Petrolio e rinnovabili nelle reti dell’Africa orientale

petrolio

Non lascerò che l’opposizione tocchi il mio petrolio [1].

Queste parole di Museveni, presidente ugandese, mostrano un’importante dinamica africana, legata al sistema clientelare. Il petrolio e le rendite che genera interessano molto le forze sociali nella loro rete di corruzione e uso personale dell’autorità politica[2]. Il presente articolo tratta della politica attorno all’energia nell’East African Community (EAC), un’organizzazione composta da Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania ed Uganda. Il Sudan del Sud è membro dal 2016 e perciò solo accennato e non considerato nei dati forniti.

Come questi Paesi useranno le risorse e quindi come si svilupperanno è importante per l’intero continente. L’EAC a Est si affaccia sull’oceano indiano, verso i mercati orientali. A Ovest vi è la regione dei Grandi Laghi (in parte compresa nell’EAC), ricca di risorse e al centro del conflitto tra hutu e tutsi e della “grande guerra d’Africa”[3]. A Nord vi sono Sudan, Somalia e al-Shabaab, contro la quale Kenya e Uganda sono impegnati militarmente. La gestione delle risorse energetiche è anche uno specchio dei rapporti interni ai paesi EAC. Il processo di integrazione è giunto al mercato unico e punta all’unione monetaria e politica. La popolazione dell’EAC è di 156,6 milioni[4] e il PIL nel 2015 è cresciuto del 6,2%, aumentando il tasso di crescita[5]. Il consumo di energia deriva all’80% da legna e carbonella. La popolazione con accesso all’elettricità è circa il 22%, contro il 33,5 (nel 2012) di tutta l’Africa sub-sahariana. Le carenze riguardano soprattutto le campagne[6]. La Vision 2050 dell’EAC afferma l’importanza sia delle fonti fossili sia delle rinnovabili, in particolare del petrolio keniota e ugandese e dell’energia idroelettrica[7].

In Kenya il petrolio (750 milioni di barili[8]) è stato scoperto nel 2012 nella Turkana County. La principale compagnia è la britannica Tullow. Il governo punta sul petrolio per rafforzare il ruolo del Paese come hub commerciale della regione. La sua esportazione richiede lo sviluppo non solo delle infrastrutture ad hoc, ma di strade e collegamenti. Si tratta di investimenti necessari, quindi il petrolio viene considerato un driver per lo sviluppo. Dal punto di vista tecnico l’oleodotto fino al porto di Lamu sarà riscaldato per rendere il petrolio, di tipo particolare, meno viscoso. Sarà l’oleodotto riscaldato più lungo al mondo, con un costo di 3 miliardi di dollari. Nonostante le sfide e l’ammontare limitato, per cui il Paese diventerà un piccolo produttore, il progetto è fattibile[9]. Nel 2010 è passata una riforma costituzionale per dare più poteri alle contee che ancora deve essere attuata. Procedere può significare coinvolgere di più la popolazione ma anche creare nuovi luoghi di corruzione. Il progetto petrolifero ne sarebbe influenzato. Ritirare la riforma però rischia di creare risentimenti nelle contee, che forse sarebbe anche peggio. Intanto il Paese sta anche riformando le istituzioni legate all’energia, con un probabile aumento del ruolo politico[10].

Nel 2009 in Uganda il petrolio del lago Alberto ha raggiunto gli 1,8-2,2 miliardi di barili estraibili. Come accennato, il settore petrolifero del Paese è influenzato dall’accentramento del potere da parte del presidente Museveni, dalla corruzione e dalla eccessiva presenza della politica nei progetti energetici. Le rendite derivanti dal petrolio vengono utilizzate dai potenti per i loro patronati. Anche le complicate trattative con le compagnie energetiche, soprattutto circa questioni fiscali, sono state scandite da queste dinamiche, che si rafforzavano vicino alle elezioni. Importante è stata anche la questione della raffineria per la produzione di benzina per il mercato interno e i Paesi limitrofi, inizialmente voluta molto grande dal governo, in grado di soddisfare la domanda di tutta l’Africa orientale. Il prezzo eccessivo ha fatto accettare al Paese una piccola raffineria da 30 mila barili al giorno per il mercato interno. Ci si concentra così sull’export di greggio, che contribuirà circa al 10% del PIL. Inoltre queste raffinerie producono un tipo di benzina di minore qualità che non compete con quella delle majors, per cui non ne limitano l’importazione, e solitamente per il mercato interno vengono spesi soldi pubblici in sussidi per tenere basso il prezzo. Perciò le raffinerie si rivelano un costo e non un investimento, nonostante per l’Uganda, paese dell’interno e quindi dipendente dal collegamento coi vicini costieri per il rifornimento, significhi più autonomia, soprattutto ricordando gli scontri in Kenya del 2008, che causarono ritardi e aumento dei costi delle spedizioni. Infine, l’abbassamento del prezzo del petrolio ha indotto a concludere le trattative per così iniziare la produzione nel 2020. I tempi non sarebbero stati più brevi anche con negoziati sereni, dato che il progetto richiede lo sviluppo di infrastrutture di supporto. Le compagnie principali sono la cinese CNOOC, Total e Tullow[11].

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Petrolio e politiche energetiche nella East African Community

Pagina 3: Le risorse energetiche e la politica

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Classe 89, milanese. Ha terminato un Master of Science in Global Energy and Climate Policy presso la School of Oriental and African Studies di Londra. Laureato in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano.

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