Piattaforme cooperative. Intervista a Damiano Avellino
- 28 Marzo 2022

Piattaforme cooperative. Intervista a Damiano Avellino

Scritto da Giacomo Bottos

8 minuti di lettura

Le piattaforme giocano oggi un ruolo centrale in numerosi ambiti delle nostre vite e sembrano essere destinate a diffondersi sempre più, anche sulla spinta dei processi di diffusione della digitalizzazione accelerati dalla pandemia. Al fenomeno delle piattaforme e ai suoi impatti su lavoro, relazioni sociali, città, democrazia, privacy e informazione nel 2020 abbiamo dedicato un numero cartaceo di Pandora Rivista.

Con questa intervista a Damiano Avellino, fondatore di Elemental Studio e della piattaforma cooperativa Fairbnb.coop, approfondiamo il tema delle piattaforme cooperative, che si propongono come un modello alternativo a quello estrattivo, tipico delle “piattaforme tradizionali”.


Quali sono, a suo avviso, i tratti distintivi della “economia delle piattaforme” che è utile ricordare per ricostruire il contesto di questa riflessione?

Damiano Avellino: Quando parliamo di economia di piattaforma parliamo di un fenomeno talmente vasto, rapido e pervasivo che difficilmente si può dare una risposta esaustiva a questa domanda. L’importanza che le piattaforme hanno nei processi attuali e futuri cozza, inoltre, con lo scarso livello di consapevolezza della società civile e del decisore pubblico rispetto al funzionamento e alle conseguenze di questo nuovo modello economico. Credo che per iniziare a capire questo paradigma sia importante tener presenti tre aspetti fondamentali: innanzitutto, la natura delle piattaforme; secondo, il ruolo che hanno assunto nella nostra società; infine, gli enormi rischi a cui andiamo incontro se non agiamo immediatamente per cambiare l’attuale modello. La caratteristica principale delle piattaforme è che non producono o possiedono quello che vendono, ma mettono in contatto utenti che scambiano valore (Airbnb non possiede case, ma mette in contatto chi vuole affittare, Facebook non produce i contenuti, ma sono gli utenti a condividerli, ecc.). Quindi, rispetto all’economia industriale, dove era centrale il controllo interno delle aziende sulla produzione, in questo nuovo paradigma è fondamentale la capacità di abilitare la creazione e lo scambio di valore tra attori esterni all’impresa: gli utenti. Questo modello ha avuto un successo tale da portare, nel giro di vent’anni, un oligopolio di aziende a raggiungere un potere senza precedenti su ogni aspetto delle nostre vite, dal modo in cui comunichiamo (WhatsApp) a quello in cui viaggiamo (Airbnb) o addirittura troviamo l’amore (Tinder). Un altro aspetto da ricordare è che le piattaforme hanno carattere estrattivo, cioè estraggono valore sotto forma di commissioni e dati, pagando pochissime tasse nei Paesi in cui operano. La cornice istituzionale e legislativa attuale è del tutto inadeguata a reagire a questo fenomeno, basti pensare che un’azienda come Netflix nel 2019 ha pagato solo 6.000 euro di tasse in Italia a fronte di centinaia di milioni di euro di fatturato. A prescindere dall’aspetto meramente economico, la grandezza e la pervasività delle piattaforme hanno portato questi attori a svolgere ruoli chiave a livello socioeconomico. L’importanza di questo fenomeno risiede nel triplice ruolo che le piattaforme hanno assunto: sono diventate infrastrutture, al tempo stesso rappresentano le fabbriche contemporanee e sono anche il primo strumento di ingegneria sociale. Sono infrastruttura perché svolgono una serie di servizi fondamentali per il funzionamento dell’economia (cloud). Sono fabbrica perché costituiscono spesso il luogo in cui il valore è prodotto (creazione di contenuti). Sono strumento di ingegneria sociale poiché modificano in maniera profonda la nostra mente, la maniera in cui interagiamo tra di noi e come la cultura si crea e si propaga. A prescindere da come analizziamo questo fenomeno penso sia fondamentale rendersi conto degli enormi rischi che stiamo correndo. A livello geopolitico, l’Europa è sede unicamente del 3% delle grandi piattaforme (la maggior parte delle piattaforme che usiamo sono statunitensi): questa situazione introduce il tema della sovranità digitale, ovvero la capacità da parte degli Stati di controllare la tecnologia e i suoi effetti sulla sfera socioeconomica. A livello di singolo individuo le piattaforme hanno un impatto enorme sul mondo del lavoro, acutizzando una doppia tendenza: da una parte favoriscono una star economy in cui pochi lavoratori/aziende catturano tantissimo valore tramite le piattaforme (pensiamo all’industria musicale o a quella degli influencer in cui pochissimi utenti realizzano guadagni stratosferici, mentre la maggior parte ne percepisce pochi o nulla) e una race to the bottom che porta a uno schiacciamento delle retribuzioni del ceto medio verso il basso (ad esempio, se posso acquistare un Logo sulla piattaforma Fiverr per 10 euro non mi rivolgerò a uno studio grafico che ne richiede 30 volte tanto). La concentrazione di potere senza precedenti delle piattaforme impone quindi riflessioni e azioni immediate per salvaguardare le fondamenta degli Stati democratici, la qualità del lavoro e, più in generale, il controllo sulle nostre vite. Per provare a cambiare la situazione attuale è fondamentale portare avanti azioni istituzionali e allo stesso tempo promuovere modelli alternativi dal basso. Per chi vuole approfondire come funziona l’economia di piattaforma consiglio i libri di Sangeet Paul Choudary o i contenuti creati da Simone Cicero e Boundaryless.io, con cui collaboro.

 

Che cos’è una piattaforma cooperativa? Qual è l’idea alla base?

Damiano Avellino: Le piattaforme cooperative rappresentano un modello alternativo di piattaforma rispetto a quello attuale. L’idea di base è quella di rendere gli utenti proprietari delle piattaforme che utilizzano garantendo trasparenza, controllo sui dati e sul valore generato. Si immagini un Uber in cui i tassisti sono i proprietari della piattaforma e in cui la gestione democratica sposta il controllo dagli investitori ai lavoratori/utenti, garantendo che lo scopo ultimo sia il bene degli utenti piuttosto che il profitto.

 

Vi sono dei legami tra il cooperativismo di piattaforma e l’idea di sharing economy? Quali sono state le cause della crisi di questo modello?

Damiano Avellino: La sharing economy rappresenta una parte dell’economia di piattaforma che è iniziata a emergere dopo la crisi del 2008, quando molte persone erano alla ricerca di introiti extra e servizi/beni a basso prezzo. La parabola di Airbnb è forse emblematica dell’illusione e dell’evoluzione di questo fenomeno: l’idea iniziale di poter affittare una stanza inutilizzata e guadagnare un piccolo extra sul proprio stipendio è cambiata rapidamente vedendo l’ascesa di host professionalizzati con decine o centinaia di appartamenti in affitto, spesso sottratti al mercato residenziale. L’esempio di Airbnb permette di capire come uno strumento che inizialmente può avere effetti positivi, se non regolamentato, possa sfociare in un modello che causa forti esternalità negative (gentrificazione dei centri storici, aumento delle disuguaglianze nelle città, ecc.). La crisi della sharing economy nasce dalle sue premesse. Al di là della scintillante narrativa di “condivisione” promossa dalla Silicon Valley, questo modello nasce per sfruttare ed estrarre profitto a discapito degli utenti e di altri stakeholder (si pensi ai residenti delle città storiche costretti a spostarsi per l’aumento del costo degli affitti generato da Airbnb). Le cooperative di piattaforma, avendo come premessa il benessere dei membri/utenti e seguendo i principi cooperativi, tra cui quello dell’impegno verso la collettività, possono garantire una valida alternativa al modello attuale. Analogamente a come è stato per le cooperative “tradizionali” nate e sviluppatesi nel Novecento, un modello di impresa mutualistica applicato al digitale può essere competitivo in un’economia di mercato come quella attuale, combinando sostenibilità economica e sociale.

 

Come nasce il cooperativismo di piattaforma?

Damiano Avellino: Questa idea nasce come risposta alla crescita della sharing economy e alla sua rapida degenerazione. Il movimento prende forma intorno al 2015, grazie al lavoro teorico di Trebor Scholz e Nathan Schneider che hanno coniato il termine e individuato esempi concreti di piattaforme che adottano un modello di proprietà cooperativa. L’idea è particolarmente calzante per quelle piattaforme che intermediano il lavoro (Uber, Just Eat, Fiverr) proprio perché storicamente le cooperative, basate su una proprietà condivisa dell’azienda da parte dei lavoratori, nel Novecento hanno rappresentato un modello molto florido, in grado di contrastare le derive del mercato e garantire più diritti. Questa idea ha raccolto rapidamente un notevole interesse da parte dei media e dell’accademia, espandendosi sia teoricamente che praticamente con la nascita di iniziative di piattaforma nei più diversi settori (sanità, mobilità, turismo, ecc.) che hanno iniziato a adottare questo modello di proprietà cooperativa.

 

Qual è stato lo sviluppo di questo fenomeno?

Damiano Avellino: L’iniziale entusiasmo e la grandissima diffusione a livello di media, ricercatori e persone interessate al fenomeno hanno contribuito a far nascere tante idee di piattaforme cooperative. Ci sono piattaforme di proprietà degli utenti per viaggi, per la raccolta di dati sanitari, per lavoratori domestici e così via. Le decine di iniziative nate nel corso degli ultimi cinque anni però non sono riuscite ancora ad affermarsi come un modello in grado di competere con le big tech (Amazon, Google, Airbnb ecc.). Per il mondo delle piattaforme cooperative è necessario quindi uscire dallo storytelling e capire quali sono le sperimentazioni di maggiore successo da replicare, quali sono stati gli errori commessi da alcune iniziative e soprattutto quali sono gli spazi di azione e di strategie migliori per sviluppare progetti sostenibili in grado di far emergere in maniera diffusa questo fenomeno.

 

Ci sono delle tipologie principali a cui si possono ricondurre le esperienze esistenti di piattaforme cooperative?

Damiano Avellino: A seconda che si analizzi il tipo di scambio che viene favorito si possono individuare tanti esempi in quasi tutti i settori: piattaforme di lavoro (Up&Go – piattaforma per lavoratori domestici), di mobilità (MODO – car-sharing cooperativo), di consumo (CoopCycle – food delivery), sanitarie (Savvy – raccolta dati medici), turistiche (Fairbnb – promozione viaggi etici) e così via. Rispetto alle originali iniziative nate in maniera spontanea da piccoli gruppi, negli ultimi anni si stanno iniziando a muovere anche le grandi cooperative tradizionali. In Svizzera per esempio Digitec, il più grande store online del Paese, è di proprietà di una cooperativa di consumo con oltre 2 milioni di membri e fattura circa il doppio di Amazon. L’ingresso del mondo cooperativo tradizionale nel settore delle piattaforme rappresenta un promettente sviluppo verso la sostenibilità delle piattaforme cooperative.

 

Qual è la storia delle esperienze che ha seguito più direttamente?

Damiano Avellino: Il progetto che mi ha portato all’interno di questo mondo è stato Fairbnb, la cui storia è interessante perché nasce in maniera spontanea da persone di diverse città mosse dall’intento di creare un’alternativa etica alle grandi piattaforme di viaggio. L’idea di creare una piattaforma che funziona come Airbnb, ma permette di donare metà delle commissioni trattenute a progetti di sostenibilità ambientale, economica e sociale per le comunità ospitanti, ha raccolto un grande interesse e supporto iniziale. Il progetto, nonostante le ottime premesse, per diversi motivi sta faticando a raggiungere un’adozione di massa specialmente da parte degli host (la massa critica è il numero di utenti abbastanza elevato da garantire la crescita sostenibile della piattaforma). Da un punto di vista di impatto il progetto non ha ancora raggiunto i suoi scopi, però ha permesso di sensibilizzare molte persone sulle problematiche di Airbnb. Nell’ultimo anno e mezzo mi sono dedicato invece allo sviluppo di progetti che partono da bisogni di cooperative esistenti e quindi spesso più legati al mondo B2B. Uno particolarmente interessante è quello di una app per taxi avviato a Bologna. Il progetto nasce dalla spinta di CO.TA.BO. (la più grande cooperativa taxi bolognese, fondata nel 1967) che ha voluto sviluppare una app propria per la prenotazione delle corse come risposta alla possibile minaccia di Uber e altre piattaforme simili. Dalle esperienze di questi anni abbiamo poi deciso di creare una cooperativa, Elemental Studio, per favorire la creazione di progetti di piattaforme partendo dai bisogni di cooperative esistenti. I progetti che stiamo seguendo sono forse meno “entusiasmanti” rispetto a un progetto come Fairbnb, ma risolvono problemi reali del mondo cooperativo e rappresentano una strada percorribile per iniziare a creare strumenti e piattaforme di proprietà condivisa. Credo che il futuro del mondo delle piattaforme cooperative sia proprio qui: partire da quelli che sono i bisogni delle organizzazioni cooperative, piuttosto che creare la copia etica di piattaforme esistenti. In generale, ritengo che partire dal creare piattaforme per i vari settori cooperativi (che ad oggi combinati rappresentano il 10% del PIL italiano) possa validare un modello adottabile poi dal terzo settore e dal settore pubblico.

  

Quali potenzialità e problematiche vede per il futuro? 

Damiano Avellino: Fino ad oggi il mondo cooperativo ha agito in maniera frammentata rispetto all’economia di piattaforma e senza avere una strategia basata su una analisi profonda dei bisogni e delle opportunità realmente percorribili. Nei prossimi cinque anni la sfida delle piattaforme si sposterà nel mondo B2B, nella sanità e nel settore pubblico e, se il mondo cooperativo sarà in grado di sviluppare strategie e aggregare le giuste competenze, potrà fornire un valido modello per evitare che il “colonialismo digitale” sia esteso a settori chiave della nostra società. Almeno in Italia nei prossimi anni si cercherà di seguire questo percorso che, sono convinto, porterà successi in tanti settori diversi. Ma non sarà sufficiente una strategia più strutturata del mondo cooperativo tradizionale, è infatti più necessario che mai agire anche a livello politico per diminuire al più presto la dipendenza da piattaforme estere con ogni mezzo possibile. Se non agiamo subito continueremo a vedere progressivamente erodere da parte delle Big Tech quote di mercato in tanti settori tradizionali. Rischiamo di essere impotenti rispetto agli effetti della disoccupazione tecnologica causata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale da qui ai prossimi vent’anni, così come rispetto a tutto il vasto settore della realtà virtuale che rappresenta uno dei prossimi terreni di sfruttamento delle Big Tech. Nel prossimo futuro lavoro, educazione e sanità saranno sempre più mediati dalle piattaforme: perseguire una via di resilienza vuol dire creare infrastrutture e “fabbriche digitali” etiche e cooperative. Delle piattaforme al servizio del bene comune.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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