Piero Gobetti tra formazione delle élite e crisi della rappresentanza liberale

Gobetti

Questo articolo, cui ne seguiranno altri affini per tematica, è tratto dal testo di un intervento tenuto dall’autore in occasione del seminario Gobetti e Matteotti interpreti della crisi della rappresentanza liberale, svoltosi presso il Collegio Borromeo di Pavia il 09.05.2017. Si chiede pazienza al lettore, ma questo articolo non è autosufficiente: esso andrà letto come preliminare per i prossimi.


A Jaka Makuc, organizzatore dell’evento e animatore di quel dibattito, è con amicizia dedicato questo stralcio, così come i prossimi

Tra i molteplici spunti di riflessione “tematici” che si possono espungere dall’ampio cimentarsi di Piero Gobetti in ambito culturale e politico, indubbiamente una sferzante critica nei confronti della classe dirigente post-risorgimentale, del sistema politico italiano e delle culture politiche dominanti agli albori della sua generazione, che come viene programmaticamente definita in sede di prefazione alla Rivoluzione liberale, “sta assolvendo dei doveri che le attribuiscono alcuni inesorabili diritti” è fil rouge che accompagna tutti gli scritti del giovane intellettuale – dall’epistolario privato (ancora inedito per quanto riguarda l’ampio biennio dell’attività dell’intellettuale torinese, ’24 – ’26, mentre è stato pubblicato solo qualche mese fa, dopo un lavoro più che decennale, il carteggio dell’anno 1923) agli articoli pubblicati man mano sulle tre riviste guidate da Gobetti (Energie Nove e Rivoluzione liberale nella fattispecie: Il Baretti ebbe taglio piuttosto letterario). In quella che appare un’attività tutta tesa alla diagnosi dei mali dell’Italia più che ad una prognosi (perlomeno positiva) e ad una eventuale cura, l’analisi sulla classe dirigente e sui limiti della rappresentanza democratica da essa, al momento dell’analisi gobettiana, interpretata è punto cruciale ma non unico.

Sarebbe probabilmente troppo facile, e abbastanza inutile, trascrivere un rosario di esempi “limite”, di passaggi dell’opera politica di Gobetti in cui l’intellettuale lamenta una inadeguatezza della rappresentanza della classe dirigente al governo dell’Italia, dei partiti (e in generale dei corpi intermedi). Sarebbe facile ma probabilmente anche impresa colossale, se animata da una volontà di completezza, e dunque vi ho rinunziato. Le critiche che in tutta la seconda sezione di Rivoluzione liberale[1], nonché nei numerosissimi articoli che Gobetti pubblicava settimana per settimana sulle riviste da lui dirette (e non solo, è noto a tutti il fatto che il nostro collaborò con decine di periodici nel corso della sua vita), il giovane torinese riserva all’intera classe dirigente del paese sono all’ordine del giorno e perfettamente visibili in un quadro d’insieme, in cui molti sono i sommersi (la buona parte della classe dirigente post-unitaria e post-risorgimentale) e pochissimi i salvati. È molto interessante, piuttosto, evidenziare come i pochissimi salvati da Gobetti siano, in un modo o in un altro, spesso con differenze profondissime sia per quanto concerne il retroterra culturale che per quanto riguarda l’azione politica (tre nomi su tutti: Cavour, Gramsci, Sturzo: tre personalità disposte a poli opposti, per epoca per pensiero e per progetto politico), forieri di una sorta di “alternativa di rappresentanza” (così si potrebbe definirla), di una risposta netta alla crisi della politica.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Il compito dei liberali


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Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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