Piero Calamandrei, una vita per la libertà

Piero Calamandrei

“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare”. Quella che sembra la massima di una saggezza arcana, è in realtà una frase tratta da un’appassionata difesa della giovane Costituzione Italiana che Piero Calamandrei pronunciò davanti agli studenti milanesi nel 1955. Giurista, padre costituente e appassionato uomo politico, Calamandrei attraversò la brutale temperie culturale e politica fascista recando con sé un nuovo ordine di principi di diritto, fondamentale per la successiva edificazione di quel sistema costituzionale per cui egli, nei primi cruciali anni, si prodigò con ardente passione e straordinario senso civico.

Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile 1889 da Rodolfo, professore di diritto commerciale, e Laudomia Pimpinelli. L’infanzia si svolse placidamente all’insegna delle idealità repubblicane dal padre, deputato dal 1906 al 1908, che impartì al figlio un’educazione severa, di cui il rigore morale caratteristico del giurista è la cifra più evidente. Questi dimostrò precocemente una spiccata vocazione letteraria, trasposta nei versi e favole pubblicati tra 1910 e 1912 su alcune riviste, tra cui il celebre Corriere dei Piccoli e Il Giornalino della Domenica.

Seguendo la tradizione famigliare Calamandrei si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa, dove nel 1912 discusse con Carlo Lessona una tesi di laurea sulla chiamata in garanzia. Recatosi successivamente a Roma per perfezionare gli studi di diritto processuale, rimase profondamente influenzato da Giuseppe Chiovenda, fondatore di una nuova scuola processualcivilistica improntata ad un approccio più sistematico della materia e del diritto in generale.

Nel 1915, anno in cui ottenne la cattedra di diritto processuale civile a Messina, Calamandrei scelse di arruolarsi nell’esercito, complice un effimero quanto diffuso entusiasmo interventista all’ingresso dell’Italia in guerra. Iniziando come sottotenente, per poi diventare sul finire del conflitto capitano decorato e successivamente tenente colonnello, Calamandrei si distinse sul fronte tanto in battaglia quanto nel campo dell’avvocatura. Infatti, nel mezzo del conflitto scelse di difendere otto commilitoni accusati di aver abbandonato il loro posto, riuscendo a vincere il processo e ad evitar loro pesanti conseguenze.

All’indomani della ripresa dell’attività accademica Calamandrei si concentrò sullo sviluppo delle tesi chiovendiane di rottura con la tradizione giuridica d’ascendenza liberale. Chiovenda infatti, superando la concezione tradizionale dell’istituto processuale, in cui l’utilizzo dei relativi strumenti doveva essere riservata in via privilegiata alle parti interessate, vi sostituì un sistema dove l’attribuzione di larghi poteri ai giudici aveva come obiettivo la soddisfazione di interessi non più particolari, bensì generali.

Tale caratura, lungi dal suggerire tentazioni stataliste, rappresentava invece un passo in direzione di una visione più realistica del processo. Nella visione liberale quest’ultimo era visto come luogo ideale per la composizione di controversie tra parti, che a loro volta erano reputate perfettamente alla pari nell’utilizzo degli strumenti giuridici a disposizione. La nuova redistribuzione di potere teorizzata da Chiovenda prendeva invece atto di una realtà diametralmente opposta, caratterizzata da inevitabili squilibri tra i contendenti. In tal senso la funzione riequilibratrice del giudice era perciò necessaria per un il buon funzionamento dell’istituto e consequenzialmente per la salvaguardia dell’interesse generale.

Nei due volumi su La Cassazione Civile, pubblicati nel 1920, Calamandrei riprese l’afflato riformista proprio delle teorie del maestro. Oltre ad un approccio propriamente politico del diritto, evidente nella proposta di istituire una corte di cassazione unica al posto delle cinque corti regionali, il giurista fiorentino perseguì una costante ricerca di strumenti giuridici capaci di assicurare sia la supremazia del diritto che la sua certezza di fronte ad ogni sorta di sperequazione.

A tale impeto riformista fa da cornice il sistematico superamento di quel “formalismo labirintico” che, stritolando il sistema liberale nelle spire di un rigorismo fine a se stesso, finiva inevitabilmente per corrompere il buon andamento delle procedure giudiziarie. A tal proposito Calamandrei esaltava la “funzione utile del diritto”, riconducendo puntualmente le più ardite costruzioni teoriche alla loro matrice ideologica in nome della valorizzazione della finalità ultima della processualistica civile: un rapporto chiaro ed efficace con il cittadino e i suoi diritti.

I primi segni del passaggio di Calamandrei dalla “politica del diritto” alla politica vera e propria sono rinvenibili nell’incontro con Gaetano Salvemini nel 1919 e nella collaborazione con L’Unità nel 1920, anno in cui partecipò anche alla fondazione del Circolo di cultura fiorentino. Un anno dopo venne dato alle stampe Troppi Avvocati!, in cui Calamandrei affrontava il nodo della formazione giuridica degli avvocati e della loro organizzazione professionale, proponendo in tal senso una riforma complessiva delle facoltà di Giurisprudenza.

Nel 1921 Calamandrei, diventato professore ordinario a Siena, tenne nell’ateneo della città un discorso intitolato Governo e Magistratura, felice incontro tra le suggestioni chiovendiane e un’apologia del moderno Stato di diritto. Oltre a rivolgere i propri strali contro l’astruso dogmatismo liberale Calamandrei implementò la costruzione teorica del maestro, legando le implicazioni sociali di quest’ultima all’efficienza propria del Rechtsstaat, criticando per questo le ingerenze dell’esecutivo nella sfera del potere giudiziario in favore di una sua maggiore autonomia ed indipendenza dei suoi operatori. In altre parole, Calamandrei non solo recepì la lezione del maestro in materia di maggiori attribuzioni alla magistratura, ma sviluppò una teorizzazione più universale, oltre il seminato della processualistica civile, inserendovi un ordine di principi generali evidenti poi nell’opera di disturbo/revisione del regime fascista e nell’impegno successivo per la legalità costituzionale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: I primi anni: sulle orme del Chiovenda

Pagina 2: Calamandrei e il fascismo

Pagina 3: Libertà è Costituzione: l’ossigeno della Democrazia


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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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