“Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda” Benn Steil

Piano Marshall

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Divide and Invest. I retaggi del Piano Marshall

Il passaggio dello European Recovery Program fu anche un successo nel fronte interno della guerra fredda. Per la sua implementazione fu quindi centrale la collaborazione bipartisan instaurata con il senatore repubblicano Arthur Vandenberg, senza il cui aiuto il Piano Marshall con tutta probabilità non avrebbe passato il vaglio del Congresso. Proprio per questo i riflettori dovevano concentrarsi sulla sensibilità americana alla minaccia posta all’american way of life. «Il rapporto finale della commissione [Harriman]», scrive Steil, «metteva in chiaro che la ragione del sostegno al Piano Marshall era l’anticomunismo»[4]. Un collante decisivo tra democratici e repubblicani. Durante le audizioni al Congresso era emerso un interrogativo alquanto spiazzante: il Piano avrebbe favorito la pace o, marcando ancor di più la divisione dei due blocchi, inasprito le relazioni con i sovietici sino al punto di non ritorno? Se gli Stati Uniti si fossero sottratti dalla stabilizzazione pianificata in Europa avrebbero dovuto accettare costi e stanziamenti militari molto più onerosi per far fronte all’eventualità di un’Europa soggiogata dai sovietici. In sintesi, finanziare il Piano Marshall sarebbe stato molto meno costoso che «restare soli in un mondo ostile». La realtà era tutto fuorché una semplice dicotomia tra coesistenza e conflitto. La superiorità convenzionale dell’Unione Sovietica, oltre che le crescenti pratiche sovversive, rendevano il continente europeo un focolaio di tensioni in assenza di una presenza militare statunitense. Il monopolio atomico, per il momento, la rendeva superflua. Questa crescente preoccupazione sulla sicurezza militare dell’Europa occidentale avrebbe condotto ad esplorare l’idea di un’alleanza permanente tra le due sponde dell’Atlantico. Un’ipotesi che portò alla luce le contraddizioni del pensiero di uno dei principali protagonisti e alla sua progressiva emarginazione dal Policy Planning Staff: George Kennan.

Come argomenta l’autore grazie agli archivi russi, prima del discorso di Harvard i sovietici erano ancora disposti ad una qualche forma di collaborazione. L’iniziativa del Piano – estesa strategicamente anche ai paesi dell’Europa dell’Est per palesare le mire totalitarie del Cremlino – prese in contropiede Stalin. Di fronte allo spettro di una Germania unificata e capitalista e all’estensione degli aiuti ai paesi satelliti prevalse l’antico e mai sopito senso di insicurezza russo. Così, determinato a sabotare gli sforzi degli alleati e a tastare la credibilità americana, il Cremlino lanciò la sua offensiva con il golpe in Cecoslovacchia e il blocco di Berlino, «un buco nero geopolitico che avrebbe assorbito molte delle energie diplomatiche dei due ex alleati»[5]. La posta in gioco era enorme. Erano in ballo la risolutezza dell’America nel suo impegno in Europa e i fragili equilibri diplomatici tra gli alleati siglati a Londra. Lucius Clay, figura intransigente e a tratti simile ad un «dittatore», scrive Steil, divenne l’emblema dell’ostinazione americana per una Germania capitalista e nell’orbita europea. Pur di perseguire quella priorità, gli Stati Uniti avrebbero accettato l’idea di un blocco sovietico, di una lunga guerra fredda e di inevitabili sacrifici. L’imponente ponte aereo messo in piedi per rifornire la città di Berlino fu la dimostrazione di come ormai l’amministrazione avesse compreso che gli Stati Uniti, acquisita una «posizione di forza», «avrebbero vinto la guerra fredda […] dimostrando una capacità e volontà superiori»[6].

La crisi di Berlino, dunque, fu per Steil un momento catartico, il risultato della strenua volontà delle due potenze di far valere i propri interessi di sicurezza. La divisione politica della Germania fu, a quel punto, inevitabile. Gli eventi del 1948, tuttavia, confermarono il modus operandi del Cremlino e la vulnerabilità dell’Europa ai metodi coercitivi dei sovietici. Inoltre, per francesi e inglesi il revival della Germania avrebbe potuto innescare, nel lungo termine, una spirale di insicurezza sino a provocare un’invasione sovietica. Senza garanzie, gli europei non avrebbero accettato di sacrificare la propria incolumità in cambio degli aiuti. Come afferma sorprendentemente Steil, la nascita della NATO fu una diretta conseguenza del Piano Marshall e un’iniziativa americana per salvaguardarlo dall’intransigenza francese. Concepito inizialmente come un’iniziativa geopolitica per bilanciare l’Unione Sovietica senza trascinare il paese in una corsa al riarmo, alla fine l’ERP finì per giustificare la nuova linea «offensiva» del contenimento varata dal nuovo Segretario di Stato Acheson e del suo falco Paul Nitze. Lungi dall’accusare gli Stati Uniti di aver provocato la guerra fredda, Steil dimostra come il Piano Marshall abbia «accelerato e intensificato» tensioni già esistenti.

Negli ultimi capitoli, l’autore traccia un resoconto finale del volume. Prima attraverso un’autocritica, confrontando la sua tesi con volumi precedenti – in particolare rigettando le critiche mosse da Alan Milward e abbracciando storici e accademici del calibro di Michael Hogan – e ridiscutendo con dati e fatti il grande successo nel garantire la priorità per Washington: sventare il comunismo in Europa a discapito della stabilità finanziaria – o di favorire l’export americano – e accondiscendendo alle politiche economiche nazionali degli alleati. In conclusione, l’autore esce un po’ fuori dal seminato, lanciando un durissimo j’accuse alla mancanza di acume strategico delle amministrazioni che hanno supportato e permesso l’estensione della NATO. Per Steil non hanno compreso che «ogni passo verso Est era destinato ad accrescere la sfiducia russa nell’Occidente». Laddove gli architetti del ,e della NATO «riconoscevano che una linea era stata tracciata, […] disposti ad accollarsi i costi necessari per difenderla», l’approccio americano dopo il 1991 semplicemente «negava l’esistenza di quella linea»[7], sfidando ingenuamente il perimetro di sicurezza di Mosca in nome della democratizzazione. Un’idea che «presupponeva che la guerra fredda fosse stata condotta da Marx, non da Mackinder»[8], ma il comunismo in Europa era finito e la geografia non cambiò. «I grandi atti di politica si basano sul realismo oltre che sull’idealismo. È una lezione che bisognerebbe imparare di nuovo», chiosa perentorio. Un finale inaspettato nell’economia del testo, ciò non toglie l’imponenza delle argomentazioni e della lucida analisi macroeconomica nell’analizzare ciò che è stato il Piano Marshall.

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[4] Ivi., p. 218.

[5] Ivi., p. 309.

[6] Ivi., p. 369.

[7] Ivi., p. 446.

[8] Ivi., p. 436.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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