“Politica americana. Una introduzione” di Mattia Ferraresi
- 02 Aprile 2017

“Politica americana. Una introduzione” di Mattia Ferraresi

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Le origini della politica americana

La prima parte del libro prende in esame l’evoluzione storica del bipartitismo. Premessa fondamentale è l’accenno alla vocazione, quasi antropologica e religiosa, a costruire una sempre more perfect union, al fine di escluderne le faziosità. L’Unione rappresenta il vettore costituzionale per sussumere il «particolare» nel «generale», quella cura per resistere alle forze turbinose e disgregatrici dello spazio politico che James Madison, padre costituente, vide come minacce alla neonata federazione americana. La visione odierna del sistema partitico americano, spesso dipinto come un “bipartitismo perfetto”, in realtà rispecchia fedelmente quello che è il prodotto di un complesso processo storico, ricco di quelli che la scienza politica americana ha definito «riallineamenti elettorali». Mutamenti genetici incorsi nel «corpo politico» indotti spesso da contingenze storiche, pensiamo all’impatto del «wilsonismo», alle rivoluzioni culturali degli anni Sessanta, alla «third way» clintoniana o alla più recente rinascita dei neoconservatori. Repubblicani e democratici, seppur tanto differenti, hanno condiviso un’evoluzione interdipendente, attraversati da diverse «anime» e correnti che ne hanno mutato la conformazione.

Il partito democratico nasce nel 1828, sull’onda della tradizione jeffersoniana e jacksoniana. All’interno di un lungo predominio repubblicano, l’impronta di Woodrow Wilson fu sicuramente quella che più lasciò il segno nel collocamento internazionale del paese e di riflesso nel partito; abbandonando la quasi secolare tradizione isolazionista, Wilson introdusse nell’agenda della compagine democratica un idealismo internazionalista estraneo al pensiero politico americano, ma che si radicò fortemente nonostante il fallimento del progetto politico del Presidente. Il primo dopoguerra fu lo spartiacque per la configurazione elettorale ed ideologica del partito, con la crisi del 1929 e l’avvento di Franklin Delano Roosevelt. Il New Deal, sinonimo di riformismo e di un inconsueto «statalismo», fu la parola d’ordine per ristrutturare il partito intorno all’universo liberal, concetto che da quel momento sarebbe stato indissolubilmente associato alla coalizione democratica, riuscendo “nell’impresa di riunire sotto lo stesso tetto le due anime del partito democratico […]: al nord i liberal-democratici, al sud i cosiddetti conservatori” (p. 32). Era giunta l’età contemporanea per i democratici, che assimilarono quelle idee «egalitariste» che sono tutt’ora le architravi della sinistra americana, e le armi brandite per la battaglia sui diritti civili. Un tema, reintrodotto da Truman e poi ereditato dalle amministrazioni Kennedy e Johnson, che fu un vero e proprio terremoto per la New Deal Coalition, tanto da spostare il bacino elettorale dal sud segregazionista verso il nord-est metropolitano. Gli anni della Great Society, della guerra del Vietnam e dei movimenti della controcultura ispirarono la formazione della New Left, mentre l’anima centrista del partito poté nuovamente ritornare a galla con la coalizione New Democrat solo verso la fine degli anni Ottanta, discostandosi dalla visione «rooseveltiana» dell’interventismo statale per abbracciare, al contrario, una rinnovata fiducia nel libero mercato. Una corrente che con Bill Clinton avrebbe dominato indiscutibilmente gli anni della New Economy, genesi politica americana della globalizzazione economica mondiale, sconfitta soltanto nel 2001 con l’irruzione poderosa della destra ultraconservatrice. L’avventura di Obama ha rivisto il ritorno dello sguardo liberal del partito su temi sociali ed etici, riflettendo un profondo cambiamento insito nella società americana.

Nella ricostruzione storica del partito repubblicano, in principio espressione di una composita schiera di interessi, l’autore individua nel dibattito intorno al Kansas-Nebraska Act – una legge che sintetizzava le tre grandi discordie della politica americana, ovvero la schiavitù, la sovranità degli stati federati e l’opposizione tra interessi agrari e industriali – la genesi dell’agreement repubblicano contro gli schiavisti e i latifondisti degli stati meridionali. La fine della guerra civile e il superamento della conflittualità con il rafforzamento dell’Unione conferì al «partito di Lincoln» la propria identità, mantenuta fino all’epoca del New Deal ed incentrata sulla priorità assoluta assegnata al laissez-faire e alla difesa dell’individuo dall’ingerenza dello Stato. Il Grand Old Party, sottolinea Ferraresi, subirà un forte sconquassamento nelle sue file interne proprio con la Grande Depressione, quando l’Old Right sarà impegnata a combattere il riformismo roosveltiano e contemporaneamente i conservatori repubblicani vicini ai liberal. La critica all’interventismo militare tipico delle amministrazioni democratiche – Wilson, Roosevelt, Truman, Kennedy – diverrà un altro grande tema fatto proprio dai conservatori ed isolazionisti repubblicani e, paradossalmente, attirerà l’influenza dei neoconservatori. Originatisi da una costola degli internazionalisti di sinistra, avrebbero compiuto il voltagabbana più clamoroso nella storia politica americana, confluendo nelle file degli ultranazionalisti, ma rimanendo a lungo sotto traccia. La componente moderata invece – da Eisenhower, a Ford fino all’esperienza Nixon – non incise molto, a dispetto invece della New Right che si ricostruì riproponendo e riconciliando i tre pilastri del conservatorismo: tradizionalismo, anticomunismo e idea libertaria. L’idea del «fusionismo», proposta dal teorico Frank Meyer, intendeva plasmare le correnti repubblicane, storicamente divise dalla dicotomia libertà-tradizione: prima Barry Goldwater e poi Ronald Reagan furono i prodotti – perdente il primo, vincente il secondo – di questo tentativo di sintesi politica per “l’edificazione ideologica di un nuovo conservatorismo” (p. 56). Il successo della Reaganomics e il colpo ferale inferto all’Unione Sovietica conferirono al 40° presidente degli Stati Uniti il titolo di «patrono del partito repubblicano», riappropriandosi dell’elettorato della working class che aveva sostenuto dagli anni Sessanta gli avversari democratici. Dopo la breve parentesi di Bush senior, la vocazione unilateralista e l’ascendente che i neoconservatori seppero esercitare durante la sua amministrazione portarono George W. Bush a gettare un’ombra sull’integrità del partito: il moralismo e la componente religiosa ebbero effetti polarizzanti sia in ambito interno – sulle questioni etiche ed economiche – ma soprattutto rispetto alla condotta nel perseguimento della «guerra al terrore». Il risultato di questa insorgente patologia all’interno del partito è stata in qualche modo catalizzata dal Tea Party Movement, che nel 2009 ha investito il panorama politico americano con una nuova ondata populista, allarmante per una compagine sempre più frammentata in correnti contrapposte, foriere di una “crisi d’identità di un partito che alle primarie del 2016 ha presentato diciotto candidati” (p. 63).

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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