Petrolio e rinnovabili nelle reti dell’Africa orientale
- 16 Maggio 2017

Petrolio e rinnovabili nelle reti dell’Africa orientale

Scritto da Giuseppe Palazzo

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Petrolio e politiche energetiche nella East African Community

In entrambi i Paesi vi sono tensioni con le popolazioni delle aree interessate dai progetti, le cui rivendicazioni non vengono soddisfatte o nemmeno ascoltate. Queste chiedono posti di lavoro, accusano i governi e le compagnie di minacciare le risorse naturali, ridurre la terra utilizzabile e forzare comunità a spostarsi. Non vi sono strumenti governativi per monitorare il rispetto delle regole ambientali. Le compagnie necessitano di pochi lavoratori non qualificati mentre assumono da altre zone meno povere quelli specializzati[12]. Inoltre vi sono gli equilibri di una politica scandita dalle appartenenze, dalle clientele e dalle loro coalizioni. In Uganda solo il 6% delle royalties andrà a livello locale. In aggiunta la sicurezza è minacciata in ambo i Paesi da gruppi armati, come al-Shabaab, che approfittano delle tensioni etniche. In Uganda tutto ciò porta a un’elevata militarizzazione della zona, con riduzione dei diritti[13].

Come già accennato, per il Kenya il petrolio è importante e i costi dello sfruttamento calerebbero se si collegassero i giacimenti ugandese e keniota per poi portare con lo stesso oleodotto tutto il greggio verso la costa. Il percorso sarebbe Lago Alberto-Turkana County-Lamu (un porto keniota che sarà operativo dal 2022). Da una prospettiva regionale, in tal modo, si userebbero meglio le risorse, ma l’Uganda ha preferito un oleodotto verso Tanga, un porto già operativo sulla costa della Tanzania. I rapporti commerciali tra Uganda e Kenya sono intensi e l’alternativa keniota era più ecologica, ma il terreno tanzaniano più piatto, la vicinanza di Lamu alla Somalia e la necessità di dipendere meno da Nairobi hanno indotto Kampala a scegliere Tanga[14]. Un duro colpo per il Kenya, a cui potranno seguire attriti e che non va escluso sia stato anche determinato da un’idea ugandese di non rafforzare troppo Nairobi.

Circa le rinnovabili nell’EAC il maggior potenziale sta nell’energia idroelettrica, geotermica e solare. Tuttavia le rinnovabili dovrebbero contare di più anche tra le biomasse, principale fonte di energia della regione, usate nella vita quotidiana per cucina, riscaldamento e attività industriali. Si tratta di legna in contesti rurali e di carbonella in quelli urbani.[15] Questo consumo crescente porta deforestazione, inquinamento, erosione del terreno e inaridimento del clima, con danni per agricoltura e turismo. Inoltre provoca malattie respiratorie, cataratte e ustioni.[16] Ma sulle biomasse c’è poco impegno istituzionale, più concentrato sulla produzione di energia che sulla cucina e il riscaldamento. Già esiste un settore privato attivo e occorrerebbero norme per introdurre l’uso di fonti più rinnovabili, come biogas e energia solare termica, per migliorare produzione e consumo e per rendere sostenibile l’uso della legna[17].

Riguardo il potenziamento della rete elettrica con le rinnovabili, nonostante la difficoltà a trovare investimenti esteri, i Paesi EAC fanno passi avanti. Nel 2015 il 65% dei nuovi impianti di produzione di elettricità usa le rinnovabili, in primis l’energia idroelettrica. Il potenziale di questa ammonta a 2,2 GW, sfruttato appena al 16%. Questo potenziale e i bassi costi di produzione attirano investimenti, come anche i progetti di piccole dimensioni, più veloci da realizzare[18]. L’energia geotermica fornisce elettricità a basso costo 24 ore su 24 e usa impianti anche in zone disabitate. Ma la creazione di pochi posti di lavoro e i lunghi tempi necessari per iniziare la produzione (5-10 anni) ne limitano l’uso, anche se il Kenya è l’ottavo al mondo[19]. Il solare ha un alto potenziale, anche se non ancora davvero sfruttato dalla rete nazionale. L’interesse però cresce, grazie al calo dei prezzi degli impianti e alla crescente industria fotovoltaica sudafricana. Maggiore successo hanno i sistemi solari off-grid perché forniscono energia di backup, beneficiano di accessibili contratti di vendita a rate e trovano mercato nell’emergente classe media[20].

L’eolico è finora poco sfruttato e solo in Kenya, ma gli investimenti aumentano, anche in Tanzania, mentre Burundi, Rwanda e Uganda hanno poco vento sfruttabile. Gli ostacoli sono l’alto consumo di suolo, la complessità nella costruzione e il maggior potenziale del solare[21]. Fra le soluzioni off-grid vi sono le minigrid, piccole reti utili per comunità remote. Si diffondono grazie a un dinamico settore privato e donazioni, soprattutto in Kenya, mentre i governi preferiscono puntare sull’allargamento della rete elettrica. Da un lato i governi considerano le soluzioni off-grid un ripiego, in grado di portare poca energia. Infatti un loro ostacolo sono i costi alti rispetto ai redditi della popolazione rurale, che a volte è anche troppo sparpagliata o necessita di poca energia per una minigrid. Inoltre lo stoccaggio dell’energia intermittente prodotta da solare ed eolico è una necessità in più. Dall’altro anche gli ostacoli all’estensione della rete sono importanti, di natura topografica, infrastrutturale e, anche loro, legati alla scarsa densità di popolazione rurale. I governi iniziano a puntare sulle minigrid, dato che il 25% dei cittadini senza corrente potrebbe essere servito da queste[22].Servono inoltre regolamenti per un loro sviluppo strutturato, in particolare per l’uso di tecnologie off-grid compatibili con la connessione alla rete (quando si estenderà) e non minimaliste, ovvero che siano scalabili per fornire non solo servizi base ma anche in grado di sostenere attività economica e trasformare le minigrid in un vero investimento[23]. Nel complesso i Paesi EAC, tranne il Burundi, hanno introdotto misure in grado di contrastare la titubanza degli investitori, dovuta a debolezze politiche e infrastrutturali. In particolare la pratica delle FiT, Feed-in-Tariff, si è rivelata efficace. Con queste politiche il governo consente ai produttori di elettricità da fonti rinnovabili di vendere a una tariffa fissa per un certo periodo. Un tipo di misura con un livello di prevedibilità che tranquillizza gli investitori. Anche esenzioni fiscali, per cui Kenya e Tanzania sono considerati un modello, funzionano, soprattutto per il fotovoltaico[24].

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Scritto da
Giuseppe Palazzo

Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano, si è poi specializzato nel settore energetico, conseguendo un MSc in Global Energy and Climate Policy presso la SOAS University of London e un master in Energy Management presso il MIP Politecnico di Milano. Ha intrapreso percorsi legati alle politiche pubbliche ed europee, presso ISPI e Scuola di Politiche, e legati alla regolazione del settore energetico italiano presso l’Università di Siena. Ha lavorato come consulente in BIP, ora è project manager per le attività internazionali di RSE (Ricerca sul Sistema Energetico), dipartimento Sviluppo sostenibile e Fonti energetiche.

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