“Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo” di Nadia Urbinati
- 21 Dicembre 2020

“Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo” di Nadia Urbinati

Recensione a: Nadia Urbinati, Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo, Editori Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 120, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Alice Fill

5 minuti di lettura

Il “conflitto” è diventato la cenerentola del linguaggio politico. Al suo posto, quando si parla di forme di azione collettiva e manifestazioni popolari di scontento, parole come “rabbia”, “odio” e “ribellione” la fanno da padrone. È tuttavia proprio dalla ridefinizione del conflitto politico che prende le mosse la pungente analisi di Nadia Urbinati nel suo ultimo libro, Pochi contro molti. In un centinaio di pagine e con una scrittura che vuole essere facilmente accessibile anche ai non addetti ai lavori, questo breve saggio si propone niente meno che dare un nuovo significato alle forme di conflitto che hanno costellato il XXI secolo fin dai sui inizi, con la concatenazione trasversale di manifestazioni e proteste che hanno riempito le piazze di tutto il mondo – da Hong Kong a Beirut – di uno scontento viscerale e diffuso, eppure alieno alle manifestazioni classiche del conflitto politico, legate a forme di organizzazione sindacale o partitica.

La questione davvero cruciale di questo nuovo conflitto, scrive Urbinati, non va tuttavia cercata nella consueta contrapposizione dei “molti” di queste piazze contro i “pochi”, intesi sia come l’oligarchia dei ricchi e dei potenti che come l’establishment rappresentato dai leader di partito. Al contrario, «la contrapposizione oggi più radicale è quella dei “pochi” contro “i molti”, anche se questo aspetto non si manifesta con la stessa dirompente chiarezza, perché l’azione contrastante dei “pochi” opera generalmente in maniera indiretta e sottotraccia» (p.5). In un rovesciamento della contrapposizione delle piazze contro i palazzi del potere, Urbinati mette a fuoco l’altra battaglia, la più persistente e fatale delle lotte, che tematizza il divorzio cruciale del nostro tempo, nonché la minaccia più attuale all’ambizione democratica. In questa graduale frattura tra due popoli all’interno dello stesso demos – all’interno della sovranità nazionale – si consolida infatti la scissione tra élite e popolo, che si ergono l’un contro l’altro armato in una democrazia post-partitica dal sapore repubblicano. Il fossato sempre più profondo tra “dentro” e “fuori” le istituzioni non è infatti solo politico, ma – come nelle repubbliche del passato, imperniate sulla divisione radicale tra patrizi e plebei – è anche culturale e sociale, estetico e geografico: una realtà che sta al di fuori della democrazia. Tale divisione porta con sé un aumento virtualmente illimitato del potere dei pochi e l’arroccarsi dello Stato sul ruolo riconosciutogli dalla modernità liberale: «un arbitro che giudica e punisce più che un attore che dispensa servizi e redistribuisce la ricchezza» (p.70). Ne risulta l’inevitabile trionfo dell’apatia elettorale e politica, che può ben coesistere con una lettura disincantata del movimentismo sociale, spesso lasciato al “bricolage dei singoli” e associato ad azioni di disturbo: non stupisce, quindi, che in politica si faccia continuo riferimento alla sicurezza, piuttosto che al conflitto.

Graffiando la superficie del conflitto sociale, Urbinati indica nella defezione delle élite socio-economiche dalla contribuzione progressiva la ragione dell’interruzione del legame conflittuale per cui – in uno spazio contrattuale – chi aveva il potere si esponeva al controllo di chi ne aveva meno. Le cause di tale sospensione vanno cercate in larga parte nella mancanza di impedimenti alla concentrazione estrema di forme di potere materiale – in particolare economico e finanziario – tra coloro che vengono a tutti gli effetti definiti come “gli oligarchi”, sempre meno soggetti al controllo e più inclini all’abuso, alla parzialità. Sotto il potere extralegale del capitalismo finanziario globale, nello spazio lasciato vuoto dal decadimento di ogni finzione di responsabilità contrattuale e nella fenditura sociale tra i pochi e i molti, la democrazia giunge alla scandalosa accettazione della tendenza della società economica ad innalzare barriere di fatto invalicabili. Ciò non è altro che l’ammissione che le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze del potere rappresentativo e politico. Ed è proprio la rottura tra il partito dell’eguaglianza sostanziale e il partito dell’eguaglianza politica che rende incapaci di nominare il conflitto e rischia di fare del gioco democratico una finzione, se non addirittura una truffa.

Se la democrazia è parola morta, non resta spazio per un’azione politica progettuale: la precarietà del futuro appiattisce necessariamente la dimensione temporale ad un presente che è immediato vivere, è “qui e ora”, diminuendo la fiducia nella rappresentatività del sistema politico. Tale presentismo, acceso dall’urgenza della vita e dal bisogno materiale, viene aspramente criticato dagli economisti per il suo aprire la strada al populismo e rendere impossibile la soluzione dei grandi problemi sociali. Eppure, come Urbinati mostra nel capitolo dedicato alla povertà, la competenza e la saggezza dei pochi non sembrano in grado di fornire una visione alternativa. La frattura è dunque tanto più profonda perché non riguarda solo le élite economiche che – in fin dei conti – hanno sempre perseguito il proprio interesse, ma proprio perché coinvolge anche quelle élite intellettuali e politiche che «hanno dissociato il proprio destino da quello del popolo» (p.74), colpevole di aver abbracciato retoriche demagogiche. Ed ecco quindi il diffondersi di movimenti spontanei, di quella che Nadia Urbinati definisce la democrazia insorgente degli “esclusi” economici, che si descrivono attraverso i bisogni insoddisfatti e con le emozioni che stanno alla base della loro mobilitazione: gli “scontenti”, gli “indignati”, gli “arrabbiati”.

Dai girotondi del 2002 che, circondando Palazzo Madama, volevano essere un pungolo per una sinistra poco reattiva e ancor meno vitale fino alle mobilitazioni dei gilets jaunes – che hanno coinvolto tutte le categorie lavorative contro la proposta di riforma delle pensioni presentata dal governo Macron – questi movimenti sono un j’accuse ad una politica fatta di proposte banali, lontane dalla società. «Il grido “Vergogna”!» scrive Urbinati «sprigiona da un canovaccio di relazioni sociali mosse non da una riflessione sulle strutture economiche e di classe, ma da sentimenti morali» (p.11). Si rende quindi urgente una lucida valutazione del ruolo delle emozioni nello spazio politico, in particolare della vergogna come emozione carica di una dimensione sociale, come atto di accusa contro chi ha il potere da parte di chi – verosimilmente – non ce l’ha. Come diceva Marx, la vergogna è già una rivoluzione perché porta con sé una condizione di imprevedibilità e insicurezza, la paura di un’insorgenza collettiva, il timore che l’intera nazione sia come un leone accovacciato pronto a spiccare il balzo. E se, essendosi liberati da buona parte dei vincoli sociali e di responsabilità, i “pochi” hanno cessato di provare vergogna, non hanno certamente smesso di avere paura; quella paura che – sostiene l’autrice – con la fine dei conflitti di classe e della politica della mediazione, diviene la chiave di volta delle relazioni tra le parti sociali. Le ideologie politiche sono del resto diventate un lusso per i pochi, o in ogni caso un lusso inutile poiché incapace di tradurre la rappresentazione emotiva della vergogna e della paura in una rappresentanza politica ragionata. D’altro canto, l’invidia provata dai molti, quel «peccato virtuoso» che resta tale solo fino a quando l’energia competitiva che la motiva può portare dei risultati, diviene l’arma del risentimento contro frontiere sociali interne invalicabili, il cui innalzamento è in buona parte imputabile all’indebolimento dei diritti sociali e civili. Il conflitto democratico, che rende possibile il processo di circolazione del potere e che – per evitare che una parte possa vincere tutto – deve necessariamente restare aperto, rischia di incancrenirsi con un risultato esiziale per la democrazia, che per sua natura non sopporta il consolidamento delle classi. Che cosa resta dunque ai “molti”, chiede Urbinati, se non la rivolta, l’antica regola della partecipazione di massa per far leva sulla temutissima forza del numero? Ancora oggi, la sfida alla democrazia viene esplicitamente dall’oligarchia.

Scritto da
Alice Fill

Studia Scienze Politiche alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e ha trascorso dei periodi di studio a SciencesPo Strasbourg e all’École Normale Supérieure di Parigi. Si interessa di migrazioni, diritti umani, geopolitica e Unione Europea.

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