“Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” di Enrico Borghi

Piccole Italie

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Piccole Italie: come reinterpretare il territorio

Che fare dunque? Il secondo merito del libro è il suo approccio propositivo. Enrico Borghi non si limita ad una semplice disamina storico-critica della questione territoriale, ma ci fornisce appunti per un progetto. Il secondo, il terzo e il quarto capitolo, come ha scritto Giuseppe Dematteis, sono: «un buon saggio di geografia umana […] che in realtà è una geografia politica»[7].

Avvalendosi di una serie di mappe molto dettagliate, Enrico Borghi fotografa minuziosamente le fratture territoriali in atto, dal rapporto città-campagna al ruolo dell’agricoltura, passando per l’annoso problema della parcellizzazione comunale, per poi proporre riforme costruttive, che mettano ordine soprattutto nei livelli di governance intermedia[8].

Occorre, secondo Borghi, una ridefinizione completa del coordinamento tra governo centrale, regioni e comuni, che sistemi una situazione attuale assolutamente caotica. Questo riordino generale delle competenze deve però partire dall’esigenza di assicurare alle autonomie locali una capacità di esplicitarsi liberamente. Con istituzioni di tal fatta, finalmente fuori dalla logica space blind (cieche ai luoghi), allora si riafferma un principio di fondo: l’affermazione del valore e delle realtà territoriali italiane, con tutte le loro peculiarità, nel rinnovamento dell’ordine democratico[9].

Nuovamente, Borghi richiama la positività dei territori, che diventano spinta propulsiva per il Paese quando si inseriscono nella preziosa sperimentazione della SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne[10], pensata proprio per rispondere localmente alle grandi sfide globali. Segue un capitolo di respiro più ampio, in cui Borghi descrive come altri Stati europei hanno affrontato la questione della marginalizzazione dei luoghi. Riforme organiche sono state fatte in Francia, Germania, Austria, Spagna e Svizzera, con risultati più o meno efficaci. Ad esempio in Francia il sistema delle communautés, sorta di associazioni di comuni, ha integrato un’idea politica di sviluppo territoriale con una gestione dei servizi molto efficiente.  Paradossalmente, sostiene Borghi, uno Stato dall’impianto altamente centralista e meno rispettoso dell’autonomia dell’Italia, si è mostrato più lineare ed efficace[11].

Al contrario, la distanza tra la percezione reale del problema e il dibattito a livello centrale in Italia resta siderale. Senza fare sconti, Borghi sintetizza: «parlare di riforma delle Poste a Roma significa discutere di alta finanza, parlarne nei territori significa dire alla gente se domani avranno ancora il servizio del postino o meno»[12]. Questioni complesse, che richiedono «mani da chirurgo»[13] pazienza e alta formazione politica.

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[6] Ibidem, p. 64.

[7] G. Dematteis, Le aree interne, in “Dislivelli”, 5 settembre 2017. URL:  http://www.dislivelli.eu/blog/le-aree-interne.html

[8] Con una riuscitissima metafora: «la trasformazione dell’antico bruco provinciale nella farfalla dell’ente di area vasta», E. Borghi, Piccole Italie, cit., p.5.

[9] Ibid. p. 62.

[10] Si veda, su questo tema un recente articolo di Pandora Rivista: https://www.pandorarivista.it/articoli/divario-centro-periferia-aree-interne/.

[11] Ibid. pp. 110-111.

[12] S. Rizzi, Puntare sui piccoli Comuni per fare il Piemonte, in: «Lo Spiffero», 28 maggio 2017. URL: http://www.lospiffero.com/ls_article.php?id=33681

[13] Ibid. p. 78.


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(1992) Originario del Friuli si è Laureato in storia e in Relazioni Internazionali all'università di Bologna. Ammesso al PhD in International History del Graduate Institute di Ginevra. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Dopo aver lavorato a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia a Bruxelles, ha svolto il tirocinio UE presso il Comitato delle Regioni.

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