliberista di Alessio Aringoli


Dopo gli attentati terroristici di Parigi, l’opinione pubblica europea ed internazionale si è concentrata come raramente in precedenza sul nuovo conflitto mediorientale, da cui ha avuto origine Daesh.

Al di là delle immediate reazioni emotive – che hanno generato una sorprendente moltiplicazione di esperti in questioni mediorientali – la maggior parte dell’opinione pubblica è alla ricerca degli elementi necessari per valutare la questione con lucidità: la memoria storica dovrebbe essere il primo strumento da utilizzare. Siria ed Iraq rappresentano oggi due entità statuali vicine al collasso e questo ha favorito di fatto l’emergere di ISIS in ampie aree dei propri territori: invece di abbandonarsi alla retorica securitaria, sarebbe dunque decisamente più utile analizzare i processi che hanno determinato questa debolezza istituzionale, lasciando libero il campo per lo sviluppo del fondamentalismo islamico.

Negli ultimi anni, la politica estera di Washington ha fortemente contribuito a destabilizzare l’area: l’intera regione mediorientale è stata sottoposta dapprima alla prepotente iniziativa bellica statunitense in Iraq e poi al graduale ritiro delle forze militari e al generale disimpegno portato avanti dall’amministrazione Obama; l’effetto combinato di questi diversi approcci strategici è stato disastroso.

L’attacco nel 2003 da parte di George W. Bush comportò un impressionante numero di vittime e contribuì per di più a riaccendere conflitti etnici, religiosi e tribali sopiti, che si sono riproposti con violenza su scala regionale, oltrepassando i confini iracheni. Dopo anni di dominio sunnita sotto Saddam, la presa del potere da parte degli sciiti (55-60% della popolazione) comportò l’avvicinamento di Baghdad alla teocrazia iraniana e l’esclusione dei sunniti dalle più alte sfere del potere, ponendo le basi per l’espansione nel paese del terrorismo islamista di Al Qaeda e dei jihadisti salafiti. Per quanto riguarda la minoranza curda (15-20% della popolazione), storicamente sottoposta a misure repressive di tutti i tipi da parte del governo iracheno, essa accolse con gioia l’intervento di Washington, che ha comportato l’espansione dell’area controllata dai peshmerga e il riconoscimento di un certo grado di autonomia amministrativa dallo Stato centrale iracheno. Questi stravolgimenti rappresentano peraltro solo la superficie di fenomeni molto più articolati.

La decrescente volontà statunitense di impegnarsi boots on the ground nel conflitto iracheno ha provocato negli anni il protrarsi del confronto armato tra il nuovo esercito iracheno e le formazioni terroristiche sunnite, peraltro appoggiate da diversi attori regionali alleati di Washington e dell’Occidente (Turchia, Arabia Saudita, Qatar): le motivazioni di tale sostegno sono molteplici e diversificate a seconda dei casi, ma sono sempre riconducibili a specifici interessi nazionali; nella lotta per la supremazia regionale, Ankara e Rihad erano mosse in particolare dalla preoccupazione per il possibile consolidamento di una alleanza sciita nel cuore del Medio Oriente (dal Libano degli Hezbollah fino a Teheran, passando per il regime di Assad e l’Iraq di Al Maliki).

La Guerra Civile scoppiata in Siria nel 2011 è andata ad inserirsi, dunque, in un quadro regionale complesso, già sottoposto ad un elevato grado di conflittualità. Lo spostamento di migliaia di combattenti islamisti nel territorio siriano si è intrecciato con una situazione economica stagnante e una poderosa crescita demografica; fattori interni che già di per sé ponevano le basi per un clima di forte dissenso rispetto al regime. La natura rigida delle strutture di potere della Repubblica ereditaria guidata da Bashar al Assad ha poi contribuito a determinare la risposta repressiva del Regime, che a sua volta ha provocato l’escalation delle violenze e lo scoppio della guerra civile.

All’interno di questo confronto armato si è sviluppato lo Stato Islamico: nato nel 2006 come sezione di Al Qaeda in Iraq dall’unione di numerosi gruppi ribelli, lo Stato Islamico d’Iraq (ISI) ha inizialmente proclamato il suo coinvolgimento nel conflitto siriano sotto il nome di Fronte Al Nusra; dopo la conquista di vasti territori nei pressi di Aleppo e Raqqa è arrivata la proclamazione da parte del leader di ISI (Abu Bakr Al Baghdadi) della riunificazione tra le due entità nel nuovo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL); tale operazione avrebbe però provocato una spaccatura con i massimi vertici di Al Qaeda, la quale a sua volta ha condotto alla scissione definitiva di ISIL – dal 2014 denominato Stato Islamico (IS) – da Al Nusra e Alqaeda. Le vicende connesse alle dinamiche di potere interne al terrorismo jihadista sono molto difficili da interpretare a causa della carenza di fonti attendibili e del continuo coinvolgimento degli attori regionali e delle potenze occidentali nella fornitura di assistenza militare, logistica e finanziaria ai diversi gruppi coinvolti.

L’atteggiamento occidentale di fronte alla complessità di questa regione è stato finora inadeguato: il riemergere della tesi dello scontro di civiltà di Samuel Hungtinton nei giorni immediatamente successivi agli attentati terroristici di Parigi dimostra solo una profonda ignoranza in materia e una tendenza riduzionistica che andrebbe respinta con forza, se non altro per le responsabilità che tale dottrina dovrebbe assumersi per aver giustificato nel 2003 un intervento militare immotivato che ha favorito il riemergere di un alto livello di conflittualità regionale. Una soluzione militare, senza una soluzione politica non serve a niente.

L’insufficienza dell’approccio internazionale alla questione è dato anche dal continuo processo di mistificazione dei diversi nodi problematici da sciogliere: se non si presenta un quadro generale degli obiettivi dei diversi paesi ormai coinvolti nel conflitto è impossibile pensare di individuare una soluzione globale; se non si considerano gli interessi economici e strategici alla base dei diversi piani di contrapposizione si rischia di fare solo retorica, militarista o pacifista che sia; se non si chiarisce quali sono le priorità da raggiungere attraverso le politiche regionali si genera solo confusione.

La tensione tra Ankara e Mosca dopo l’abbattimento del jet russo sul confine turco siriano degli ultimi giorni è solo un sintomo di una malattia generalizzata. Al momento non esiste alcuna coalizione internazionale votata alla pacificazione, come spesso hanno riportato i giornali italiani degli ultimi giorni. Gli Stati Uniti, sempre meno volenterosi di farsi coinvolgere direttamente nell’area hanno abdicato a favore dei regimi mediorientali alleati, dimostrando una capacità limitata di controllarne e indirizzarne l’operato. La Turchia, secondo esercito della NATO, finanzia e spalleggia ISIS da cui acquista ingenti quantità di petrolio sul mercato nero; tra i suoi obiettivi primari troviamo il rovesciamento di Assad e la lotta contro il consolidamento curdo sul confine. La Russia protegge invece il regime, storico alleato che garantisce lo sbocco sul Mediterraneo dal porto di Tartus e di conseguenza utilizza il proprio potenziale militare per combattere ISIS, ma anche i gruppi ribelli vicini a Washington.

Il coinvolgimento francese coi bombardamenti sulla capitale del califfato (Raqqa), quello britannico coi recenti bombardamenti sul campo petrolifero di Omar sul confine iracheno e il futuro invio di un contingente tedesco rappresentano il “contributo europeo” al conflitto: la lotta al terrorismo islamico si riduce a una guerra tradizionale condotta da entità statuali mosse più da specifiche esigenze produttive che da un principio politico di pacificazione e stabilizzazione dell’area. Data la lentezza della ripresa economica europea sembra verosimile infatti l’emergere di un keynesismo europeo militarista, mirato a restituire dinamismo allo sviluppo capitalistico nazionale: dopo anni di sacrifici socio-economici inflitti alla classe media e soprattutto alle fasce di reddito più basse in nome dell’austerity, l’Unione va infatti verso l’esclusione delle spese statali per la difesa dal Patto di Stabilità; l’affermazione di Hollande secondo cui il patto di sicurezza prevale su quello di stabilità ha trovato l’appoggio incondizionato del Presidente Junker e del Commissario all’Economia Moscovici nei giorni scorsi.

Non si vuole qui affermare l’inesistenza di un preciso problema militare, poiché lo Stato Islamico non è una minaccia da prendere alla leggera; si vuole piuttosto affermare l’inesistenza da parte delle potenze occidentali di una strategia politica e culturale condivisa per affrontare il problema in tutte le sue dimensioni; e non potrebbe essere altrimenti. La conoscenza dell’inestricabile intreccio che è si andato storicamente a formare in Medio Oriente tra problemi economici e sociali, conflitti etnici e religiosi e molteplici interessi nazionali dovrebbe essere il punto di partenza minimo da cui iniziare a ragionare. Il concetto di guerra asimmetrica è un altro presupposto imprescindibile: l’attacco britannico in Iraq ha già scatenato sul web la proliferazione di minacce terroristiche verso Londra che possono essere messe in pratica dall’interno (così come è stato nel caso di Parigi), oppure provocare un escalation della violenza in Libia, nuova terra di conquista per il califfato; le armi e le contromisure a disposizione di IS non rispondono ai classici canoni della guerra tra Stati e risulta ancora una volta inutile bombardare, se non si implementa una strategia politica globale realmente finalizzata allo sviluppo economico e all’inclusione sociale dei più poveri e dei più giovani nel Nord Africa e nel Medio Oriente e dunque all’annullamento del potenziale di sviluppo dello Stato Islamico.


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Giacomo Cucignatto, classe 1988. Laurea triennale in relazioni internazionali all'Università Cesare Alfieri di Firenze e specialistica in sviluppo economico e cooperazione internazionale all'Università di Bologna. Giornalista freelance, collabora con alcune riviste cartacee e online. I suoi principali interessi comprendono le crisi finanziarie internazionali, la storia economica europea e le RI nell'area mediorientale.

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