“Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda” Benn Steil

Piano Marshall

Recensione a: Benn Steil, Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda, Donzelli Editore, Roma 2018, pp. X-550, 38 euro (scheda libro).


«Our policy is directed not against any country or doctrine, but against hunger, poverty, desperation and chaos». Il 5 giugno 1947, dinanzi all’uditorio dell’Università di Harvard, George C. Marshall pronunciò il celebre discorso sulla necessità di avviare un vasto programma di aiuti per la ricostruzione dell’Europa. Il Piano Marshall fu sicuramente il più grande successo della politica estera americana durante la guerra fredda.

Tuttavia, è spesso sottovalutato il suo impatto nel marcare le divisioni tra l’Occidente e il blocco sovietico, nel diffondere il timore di un rilancio del ruolo della Germania nell’incipiente processo d’integrazione europea, nella creazione della NATO e alla divisione definitiva dell’Europa. Questi sono i temi centrali del libro di Benn Steil, economista e Senior Fellow presso il prestigioso Council on Foreign Relations di New York. Un libro denso, esaustivo e narrativamente avvincente, frutto di una ricerca originale tra archivi americani, europei e russi, che ha il merito di inserire coerentemente il Piano Marshall nella cornice della Grand Strategy americana e tra le cause della guerra fredda.

Un piano per il dopoguerra tra geopolitica e diplomazia

Dando ampia voce ai suoi artefici e protagonisti, Steil mostra come i policymakers americani – su tutti Marshall e George F. Kennan, i due vertici rispettivamente al Dipartimento di Stato e al Policy Planning Staff – compresero fin da subito che l’iniziativa avrebbe causato una morsa fatale sull’Europa orientale e solidificato la «cortina di ferro». Attribuendo il realismo nel pensiero strategico americano del dopoguerra all’influenza della geopolitica, in particolare ad Halford Mackinder, Steil considera le lezioni geostrategiche della seconda guerra mondiale come cruciali per l’elaborazione teorica del Piano. Nel 1945 un gruppo di esperti di relazioni internazionali produsse uno studio per la Brookings Institution (tra i più prestigiosi think tank statunitensi) nel quale si stabilì che fosse imperativo per la sicurezza nazionale prevenire che una potenza o una coalizione di potenze ostili dominassero Eurasia. La combinazione di risorse, infrastrutture e capitale umano di Europa e Asia avrebbe consentito di attaccare o isolare l’Emisfero occidentale[1]. Identificata la minaccia, Kennan dettò la linea strategica: il contenimento dell’Unione Sovietica.

Nel 1947 ciò che più preoccupava i funzionari americani era la terribile situazione in cui versava il continente, terreno fertile per l’appeal comunista e per le mire espansionistiche del Cremlino che avrebbe potuto espandere la sua influenza senza sparare un «singolo proiettile». In questo contesto lo «spirito di Yalta» – che aveva animato la collaborazione tra Roosevelt e Stalin – iniziò a svanire. Come colmare, dunque, il vuoto di potere e di sicurezza originatosi in Europa, stretta nella morsa di due potenze, come scrisse Dean Acheson, «in feroce opposizione tra loro e ideologicamente inconciliabili»? Secondo Steil, per i consiglieri di Truman «l’unità e la ripresa dell’Europa occidentale [era] la sola alternativa praticabile a un nuovo e maggiore impegno militare americano in Europa». Ma a differenza del primo dopoguerra e al pensiero economico dominante nell’amministrazione Roosevelt, «invece di limitarsi a prestare soldi per la ricostruzione europea» la nuova Europa doveva consolidarsi e integrarsi «su iniziativa americana e con fondi americani e [in seguito] con garanzie di sicurezza»[2].

Piano Marshall

Alcuni dei protagonisti del Piano Marshall: il Presidente Truman, George Marshall, Paul Hoffman e Averell Harriman.

Marshall, Kennan, Acheson, Lucius Clay, William Clayton, Averell Harriman, Robert Lovett furono le menti al cuore del progetto. Steil vi dedica ampie riflessioni. Personaggi geniali, preparati, di fazioni e opinioni politiche spesso contrapposte, ma devoti al nuovo internazionalismo americano. La Dottrina Truman, proclamata sulla scia degli aiuti a Grecia e Turchia, era una formula universale per giustificare un intervento particolare in uno dei tanti fronti geopolitici della guerra fredda. Una di queste linee di faglia, situata in Germania e lungo il confine orientale dell’Unione Sovietica, avrebbe dimostrato l’irriducibilità delle pretese sovietiche rispetto agli interessi americani. Rientrato dalla Conferenza di Mosca nel luglio del 1947, Marshall comprese che le tattiche di Stalin e Molotov miravano a capitalizzare lo stallo diplomatico in attesa che le condizioni socio-economiche dell’Europa peggiorassero. Era giunto il momento di agire. Due erano i problemi chiave per il successo dell’iniziativa: colmare il dollar gap, rivitalizzando il libero scambio e il capitalismo, e convincere Francia e Inghilterra della centralità della Germania occidentale. Con le sue risorse e industrie, la creazione di un’economia tedesca «autosufficiente» avrebbe trainato la ripresa e l’integrazione europea. I paesi vicini non avrebbero messo a disposizione credito o, come la Francia, non avrebbero richiesto un controllo sulle aree industriali e le risorse strategiche. La ricostruzione tedesca doveva avvenire nel più ampio contesto della ricostruzione europea con gli aiuti americani che sostituivano le riparazioni tedesche. «Kennan fornì la logica strategica sottesa al programma per la ricostruzione europea. Clayton offrì la visione di un’Europa occidentale integrata che sarebbe stata in grado di attuarlo. Il terzo importante protagonista dello sviluppo del programma non si trovava a Washington», ma era di stanza in Germania come governatore militare: il Generale Lucius D. Clay[3].

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[1] Tali osservazioni indussero i pianificatori militari a classificare lo studio come un documento ufficiale del Joint Chiefs of Staff. JCS Memo for Information n. 382, ‘A Security Policy for Post-War America’, si veda Melvyn Leffler, A Preponderance of Power. National Security, the Truman Administration and the Cold War, Stanford, Stanford University Press, p. 11; Mark Stoler, Allies and Adversaries. The Joint Chiefs of Staff, the Grand Alliance, and the U.S. Strategy in World War II, Chapel Hill, The University of North Carolina Press, 2000, p. 227.

[2] Ivi., p. 17.

[3] Ivi., p. 117.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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