“La periferia nuova”. Intervista ad Agostino Petrillo

Periferia Agostino Petrillo

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La periferia nuova

Restando nel contesto italiano, a suo avviso qual è stato il ruolo dell’attore pubblico nei processi di costruzione e sviluppo della periferia soprattutto negli ultimi trent’anni, considerando anche i processi emersi con la globalizzazione e la difficoltà di trovare modalità di gestione virtuose che sappiano tradurre le dinamiche globali in processualità virtuose suoi singoli territori e quartieri periferici? È mai esista una forma di coordinamento nazionale sul tema?

Agostino Petrillo: In Italia tutta la grande stagione della casa popolare si conclude nei primi anni Novanta per tutta una serie di ragioni storico-politiche. In primo luogo perché si diffonde la convinzione che gli italiani siano diventati un ‘’popolo di proprietari di case’’, il che è parzialmente vero considerando però che questo fenomeno è il risultato di una trasformazione del sistema bancario che in effetti permette a molti di acquistare la casa di proprietà, vincolandosi però a mutui di lunga durata. Detto ciò la grande stagione della casa popolare termina in quegli anni in maniera brusca, cosa che invece non avviene in altri paesi europei, in cui pur essendoci una riduzione sostanziale di una buona parte del budget vengono costantemente confermati gli investimenti nell’edilizia. Parliamo di un investimento che per Francia e Germania resta al 3% del bilancio statale mentre l’Italia si arresta solo allo 0,2% circa. Questo è il risultato di una situazione nella quale si riteneva non ci fosse più una domanda abitativa per le fasce medio-basse. Addirittura con la legge Nicolazzi del 1993[4] inizia la svendita e la cartolarizzazione del patrimonio statale, cosa che influirà sulla mala gestione delle periferie da parte degli enti che amministrano gli edifici pubblici, poiché se nello stesso tipo di edificio si individuano situazioni sempre più diverse e frammentate con una varietà di situazioni di proprietà e di affitto si determina una difficoltà gestionale oggettiva e si rischia di provocare un malessere sociale crescente.

Venendo poi alla seconda questione ovvero se qualcuno ha pensato di occuparsene in maniera sistematica devo dire che a lungo non fu fatto nulla. Dobbiamo attendere gli anni recenti affinché si formalizzino le prime commissioni parlamentari sul tema, i cui prodotti restano spesso semplici dichiarazioni di intenti più che veri e propri programmi di intervento. Questo perché a lungo trova spazio l’illusione postmoderna della fine delle periferie. Testimoniata, per fare un esempio dell’egemonia del pensiero post-moderno, dalla voce ‘’periferie’’ della Enciclopedia Treccani, ad opera dell’Arch. Pippo Ciorra, l’articolo è intitolato significativamente ‘’la fine delle periferie’’. Il postmodernismo, infatti, parlava e parla delle periferie come di una questione tutto sommato residuale, ereditata dalla città fordista, e insisteva su come nel mondo metropolitano postmoderno, esse perdessero alcune loro caratteristiche storiche, e si andassero lentamente omologando al resto della città. Una vulgata che insiste sulla teoria della ‘’città infinita’’, sulla attraversabilità urbana e sulla fine delle barriere. La periferia in una simile prospettiva è una “sopravvivenza” di una passata separatezza delle diverse parti della città. Come se le divisioni fordiste dal punto di vista sociale ed etnico scomparissero di colpo e si assistesse quindi ad un orizzonte nuovo, in cui perdono di validità più i vecchi strumenti di controllo. Si è trattato di un colossale fraintendimento, dovuto al fatto che nessuno all’epoca si era accorto che il nuovo modo di produzione che si andava affermando, la cosiddetta produzione immateriale, aveva comunque in sé un portato di frammentazione e disuguaglianza; diverso nei modi e nei tempi ma altrettanto importante sulle disuguaglianze allora in gestazione. A vecchie modalità di separatezza se ne stavano sostituendo nuove, ma non certo meno importanti. 

Le metamorfosi che hanno interessato le forme abitative negli ultimi due secoli hanno portato anche ad un profondo ripensamento del senso degli spazi di vita facendo emergere una forte polarizzazione tra spazi di vita privati e spazi di vita pubblici. Queste due dimensione del vivere collettivo acquistano particolari connotazioni all’interno delle aree periferiche. È d’accordo con questa lettura? In che modo ciò determina la coesione sociale e il vivere comunitario nelle aree periferiche?

Agostino Petrillo: Spazio pubblico e privato, di nuovo se vogliamo ritornare alle considerazioni precedenti c’è una questione di fondo: l’idea che la gestione della città post fordista e neoliberale sia una gestione che può prescindere dalle classi sociali. Questo argomento prevale nelle posizioni neoliberali. La città non esiste come dimensione collettiva, comune, ma viene gestita come una sommatoria di individui. In urbanistica e in architettura, ad esempio, si hanno posizioni estreme nelle quali c’è chi afferma che la città vada progettata e pensata per singoli edifici. La città è una sommatoria di case. Abbiamo a lungo subito l’egemonia culturale di questa posizione che tende a cancellare la dimensione pubblica della città non solo aggredendo gli spazi pubblici dal punto di vista fisico, depotenziandoli e privatizzandoli, ma che sostiene esistano solo individualità singole, e non gruppi e classi sociali riconoscibili e spazialmente collocati. Ma da questa assunzione di fondo a una crescente frammentazione della dimensione pubblica e quindi al tramonto di alcune forme della rappresentanza politica il passo è breve. È chiaro che quando esistevano dei sensori sui territori (Partiti, Sindacati, Associazioni) anche il tipo di rappresentanza politica che ne derivava era più consapevole delle realtà territoriali rispetto alla formazione e alla consapevolezza media che troviamo in quella successiva. Sono temi da tempo analizzati dalla filosofia politica, c’è comunque una crisi oggettiva dei corpi intermedi, che non è unicamente legata al venir meno degli attori storici, ma che è anche legata alle trasformazione dello stato nel post-fordismo. C’è l’onda lunga di quella che era stata chiamata la crisi della razionalità, che si ripercuote sulle istituzioni, creando un orizzonte in cui da una parte le realtà locali hanno sempre meno possibilità di avere voice come diceva Hirschman[5]; dall’altra c’è anche una situazione in cui sarebbe necessario dare spazio a istanze nuove ma non si riescono a individuare gli strumenti che consentano questo passaggio. 

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[4] L. 24 dicembre 1993, n. 94 – Norme sull’alienabilità del patrimonio pubblico.

[5] Albert Otto Hirschman è stato un economista tedesco naturalizzato statunitense, autore di diversi libri di economia politica.


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Nato il 18 Giugno 1995, ciseranese, Architetto, studente del Politecnico di Milano. Assessore di Ciserano dal 2014, militante, attivista, volontario.

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