Politiche del lavoro e solidarietà sociale
- 24 Aprile 2020

Politiche del lavoro e solidarietà sociale

Scritto da Lorenzo Cattani

10 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


In un mondo post-industriale il futuro della protezione sociale e del Welfare State è indubbiamente di grande rilevanza. Soprattutto in un momento dove il movimento progressista è in crisi e non ha saputo arginare gli eccessi di mercato degli ultimi decenni. Per condurre il socialismo, e più in generale tutto il movimento progressista, fuori da questa crisi pluridecennale è cruciale ripensare la protezione sociale.

Negli ultimi anni si è registrato un ricorso maggiore alle politiche attive del lavoro, strumenti che servirebbero una logica di “social investment”. Come afferma Bonoli queste politiche sarebbero, sulla carta, un esito positivo per tutti. Non sono particolarmente costose[1] e dovrebbero raccogliere i consensi tanto dei lavoratori quanto degli imprenditori. I servizi per l’impiego, la creazione diretta di posti di lavoro, la formazione, gli incentivi per aumentare l’occupazione, sono politiche che avrebbero il pregio di avvicinare domanda e offerta di lavoro, assicurando che la forza lavoro abbia un profilo di competenze adatto alle necessità delle aziende.

Tuttavia, le politiche attive del lavoro non sembrano essere quell’esito io vinco – tu vinci inizialmente descritto, poiché nella loro implementazione hanno spesso avvantaggiato determinati gruppi rispetto ad altri. Analizzando le politiche del lavoro, questo contributo cerca di sollevare alcune riflessioni sul presente e sul futuro del socialismo, concentrandosi da un lato sulle strategie sottostanti l’implementazione delle ultime riforme in materia di politiche del lavoro, mentre dall’altro cercherà di suggerire in che modo un progetto di rilancio delle politiche attive del lavoro porterebbe ad una importante riflessione su come ricostruire i legami di solidarietà sociale in cinque ambiti.

 

Le politiche attive del lavoro: una promessa incompiuta?

Le politiche attive sono state pensate e implementate all’interno di disegni che in quasi tutta Europa hanno portato alla creazione di mercati del lavoro segmentati o “duali”, dove il costo della liberalizzazione è stato scaricato su gruppi marginali, come i lavoratori del terziario a basso valore aggiunto, i giovani, le donne, al fine di tutelare gli “insider” del mercato del lavoro (lavoratori della manifattura, uomini, lavoratori anziani). Leggermente diverso è il caso dei paesi anglo-sassoni, dove le politiche attive del lavoro si sono inserite in un contesto di più generale deregulation, puntando soprattutto a minimizzare i periodi di disoccupazione. Un dato che viene corroborato quando si osserva la spesa in politiche attive di Regno Unito e Stati Uniti, i quali sostanzialmente dedicano quasi tutta la spesa in politiche attive al finanziamento dei servizi per l’impiego. Anche nei paesi nordici il modello socialdemocratico scricchiola sotto il peso dello “chauvinismo di welfare”, dove l’accesso ai benefici viene ristretto su criteri di cittadinanza.

Da una prospettiva socialista le politiche attive del lavoro sembrano essere una grande promessa incompiuta, proprio perché ad oggi non sembrano aver centrato quell’obbiettivo di inclusione dei gruppi più marginali e vulnerabili della nostra società. Nell’implementazione di questi strumenti si nota la predilezione di logiche “di mercato” e attivazione anziché di investimento sociale. Di fronte alle difficoltà poste dalla fine dei “Trenta Gloriosi” e dall’erosione del settore manifatturiero, che ha fatto emergere nuove sfide per i partiti socialdemocratici, questi ultimi anziché optare per un’ambiziosa operazione di creazione di nuovi legami di solidarietà hanno preferito cercare nuove basi elettorali o hanno optato per scelte “difensive”, cercando di non toccare i privilegi di alcuni gruppi di insider.

Il rilancio di un progetto socialista che possa portare ad una società più sostenibile ed equilibrata deve essere un processo sfaccettato, che certo non può trovare pieno compimento con le sole politiche del lavoro, che però possono esserne uno dei pilastri.

 

Come mantenere la promessa

Nonostante la loro implementazione abbia seguito principi differenti, le politiche attive del lavoro sono strumenti dal grande potenziale per ripensare il Welfare State nel XXI secolo. Durante i “Trenta Gloriosi” il Welfare State si è costruito come sistema di “de-mercificazione”, come brillantemente analizzato da Esping-Andersen. Lo scopo primario del Welfare State era l’alterazione del grado di dipendenza che l’individuo aveva rispetto al mercato. La disoccupazione era il principale rischio sociale contro cui bisognava assicurarsi e le politiche passive del lavoro (sussidi di disoccupazione, prepensionamento, protezione dell’impiego) servivano lo scopo di sostenere il reddito del lavoratore nei momenti di disoccupazione.

Ormai è chiaro che nel XXI secolo affrontiamo nuovi rischi sociali e che la risposta in termini di politiche non può concentrarsi solo sulla disoccupazione, ma anche alla qualità dell’occupazione. Basti considerare il ruolo che verrà svolto dai lavoratori della conoscenza nel futuro. La forza lavoro dei prossimi anni avrà probabilmente aspirazioni molto diverse, per le quali l’eventuale ripetitività delle mansioni svolte e il contenuto conoscitivo delle stesse saranno fondamentali per poter permettere una vita lavorativa appagante. La risposta deve quindi essere portare il Welfare State dentro al mercato, anziché concepirlo come un’entità che subentra al mercato quando il lavoratore lo abbandona temporaneamente. Per fare ciò è tuttavia necessario ridefinire i rapporti fra Stato e mercato.

Prima di discutere due proposte su alcune possibili soluzioni è importante sottolineare l’aspetto politico di questa riflessione. La necessità di ripensare i rapporti tra stato sociale e mercato del lavoro si pone in un momento dove, come sostenuto da Nancy Fraser, vi sono tanti movimenti di emancipazione il cui successo passa proprio dalla partecipazione al mercato del lavoro. Il caso delle donne è lampante. Affinché le donne possano emanciparsi dal ruolo che hanno all’interno della famiglia, la partecipazione al mercato del lavoro è condizione necessaria, ma non sufficiente. L’emancipazione femminile non può giungere a compimento se non ci si assicura che le donne entrino nel mercato del lavoro alle stesse condizioni con cui vi entrano gli uomini. Mantenere la promessa delle politiche attive del lavoro significa anche costruire una strategia politica indirizzata a questi movimenti. Questo significherebbe gettare le basi per una ricostruzione dei legami di solidarietà.

 

Job design e Policy design

Come mantenere però questa promessa? Occorre favorire l’incontro fra Stato e imprese nel ripensare le competenze necessarie a svolgere determinate mansioni, oppure pensare a mansioni e competenze che ancora non esistono ma che potrebbero migliorare la performance delle imprese o, ancora, a mansioni e competenze che già esistono ma che, se usate diversamente, potrebbero portare benefici per tutti.

Un buon esempio relativo a questa proposta ci viene fornito proprio dall’Italia, e nello specifico dall’IRI. A fine anni Cinquanta i dirigenti dell’IRI, guidati da Pasquale Saraceno, si accorsero che i quadri erano molto frustrati dalla ripetitività delle loro mansioni. Venne quindi organizzato un programma di formazione che li portò a sviluppare competenze più generaliste e trasversali, conferendo loro più responsabilità e capacità decisionali. Fu, in poche parole, un percorso che rafforzò il contenuto cognitivo e conoscitivo del loro lavoro. Questa è un’operazione che andrà estesa a tutti i livelli gerarchici di un’azienda, coinvolgendo massicciamente la forza lavoro.

Sono necessari quindi degli organi pubblici, in cui siano inclusi rappresentanti delle imprese e dei sindacati, che riflettano su questa operazione di job design. Tuttavia, parallelamente a questa operazione è necessario anche pensare al policy design. Sarebbe infatti eccessivamente ottimistico pensare che una volta ridefinite mansioni e competenze ci si possa fermare. A questo punto occorre la messa in atto di una serie di iniziative volte a far sì che i lavoratori siano dotati degli strumenti migliori per poter svolgere nuove mansioni. In generale servirà una maggiore integrazione nei rapporti fra Stato e imprese. Si consideri il caso della formazione. Ad oggi è chiaro a tutti che i legami fra il mondo della scuola e del mondo del lavoro sono cruciali, tuttavia questi si sono strutturati soprattutto nella direzione per cui la scuola deve preparare studenti dotati di conoscenze di cui le aziende hanno bisogno. Come hanno sottolineato Gentili e Arcelli nel recente rapporto pubblicato per l’Istituto Cattaneo, a cura di Ardeni e Morini, è necessario riflettere su come le aziende possono usare competenze più generaliste formate dalla scuola, abbandonando l’idea del “lavoratore pronto all’uso”.

Come costruire quindi questi organi pubblici? Si potrebbe partire dall’ANPAL e dall’INAPP, due enti che già si occupano di questi temi. Il primo si dovrebbe occupare di come trasformare queste riflessioni in realtà concrete all’interno delle aziende. Una possibilità sarebbe quella di formare dei tutor da inserire dentro alle aziende, lavorando a stretto contatto con il personale delle risorse umane. Il secondo dovrebbe invece continuare il suo ruolo di osservatore sulle politiche e il loro impatto, a cui però affiancare un’attività più propositiva relativa al policy design, riflettendo su potenziali nuovi strumenti da adottare.

Specialmente nel caso italiano queste scelte comportano chiare conseguenze in chiave geografica. La costruzione di reti territoriali per ridefinire il lavoro aprirebbe alla possibilità di una profonda ridefinizione dei mercati del lavoro locali. Potrebbe quindi essere uno strumento importante anche all’interno di un programma di investimenti per il Mezzogiorno. Se effettivamente venissero creati organi decentrati, deputati ad analizzare caratteristiche specifiche del mercato del lavoro di un dato territorio, si potrebbe effettivamente parlare di quelle politiche “place sensitive” di cui parla Rodriguez-Pose volte a far emergere le potenzialità del territorio.

Un simile progetto avrebbe il pregio ulteriore di rendere il tessuto imprenditoriale più reattivo al cambiamento tecnologico e maggiormente incline ad abbracciare una risposta sistemica che tende alla valorizzazione della persona, anziché osservarne una disorganica, che varia della cultura aziendale delle singole imprese. Tuttavia, è poco verosimile che questo percorso possa iniziare senza un meccanismo d’innesco dentro il mercato del lavoro.

 

Il ruolo dello Stato e delle partecipazioni

Tale meccanismo potrebbe essere quello del recupero di una forma organizzativa che in Italia è già stata provata: quella delle partecipazioni statali. Gli ultimi anni dell’IRI sono stati caratterizzati dalle sue più gravi debolezze, ma le partecipazioni potrebbero creare quei laboratori dove pubblico e privato metterebbero in pratica il job design e il policy design discussi precedentemente.

Una nuova IRI, non si occuperebbe quindi solo di investire su settori strategici e di essere laboratorio per l’innovazione tecnologica, ma si farebbe carico anche di innescare questo processo di “innovazione organizzativa”. Potrebbe essere un passaggio concreto per creare quell’IRI della conoscenza, che il ministro Giuseppe Provenzano e Alessandro Aresu propongono da tempo.

Naturalmente questo tipo di sperimentazione non potrà prevedere la semplice riproposizione degli schemi organizzativi con cui l’IRI era stato originariamente pensato. Una soluzione interessante potrebbe essere quella di fare partecipazioni “a rotazione”, in cui vengono fatti entrare nuovi privati per poi incentivare il trasferimento di know-how anche al di fuori del mondo delle partecipazioni. In quest’ottica potrebbe essere utile pensare a come coinvolgere le start up e, più in generale le piccole e medie imprese, al fine di creare le basi per dare quella necessaria dinamicità al sistema produttivo dove le piccole imprese riescono a diventare medie e le medie diventano grandi.

 

Perché l’emergenza Covid19 è importante

Eravamo già sul punto di assistere a importanti cambiamenti nel lavoro. Con grande probabilità, l’emergenza sanitaria sarà un catalizzatore di questi cambiamenti. È sufficiente pensare al modo con cui ci si è mossi per incentivare il telelavoro. Tuttavia, sorgono due problemi al riguardo. Il primo è che non tutte le professioni possono essere convertite in modalità telelavoro. Il secondo è che tale conversione non può avvenire in maniera disorganizzata e confusa. Job e policy design servono proprio questo scopo: trasformare le mansioni ripetitive in lavori a più alto contenuto conoscitivo e ripensare le relazioni di impiego in un contesto organizzativo nuovo.

Di grande rilevanza poi è che in questa crisi si sono spesso sentiti i richiami al “non lasciare indietro” nessuno. Il problema principale nel disegno e nell’applicazione di questo conto-movimento di protezione sociale è sempre stato, ed è tuttora, la costruzione del consenso attorno allo stesso. L’emergenza Covid-19 allenta una serie di vincoli che fino a poco fa avrebbero reso impossibile persino la discussione di una riforma del lavoro di questa portata.

Il rischio dell’inazione è purtroppo quello di assistere ad un’accelerazione nelle disuguaglianze attualmente esistenti e di vedere una sempre più forte polarizzazione fra lavori che saranno ad alto contenuto intellettuale e molti altri che andranno ad ingrossare le fila del lavoro precario, ripetitivo e a basso contenuto conoscitivo. Questi ultimi sono i lavori che nel medio periodo sono maggiormente esposti al rischio di essere sostituiti dall’automazione. Questa crisi può produrre una società ancora più diseguale e squilibrata che, sempre più assorbita dalle logiche di mercato, potrebbe arrivare al collasso.

 

Le cinque dimensioni della solidarietà sociale

Un progetto simile aiuterebbe a ricostruire legami di solidarietà lungo cinque assi.

  1. Solidarietà fra classi: non lungo l’asse verticale, quello della gerarchia dei redditi, ma quello orizzontale, fra le professioni di settori produttivi diversi. È in particolar modo il legame fra industria e terziario a basso valore aggiunto che va rafforzato. In queste occupazioni si trovano molti dei lavoratori le cui occupazioni dovranno essere trasformate in lavori sempre meno ripetitivi e che, di conseguenza, più di tutti avranno bisogno di essere aiutati nell’adattare le proprie competenze a quelle del loro lavoro futuro.
  2. Solidarietà di genere: ripensare il lavoro per modificarne il suo contenuto in termini di competenze e mansioni significa anche combatterne i pregiudizi e gli stereotipi. In questo senso, la solidarietà di genere vorrebbe dire lavorare per ridurre la segregazione occupazionale. Bisogna uscire dall’attuale stallo in cui le donne tendono a svolgere prevalentemente lavori percepiti come “femminili”. La soluzione però non sta solo nel portare le donne dentro le professioni “maschili”, ma anche nel portare gli uomini dentro le professioni “femminili”, che nel corso del tempo hanno abbandonato. Non c’è modo per discuterlo, ma questa è anche l’occasione per attuare una redistribuzione del lavoro domestico e ripensare le politiche di conciliazione fra vita privata e professionale.
  3. Solidarietà culturale: gli immigrati sono una categoria di lavoratori che si piazza storicamente ai margini del mercato del lavoro. Agire con decisione su questo gruppo di lavoratori avrebbe due conseguenze molto importanti. La prima sarebbe quella di impedire l’insorgenza dello “chauvinismo di welfare”, che nei paesi scandinavi ha assunto tinte preoccupanti. La seconda sarebbe l’avanzamento verso una più completa integrazione. Quest’ultima non la si ottiene solo tramite riforme del mercato del lavoro, ma va detto che finché gli immigrati saranno un gruppo più marginale sul mercato del lavoro sarà impossibile costruire una società veramente integrata.
  4. Solidarietà generazionale: in Italia i giovani sono un gruppo che è stato indubbiamente svantaggiato. Tuttavia, appare chiaro che viviamo in un mondo dove la forza lavoro sta invecchiando e dove è fondamentale trovare un equilibro. Da un lato, bisogna lavorare affinché il precariato non rappresenti più una trappola per i giovani, ma bisogna anche assicurarsi che i cambiamenti che erano già in atto, e che la crisi sanitaria probabilmente catalizzerà, non causino l’uscita anticipata dal mercato del lavoro da parte dei lavoratori più anziani.
  5. Solidarietà geografica: un piano di riforme come questo ha un chiaro aspetto territoriale. Il job e il policy design, unitamente a politiche di formazione più diffuse e alla creazione di legami nuovi fra scuola e imprese, non possono essere pensati solo in ottica “top-down”. Ci sarà bisogno di creare istituzioni decentrate al fine di poter discutere anche come rivitalizzare i mercati del lavoro dei territori. Analogamente al discorso culturale, il divario fra il Mezzogiorno e il Centro-Nord non passa solo dal mercato del lavoro, ma il processo di convergenza non può decollare se non si agisce sul mercato del lavoro.

Conclusioni sulle politiche del lavoro

Nel suo ultimo libro Anthony Atkinson parlava di come bisognerebbe considerare il valore di una schiena curata con successo, che permette al lavoratore di ritornare al lavoro senza problemi. Questo contributo parte da una riflessione analoga. La sfida per il futuro è indubbiamente quella di pensare a strumenti di protezione sociale che guardino alla vita delle persone sotto una luce diversa. Senza abbandonare le misure passive, le politiche attive del lavoro possono aiutare a migliorare la qualità della vita delle persone. Questo ha delle importanti conseguenze politiche. Può essere l’occasione per ripensare il ruolo della persona all’interno di un movimento socialista collettivo che, come suggerito da Fabrizio Barca, fu una delle grandi criticità che emersero a partire dagli anni Settanta. La strada è indubbiamente in salita, ma oggi abbiamo la concreta possibilità per gettare le basi di una società meno diseguale. Nonostante tutto, il nostro destino è ancora nelle nostre mani.


[1] Quando un paese spende più del 1% del PIL in politiche attive significa che sta investendo molto.

Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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