“La periferia nuova”. Intervista ad Agostino Petrillo

Periferia Agostino Petrillo

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Una grande questione sociale

Partendo da questo ultimo punto, è quindi possibile una mobilitazione e attivazione degli abitanti delle periferie in grado di generare una coscienza politica e un conseguente agire che possa sfociare in impegno diffuso evitando forme di segregazione e disinnescando i meccanismi che portano alla nascita di un sentimento di rancore?

Agostino Petrillo: In questo contesto si staglia il tramonto del lavoro salariato, che era il veicolo di una integrazione e era anche uno strumento di connessione dei quartieri periferici con il resto della città. Una volta rotto quello che Giovanni Arrighi chiamava ‘’Il diamante del lavoro ’’, una volta che il lavoro industriale è andato in frantumi, risulta chiaro che anche tutta una serie di legami e connessioni tra le periferie e il centro vengono meno, acuendo l’isolamento delle prime. Ciò rende per alcune periferie ancora più drammatico il destino presente di quanto già non lo fosse la situazione precedente di città-dormitorio. La città dormitorio aveva ancora il versante della fabbrica: luogo di aggregazione e conoscenza, alternativa all’universo domestico, luogo a volte di progettualità collettiva e di rivolta. Rompendosi questa connessione, l’isolamento di alcuni quartieri è aumentato, e non è legato solo all’assenza dei servizi ma è una più radicale separazione, che passa dal venire meno del collante del lavoro. Per cui in alcune periferie, che nel libro ho chiamato ‘’periferie al quadrato’’, si vive oggi una dimensione di ancora maggiore segregazione si quanto non avvenisse nel passato industriale. E questo senza nostalgie del passato, segnato dall’istituzionalizzazione di profonde differenze tra periferia e centro, ma diversa dalla situazione di oggi di un totale distacco di alcune componenti rispetto al resto della società. Io ho anche insistito proprio sul fatto che le periferie siano oggi dei contenitori diversi dal passato (ci vivono giovani precarizzati, migranti, pensionati). Questo mix sociale senza precedenti contiene in sé delle risorse e delle potenzialità. Le periferie celano una intelligenza, delle capacità che non trovano applicazione. Ma questa varietà si pone anche come ostacolo poiché la sua eterogeneità non fornisce possibilità di formazione di un’unica voce politica, al di là di esempi ‘’una tantum’’ com’è il caso di alcune periferie milanesi. Comune a tutte è comunque una richiesta inarticolata di intervento del pubblico, che trova però esempi incredibili, sfacciati di negazione. Al di là dei fiumi di retorica sparsi sulla questione, lo stato in genere si ritira, si sottrae, si nega a questa domanda che cresce. E non tutti parlano, alcuni votano e basta… sono epifenomeni che non devono fare dimenticare che esiste una questione delle periferie molto più vasta e che ha i tratti di una grande questione sociale inevasa: che ne facciamo del popolo delle periferie? che ne facciamo dei nuovi squilibri spaziali-territoriali?

Si sente spesso parlare di nuove povertà, ma quando sentiamo questi discorsi continuiamo a rimanere meravigliati della vaghezza e della approssimazione con cui vengono valutati i dati che riguardano proprio la questione della progressiva marginalizzazione di parti importanti della popolazione. Finora abbiamo sentito ripetere a nausea la liturgia della sicurezza come se i gravi problemi sociali si potessero ridurre unicamente a questioni di sicurezza. È come se il rendere più sicure parti di città potesse risolvere i problemi delle crescenti disparità che si disegnano sulla città. È chiaro che qui si apre una grande partita che deve prendere le mosse dal modo in cui si muove il capitalismo contemporaneo, che con buona pace dei post moderni, ridisegna disuguaglianze, in maniera diversa ma altrettanto efficace e pesante per i territori stessi. Qui si apre un campo di ricerca anche sociale poco esplorato. Bisognerebbe cercare di comprendere come la nuova catena della logistica e della localizzazione industriale e insediativa operano producendo squilibri nei territori di cui beneficiano, obbligando a un ripensamento complessivo delle condizioni generali in cui si sviluppa e prospera il capitalismo contemporaneo.

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Nato il 18 Giugno 1995, ciseranese, Architetto, studente del Politecnico di Milano. Assessore di Ciserano dal 2014, militante, attivista, volontario.

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