“Politica americana. Una introduzione” di Mattia Ferraresi
- 02 Aprile 2017

“Politica americana. Una introduzione” di Mattia Ferraresi

Scritto da Alberto Prina Cerai

9 minuti di lettura

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Le primarie e il sistema dei checks and balances nella politica americana

Nell’Election Day dell’8 Novembre scorso, nonostante la vittoria di Donald Trump, abbiamo assistito al paradosso per il quale Hilary Clinton ha ricevuto, nel complesso, più voti rispetto a quelli ricevuti dal tycoon newyorkese. Una distorsione che a noi europei potrebbe apparire sconvolgente, ma che invece è perfettamente conforme alle dinamiche elettorali americane, i cui tecnicismi sono ben illustrati dall’autore nella parte centrale del libro. Il sistema elettorale statunitense è sostanzialmente imperniato su due momenti principali: le primarie e le elezioni generali. Come ricorda Ferraresi, la Costituzione americana non accenna all’esistenza di partiti politici né tanto meno a regolamentare i meccanismi di voto; le primarie si sono consolidate come consuetudini ed “uno dei molti rituali della vita civile americana” (p. 77). La particolarità che le caratterizza sono le “preferenze” che i singoli candidati ricevono dalle delegazioni a loro affiliate, una volta riunitisi nell’assemblea nazionale (la Convention, l’unico momento in cui il partito assume un carattere “nazionale”) in cui vige un sistema di rappresentanza indiretta. Una piccola variante è rappresentata dal sistema del caucus, assemblee locali in cui gli elettori avanzano le proprie ragioni sulla scelta di un preciso candidato. L’autore giustamente individua nella “calendarizzazione” delle primarie un aspetto molto importante e per gli amanti della cabala, simbolico: il caucus dell’Iowa apre di fatto la corsa elettorale, e le statistiche suggeriscono che il “candidato che vince in Iowa ha [all’incirca] il 50% di probabilità di ottenere la nomination” (p. 82). L’animosità dei confronti politici nelle primarie è una pura battaglia per rappresentare la «purezza ideologica» del partito: molto interessante infatti è la chiosa finale del paragrafo, con una riflessione sulla strategia di molti candidati presentatisi convinti della propria «eleggibilità», ma surclassati spesso da figure in grado di intercettare i sentimenti dei fedeli del partito. A differenza delle primarie, le elezioni presidenziali sono un procedimento rinchiuso e protetto a livello costituzionale. Il meccanismo di voto è simile a quello descritto precedentemente, con la differenza che il voto indiretto è esercitato tramite i “grandi elettori” riuniti nel collegio elettorale nazionale – un sistema partorito dall’Assemblea costituente di Philadelphia del 1787, quindi di fatto “una delle tracce del dibattito americano intorno ai criteri della rappresentanza” (p. 90).  Quella che può sembrare, almeno formalmente, la più grande diseguaglianza nella democrazia americana, ovvero l’ineguale distribuzione del peso dei “grandi elettori” rispetto al rapporto con la popolazione di ogni stato, è in realtà una formula necessaria al federalismo americano, così composito e variegato e protetto dal sistema maggioritario (winner takes all). Oggetto di severe critiche e proposte di riforma, il collegio elettorale viene additato come la causa di molti mali che affliggono la democrazia americana, ma resta di fatto il principale garante dell’autonomia di ogni singolo organo dell’Unione. L’autore ricorda come i finanziamenti ai partiti, seppur spesso molto ingenti ed in grado di spostare gli equilibri, specialmente se provenienti dal settore privato, rappresentano e rispettano fino a prova contraria “il principio della libertà d’espressione garantito dal primo emendamento per liberalizzar[li]. Avere un impatto economico sulle elezioni equivale ad esprimere liberamente la propria opinione in ambito politico, cosa che la legge non può limitare” (p. 97).

Nella terza ed ultima sezione Mattia Ferraresi traccia una panoramica sul ruolo e sulla crescente interdipendenza tra i tre detentori del potere politico: il Congresso, il Presidente e la Corte Suprema. Se il controllo del potere e delle sue derive autoritarie aveva ossessionato i padri costituenti, memori dell’esperienza europea, la costruzione di un sistema di checks and balances per legare i tre poteri l’uno all’altro fu la soluzione. In quest’ottica fu concepito il potere di impeachment affidato a Camera e Senato per la messa in stato d’accusa del presidente, oltre ovviamente all’esercizio del potere legislativo. Il sistema bicamerale nacque – così come il collegio elettorale – dal compromesso di Philadelphia, e ha visto un incremento della sua giurisdizione anche oltre i limiti fissati dal testo costituzionale. Figura importante e singolare, in quanto ufficialmente terza carica dello Stato – dopo presidente e vice-presidente – quella dello speaker: regista dei lavori alla Camera e rappresentativo dei meccanismi di negoziato e compromesso che inquadrano la particolare natura del Congresso, esposto “a scambi e accordi sotto banco fatti nell’interesse del consolidamento del consenso più che in quello del perseguimento del bene comune” (p. 111). Il dibattito intorno all’estensione del potere esecutivo in mano al presidente si è fatto sempre più acceso, soprattutto dopo l’amministrazione di George W. Bush. Parlare di «presidenza imperiale» significa, come rileva giustamente Ferraresi, registrare l’espansione ipertrofica del governo e degli “apparati” rispetto a situazioni eccezionali, quali furono per esempio i poteri concessi dal Congresso al presidente Roosevelt dopo l’attacco a Pearl Harbour oppure nella ratifica del Patriot Act dopo gli attentati dell’11 Settembre. Trattandosi di una democrazia relativamente giovane e protetta da una carta costituzionale aperta all’interpretazione, lo iato tra la teorica divisione dei poteri e l’effettivo decisionismo governativo inducono a pensare ad un sistema malleabile, riassestatosi con la redistribuzione del potere tra legislativo ed esecutivo. In chiusura, una piccola e sommaria digressione sulla Corte Suprema, organo collegiale che ha avuto – contrariamente al senso comune – un ruolo fondamentale nell’indirizzare la politica americana: pensiamo alla sentenza storica sull’aborto, sul matrimonio omosessuale nel 2015 o sulla più controversa pronuncia della Corte sulla legalità dell’utilizzo delle armi, con il richiamo al II emendamento. A livello costituzionale il potere giudiziario era stato concepito come il più debole, ma la storia ha mostrato come abbia avuto un ruolo decisivo nel plasmare i tratti fondamentali della società americana e nel rimarcarne le linee di frattura: “il tempo ha confermato che il potere di interpretare la Costituzione poteva avere effetti enormi sull’organizzazione della società. Non deve stupire, dunque, se le nomine della Corte Suprema sono eventi che scatenano passioni politiche dirompenti […]” (p. 123).

Lungi dal pretendere di essere un manuale di stampo accademico e quindi approfondito nei minimi dettagli, il libro di Ferraresi si limita a riprendere con precisione quasi tutti i caratteri peculiari della vita politica statunitense e si presta ad una lettura molto agevole. La ricostruzione delle dinamiche intercorse tra i partiti e i poteri e la rispettiva storicizzazione, seppur puntuale, è forse viziata dalla mancanza di una visione delle idee di fondo che permeano la tradizione liberale americana e il suo testo costituzionale; alcuni riferimenti, qua e là dispersi nei tre capitoli, sono difficilmente recettibili dall’occhio più inesperto. Il libro è orfano di un’analisi delle strutture intergovernative, ormai pienamente inserite nelle dinamiche istituzionali; un accenno avrebbe sicuramente completato un sguardo panoramico comunque molto valido, consigliabile a coloro che, pur non essendo cultori o un minimo competenti in materia, vogliano addentrarsi in via preliminare all’interno di quel complesso sistema, ben sceneggiato recentemente nella serie televisiva House of Cards, che è la politica americana.


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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