Piombino: l’acciaio nella crisi (2008-2017)
- 04 Dicembre 2017

Piombino: l’acciaio nella crisi (2008-2017)

Scritto da Enrico Cerrini

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Piombino e la gestione commissariale

A dicembre 2012, il CdA del gruppo Lucchini presenta la richiesta di amministrazione straordinaria al Tribunale di Livorno. Il 21 dicembre il Ministero dello sviluppo economico nomina Piero Nardi Commissario straordinario e il 7 gennaio 2013 il tribunale di Livorno dichiara lo stato di insolvenza del gruppo Lucchini ai sensi della legge Marzano. La stessa legge delinea due strade per riequilibrare un’azienda in stato di insolvenza: la ristrutturazione aziendale o la vendita di rami d’azienda.

L’amministrazione straordinaria dipinge un’azienda al collasso: i debiti aumentano mentre le vendite precipitano e il patrimonio netto risulta azzerato. Nardi sostiene che la crisi è causata dalle carenze impiantistiche, oltre che dalla situazione congiunturale e dal lungo processo che ha portato al commissariamento. Da questo punto di vista, la struttura portuale non sarebbe adeguata perché i fondali non permettono l’arrivo di grandi navi in grado di garantire economie di scala nell’acquisto di materie prime, le quali sono pagate da Lucchini circa il 5% in più rispetto ai competitori. Neanche la cokeria e i parchi carbonili sarebbero dotati di dimensioni sufficienti a garantire l’efficienza tecnico-economica.

Piero Nardi consiglia la vendita dello stabilimento, ma ritiene utopistico cederlo interamente perché occorrono circa 500 milioni di euro per garantirne la competitività economica e la compatibilità ambientale. Si ipotizzano quattro modalità di vendita: Altoforno e laminatoi, forno elettrico e laminatoi, solo laminatoi, singoli impianti.

La prima ipotesi prevede che la vendita dell’intero ciclo integrale possa essere accompagnata dalla realizzazione di un altoforno a tecnologia COREX[1], il quale sostituirebbe l’AFO4 garantendo un minore impatto ambientale e una maggiore efficienza economica. Tale prospettiva impiegherebbe circa 2.136 operai a fronte dei 2.200 attuali. La seconda ipotesi di riconversione dell’acciaieria a forno elettrico potrebbe occupare circa 1.362 unità. La terza ipotesi concernente l’utilizzo dei soli laminatoi garantirebbe una prospettiva occupazionale di circa 1.035 unità e segnerebbe la cessazione della produzione di acciaio. Infine, il Commissario si dichiara impossibilitato a prevedere gli andamenti occupazionali in caso di vendita di singoli rami d’azienda.

La visione fosca sulle qualità impiantistiche di Piombino, induce la struttura commissariale a cessare l’attività dell’altoforno il 24 aprile 2014. La mossa si auspica di stimolare la progettazione del forno elettrico, lasciando aperta sia l’ipotesi dello sviluppo del processo COREX che quella del ripristino dell’AFO4. I sindacati e le parti sociali si oppongono al provvedimento, poco convinti dei dati che presentano un’acciaieria in perdita a causa della struttura produttiva. A loro parere, la ghisa veniva prodotta tramite una tecnica che permetteva di razionalizzare la spesa usando minori quantità di materie prime. Le gravi perdite di bilancio avrebbero dovuto essere imputate all’ufficio vendite, colpevole di non coprire adeguatamente il mercato.

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Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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