“Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda” Benn Steil
- 06 Marzo 2019

“Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda” Benn Steil

Recensione a: Benn Steil, Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda, Donzelli Editore, Roma 2018, pp. X-550, 38 euro (scheda libro)

Scritto da Alberto Prina Cerai

7 minuti di lettura

 

«Our policy is directed not against any country or doctrine, but against hunger, poverty, desperation and chaos». Il 5 giugno 1947, dinanzi all’uditorio dell’Università di Harvard, George C. Marshall pronunciò il celebre discorso sulla necessità di avviare un vasto programma di aiuti per la ricostruzione dell’Europa. Il Piano Marshall fu sicuramente il più grande successo della politica estera americana durante la guerra fredda.

Tuttavia, è spesso sottovalutato il suo impatto nel marcare le divisioni tra l’Occidente e il blocco sovietico, nel diffondere il timore di un rilancio del ruolo della Germania nell’incipiente processo d’integrazione europea, nella creazione della NATO e alla divisione definitiva dell’Europa. Questi sono i temi centrali del libro di Benn Steil, economista e Senior Fellow presso il prestigioso Council on Foreign Relations di New York. Un libro denso, esaustivo e narrativamente avvincente, frutto di una ricerca originale tra archivi americani, europei e russi, che ha il merito di inserire coerentemente il Piano Marshall nella cornice della Grand Strategy americana e tra le cause della guerra fredda.

 

Un piano per il dopoguerra tra geopolitica e diplomazia

Dando ampia voce ai suoi artefici e protagonisti, Steil mostra come i policymakers americani – su tutti Marshall e George F. Kennan, i due vertici rispettivamente al Dipartimento di Stato e al Policy Planning Staff – compresero fin da subito che l’iniziativa avrebbe causato una morsa fatale sull’Europa orientale e solidificato la «cortina di ferro». Attribuendo il realismo nel pensiero strategico americano del dopoguerra all’influenza della geopolitica, in particolare ad Halford Mackinder, Steil considera le lezioni geostrategiche della seconda guerra mondiale come cruciali per l’elaborazione teorica del Piano. Nel 1945 un gruppo di esperti di relazioni internazionali produsse uno studio per la Brookings Institution (tra i più prestigiosi think tank statunitensi) nel quale si stabilì che fosse imperativo per la sicurezza nazionale prevenire che una potenza o una coalizione di potenze ostili dominassero Eurasia. La combinazione di risorse, infrastrutture e capitale umano di Europa e Asia avrebbe consentito di attaccare o isolare l’Emisfero occidentale[1]. Identificata la minaccia, Kennan dettò la linea strategica: il contenimento dell’Unione Sovietica.

Nel 1947 ciò che più preoccupava i funzionari americani era la terribile situazione in cui versava il continente, terreno fertile per l’appeal comunista e per le mire espansionistiche del Cremlino che avrebbe potuto espandere la sua influenza senza sparare un «singolo proiettile». In questo contesto lo «spirito di Yalta» – che aveva animato la collaborazione tra Roosevelt e Stalin – iniziò a svanire. Come colmare, dunque, il vuoto di potere e di sicurezza originatosi in Europa, stretta nella morsa di due potenze, come scrisse Dean Acheson, «in feroce opposizione tra loro e ideologicamente inconciliabili»? Secondo Steil, per i consiglieri di Truman «l’unità e la ripresa dell’Europa occidentale [era] la sola alternativa praticabile a un nuovo e maggiore impegno militare americano in Europa». Ma a differenza del primo dopoguerra e al pensiero economico dominante nell’amministrazione Roosevelt, «invece di limitarsi a prestare soldi per la ricostruzione europea» la nuova Europa doveva consolidarsi e integrarsi «su iniziativa americana e con fondi americani e [in seguito] con garanzie di sicurezza»[2].

Piano Marshall

Alcuni dei protagonisti del Piano Marshall: il Presidente Truman, George Marshall, Paul Hoffman e Averell Harriman.

Marshall, Kennan, Acheson, Lucius Clay, William Clayton, Averell Harriman, Robert Lovett furono le menti al cuore del progetto. Steil vi dedica ampie riflessioni. Personaggi geniali, preparati, di fazioni e opinioni politiche spesso contrapposte, ma devoti al nuovo internazionalismo americano. La Dottrina Truman, proclamata sulla scia degli aiuti a Grecia e Turchia, era una formula universale per giustificare un intervento particolare in uno dei tanti fronti geopolitici della guerra fredda. Una di queste linee di faglia, situata in Germania e lungo il confine orientale dell’Unione Sovietica, avrebbe dimostrato l’irriducibilità delle pretese sovietiche rispetto agli interessi americani. Rientrato dalla Conferenza di Mosca nel luglio del 1947, Marshall comprese che le tattiche di Stalin e Molotov miravano a capitalizzare lo stallo diplomatico in attesa che le condizioni socio-economiche dell’Europa peggiorassero. Era giunto il momento di agire. Due erano i problemi chiave per il successo dell’iniziativa: colmare il dollar gap, rivitalizzando il libero scambio e il capitalismo, e convincere Francia e Inghilterra della centralità della Germania occidentale. Con le sue risorse e industrie, la creazione di un’economia tedesca «autosufficiente» avrebbe trainato la ripresa e l’integrazione europea. I paesi vicini non avrebbero messo a disposizione credito o, come la Francia, non avrebbero richiesto un controllo sulle aree industriali e le risorse strategiche. La ricostruzione tedesca doveva avvenire nel più ampio contesto della ricostruzione europea con gli aiuti americani che sostituivano le riparazioni tedesche. «Kennan fornì la logica strategica sottesa al programma per la ricostruzione europea. Clayton offrì la visione di un’Europa occidentale integrata che sarebbe stata in grado di attuarlo. Il terzo importante protagonista dello sviluppo del programma non si trovava a Washington», ma era di stanza in Germania come governatore militare: il Generale Lucius D. Clay[3].

 

Divide and Invest. I retaggi del Piano Marshall

Il passaggio dello European Recovery Program fu anche un successo nel fronte interno della guerra fredda. Per la sua implementazione fu quindi centrale la collaborazione bipartisan instaurata con il senatore repubblicano Arthur Vandenberg, senza il cui aiuto il Piano Marshall con tutta probabilità non avrebbe passato il vaglio del Congresso. Proprio per questo i riflettori dovevano concentrarsi sulla sensibilità americana alla minaccia posta all’american way of life. «Il rapporto finale della commissione [Harriman]», scrive Steil, «metteva in chiaro che la ragione del sostegno al Piano Marshall era l’anticomunismo»[4]. Un collante decisivo tra democratici e repubblicani. Durante le audizioni al Congresso era emerso un interrogativo alquanto spiazzante: il Piano avrebbe favorito la pace o, marcando ancor di più la divisione dei due blocchi, inasprito le relazioni con i sovietici sino al punto di non ritorno? Se gli Stati Uniti si fossero sottratti dalla stabilizzazione pianificata in Europa avrebbero dovuto accettare costi e stanziamenti militari molto più onerosi per far fronte all’eventualità di un’Europa soggiogata dai sovietici. In sintesi, finanziare il Piano Marshall sarebbe stato molto meno costoso che «restare soli in un mondo ostile». La realtà era tutto fuorché una semplice dicotomia tra coesistenza e conflitto. La superiorità convenzionale dell’Unione Sovietica, oltre che le crescenti pratiche sovversive, rendevano il continente europeo un focolaio di tensioni in assenza di una presenza militare statunitense. Il monopolio atomico, per il momento, la rendeva superflua. Questa crescente preoccupazione sulla sicurezza militare dell’Europa occidentale avrebbe condotto ad esplorare l’idea di un’alleanza permanente tra le due sponde dell’Atlantico. Un’ipotesi che portò alla luce le contraddizioni del pensiero di uno dei principali protagonisti e alla sua progressiva emarginazione dal Policy Planning Staff: George Kennan.

Come argomenta l’autore grazie agli archivi russi, prima del discorso di Harvard i sovietici erano ancora disposti ad una qualche forma di collaborazione. L’iniziativa del Piano – estesa strategicamente anche ai paesi dell’Europa dell’Est per palesare le mire totalitarie del Cremlino – prese in contropiede Stalin. Di fronte allo spettro di una Germania unificata e capitalista e all’estensione degli aiuti ai paesi satelliti prevalse l’antico e mai sopito senso di insicurezza russo. Così, determinato a sabotare gli sforzi degli alleati e a tastare la credibilità americana, il Cremlino lanciò la sua offensiva con il golpe in Cecoslovacchia e il blocco di Berlino, «un buco nero geopolitico che avrebbe assorbito molte delle energie diplomatiche dei due ex alleati»[5]. La posta in gioco era enorme. Erano in ballo la risolutezza dell’America nel suo impegno in Europa e i fragili equilibri diplomatici tra gli alleati siglati a Londra. Lucius Clay, figura intransigente e a tratti simile ad un «dittatore», scrive Steil, divenne l’emblema dell’ostinazione americana per una Germania capitalista e nell’orbita europea. Pur di perseguire quella priorità, gli Stati Uniti avrebbero accettato l’idea di un blocco sovietico, di una lunga guerra fredda e di inevitabili sacrifici. L’imponente ponte aereo messo in piedi per rifornire la città di Berlino fu la dimostrazione di come ormai l’amministrazione avesse compreso che gli Stati Uniti, acquisita una «posizione di forza», «avrebbero vinto la guerra fredda […] dimostrando una capacità e volontà superiori»[6].

La crisi di Berlino, dunque, fu per Steil un momento catartico, il risultato della strenua volontà delle due potenze di far valere i propri interessi di sicurezza. La divisione politica della Germania fu, a quel punto, inevitabile. Gli eventi del 1948, tuttavia, confermarono il modus operandi del Cremlino e la vulnerabilità dell’Europa ai metodi coercitivi dei sovietici. Inoltre, per francesi e inglesi il revival della Germania avrebbe potuto innescare, nel lungo termine, una spirale di insicurezza sino a provocare un’invasione sovietica. Senza garanzie, gli europei non avrebbero accettato di sacrificare la propria incolumità in cambio degli aiuti. Come afferma sorprendentemente Steil, la nascita della NATO fu una diretta conseguenza del Piano Marshall e un’iniziativa americana per salvaguardarlo dall’intransigenza francese. Concepito inizialmente come un’iniziativa geopolitica per bilanciare l’Unione Sovietica senza trascinare il paese in una corsa al riarmo, alla fine l’ERP finì per giustificare la nuova linea «offensiva» del contenimento varata dal nuovo Segretario di Stato Acheson e del suo falco Paul Nitze. Lungi dall’accusare gli Stati Uniti di aver provocato la guerra fredda, Steil dimostra come il Piano Marshall abbia «accelerato e intensificato» tensioni già esistenti.

Negli ultimi capitoli, l’autore traccia un resoconto finale del volume. Prima attraverso un’autocritica, confrontando la sua tesi con volumi precedenti – in particolare rigettando le critiche mosse da Alan Milward e abbracciando storici e accademici del calibro di Michael Hogan – e ridiscutendo con dati e fatti il grande successo nel garantire la priorità per Washington: sventare il comunismo in Europa a discapito della stabilità finanziaria – o di favorire l’export americano – e accondiscendendo alle politiche economiche nazionali degli alleati. In conclusione, l’autore esce un po’ fuori dal seminato, lanciando un durissimo j’accuse alla mancanza di acume strategico delle amministrazioni che hanno supportato e permesso l’estensione della NATO. Per Steil non hanno compreso che «ogni passo verso Est era destinato ad accrescere la sfiducia russa nell’Occidente». Laddove gli architetti del ,e della NATO «riconoscevano che una linea era stata tracciata, […] disposti ad accollarsi i costi necessari per difenderla», l’approccio americano dopo il 1991 semplicemente «negava l’esistenza di quella linea»[7], sfidando ingenuamente il perimetro di sicurezza di Mosca in nome della democratizzazione. Un’idea che «presupponeva che la guerra fredda fosse stata condotta da Marx, non da Mackinder»[8], ma il comunismo in Europa era finito e la geografia non cambiò. «I grandi atti di politica si basano sul realismo oltre che sull’idealismo. È una lezione che bisognerebbe imparare di nuovo», chiosa perentorio. Un finale inaspettato nell’economia del testo, ciò non toglie l’imponenza delle argomentazioni e della lucida analisi macroeconomica nell’analizzare ciò che è stato il Piano Marshall.


[1] Tali osservazioni indussero i pianificatori militari a classificare lo studio come un documento ufficiale del Joint Chiefs of Staff. JCS Memo for Information n. 382, ‘A Security Policy for Post-War America’, si veda Melvyn Leffler, A Preponderance of Power. National Security, the Truman Administration and the Cold War, Stanford, Stanford University Press, p. 11; Mark Stoler, Allies and Adversaries. The Joint Chiefs of Staff, the Grand Alliance, and the U.S. Strategy in World War II, Chapel Hill, The University of North Carolina Press, 2000, p. 227.

[2] Ivi., p. 17.

[3] Ivi., p. 117.

[4] Ivi., p. 218.

[5] Ivi., p. 309.

[6] Ivi., p. 369.

[7] Ivi., p. 446.

[8] Ivi., p. 436.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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