Piombino: l’acciaio nella crisi (2008-2017)
- 04 Dicembre 2017

Piombino: l’acciaio nella crisi (2008-2017)

Scritto da Enrico Cerrini

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La vendita

Dal punto di vista delle procedure di vendita, il 2014 si apre con l’arrivo del fantomatico imprenditore algerino Khaled Al Habahbeh, proprietario del gruppo SMC con sede a Tunisi. Si vocifera che tale gruppo produca succhi di frutta, ma il proprietario risulta sconosciuto al mondo della finanza, anche se afferma di possedere le risorse necessarie per mantenere l’assetto occupazionale investendo nella tecnologia COREX. Malgrado sia caldeggiata da alcuni rappresentanti del sindacato e delle istituzioni, l’offerta si rivela inconsistente e il gruppo SMC non riesce a presentare le necessarie garanzie finanziarie.

Appare più concreta la manifestazione d’interesse del gruppo Duferco, guidato dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, ma si defila diramando una nota sibillina in cui si denuncia un ambiente ostile. Probabilmente, le ripetute esternazioni in odore di conflitto di interesse del patron di Federacciai a sostegno della dismissione dell’altoforno, non hanno aiutato i rapporti tra l’imprenditore e i sindacati. Non si concretizza neanche un’offerta del principale produttore d’acciaio mondiale, Arcelor Mittal, proprietario della seconda fabbrica piombinese, la Magona d’Italia.

Si formalizza invece l’offerta del gruppo indiano JSW di proprietà della famiglia Jindal, interessato all’acquisto dei soli laminatoi. Malgrado l’offerta preveda una forte riduzione dell’occupazione, nessuno mette in dubbio la sua autorevolezza data l’esperienza dell’azienda nella produzione d’acciaio. Quando sembra ormai assodato l’acquisto da parte di JSW, ad ottobre 2014, si presenta in città Issad Rebrab, il principale imprenditore algerino, nonché ottavo uomo più ricco d’Africa secondo Forbes. Rebrab è proprietario del gruppo Cevital, colosso che impiega circa 15.000 dipendenti. La forza del gruppo è il settore agroalimentare, anche se ha recentemente diversificato la produzione risanando un’azienda di elettrodomestici che possiede alcune fabbriche in Francia.

Rebrab si presenta come proprietario di un gruppo solido, intenzionato a confermare i livelli occupazionali, a fronte del piano JSW che garantirebbe l’occupazione di circa 750 dipendenti. Cevital dichiara di essere pronta ad investire 400 milioni di euro, di cui 150 nella realizzazione di due forni elettrici, 100 nello sviluppo di un impianto agroalimentare e 150 nella costituzione di una piattaforma logistica che sfrutti i nuovi volumi del porto recentemente inaugurati. Cevital propone inoltre di realizzare nella madrepatria un impianto che sfrutti il basso costo del gas algerino per produrre il pre-ridotto[2] con cui alimentare il forno elettrico. Difatti, se fosse alimentato dal solo rottame di ferro, il forno elettrico avrebbe dei costi di produzione poco competitivi.

Tuttavia, tali proposte appaiono come una dichiarazione di intenti da aggiornare successivamente, visto che un forno elettrico costa circa 300 milioni di euro a fronte dei 150 stanziati da Rebrab. Al tempo stesso, non si concretizza una contro offerta da parte di JSW che potrebbe prevedere la costruzione di un impianto di pre-ridotto e di due forni elettrici a Piombino. Malgrado i dubbi scaturiti dall’inesperienza di Rebrab nei confronti della siderurgia, a fronte della solidità del gruppo, delle prospettive occupazionali e dell’importanza di continuare a produrre acciaio, gli interessati concordano nella bontà dell’offerta algerina. A dicembre 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico avalla la vendita dello stabilimento piombinese a Cevital.

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Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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