Populismo come mentalità. “L’Italia populista” di Marco Tarchi
- 25 Aprile 2016

Populismo come mentalità. “L’Italia populista” di Marco Tarchi

Scritto da Matteo Rossi

11 minuti di lettura

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Cos’è il populismo?

Le definizioni del fenomeno populista proposte negli ultimi anni da politologi, sociologi e filosofi sono svariate, e sono pochi gli elementi su cui si sia consolidato un accordo unanime. Il primo passo nel definire il populismo consiste nell’identificarne la natura. Alcuni considerano il populismo come un’ideologia, un sistema di pensiero, per quanto con connotati più deboli e laschi delle ideologie tradizionali1. Al contrario, secondo altri, la povertà contenutistica degli appelli populisti non permette di identificare nulla di riconducibile a una coerente visione del mondo e della società, ma permette soltanto di parlare di uno stile populista2. Tarchi rifiuta entrambe le proposte, ritenendo l’ideologia un contenitore troppo rigido (e rispetto al quale i populisti manifestano una forte ostilità) e lo stile un contenitore troppo ampio3: la natura del populismo consiste, per l’autore, nell’essere una mentalità caratteristica.

L’essenza del populismo è identificabile in una specifica forma mentis, dipendente da una visione dell’ordine sociale alla cui base sta la credenza nelle virtù innate del popolo, il cui primato quale fonte di legittimazione dell’azione politica e di governo è ampiamente rivendicato. Questa mentalità può assumere una molteplicità di espressioni e può essere alla base di uno schema ideologico di interpretazione della dinamica sociale, dello stile di comportamento politico di soggetti individuali o collettivi (…), di una formula di legittimazione che può fare da base a un regime, e, per il suo carattere fluido, non si manifesta in forma monolitica ma presenta gradi di intensità diversi a seconda dei contesti e delle circostanze.4

Le mentalità, secondo la definizione fornita da Juan José Linz, sono “modi di pensare e di sentire più emotivi che razionali”5 e si distinguono dalle ideologie per essere atteggiamenti intellettuali, non contenuti intellettuali6. Da una parte, la mentalità populista sarà quindi compatibile con diversi contenuti ideologici, e di conseguenza adattabile a forze politiche estremamente lontane tra loro, confermando la “trasversalità del populismo rispetto alla linea divisoria sinistra/destra”7. Dall’altra, il populismo potrà presentarsi anche come mero stile politico, utilizzato strumentalmente da attori che non condividano interamente la forma mentis populista.

Anche il concetto di mentalità risulta un contenitore ampio, ma è il populismo stesso a ricercare vaghezza e generalità, in quanto politicizza lo scontro più generale (e generico) di tutti: la contrapposizione governati-governanti. L’abito del populismo non può che essere sufficientemente ampio da contenere le diverse manifestazioni di un fenomeno eterogeneo e cangiante. La definizione del populismo come forma mentis resta quindi la migliore e la più convincente tra quelle disponibili.

Definiamo perciò il populismo come la mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione.8

Possiamo isolare tre elementi di questa definizione:

  1. un’idea di popolo come comunità organica e omogenea dotata di intrinseche qualità etiche e pratiche, considerato come unica fonte legittima del potere;
  2. la contrapposizione tra popolo e oligarchie moralmente corrotte e incapaci;
  3. l’ostilità verso le forme di mediazione e rappresentanza.9

Il popolo dei populisti non è riconducibile a un unico modello10, ma è possibile individuarne alcune caratteristiche ricorrenti e costanti. Il popolo è considerato il depositario di tutte le virtù (dignità, laboriosità, onestà, spirito di sacrificio), in contrasto con i vizi delle classi dirigenti: rappresenta il mito della “società civile” sana in opposizione alla politica corrotta. Il populismo ipostatizza una comunità coesa, una totalità organica di cui si valorizzano, in modo illusorio, “l’unità, l’omogeneità e l’unicità”11, fatte salve le differenze di condizione dovute al “merito” o a qualche dote particolare. E’ un insieme che non può e non deve essere separato da conflitti interni. In questo senso è marcata l’ostilità dei populisti nei confronti di chi propugna la lotta di classe12, ma anche, più in generale, nei confronti del pluralismo13.

Il popolo dei populisti (…) è infatti sempre e comunque una totalità fondamentalmente omogenea ma non indifferenziata né egualitaria, perché accetta e valorizza le gerarchie e le funzioni ritenute naturali14

Si tratta di un popolo fatto di “gente comune”, di persone “normali” dotate di un generico buonsenso e di etica del lavoro, di anonimi eroi quotidiani, di “uomini qualunque” oppressi dai potenti corrotti, di piccoli imprenditori vessati dal fisco15. E’ un popolo che reagisce a una sensazione di sgretolamento della comunità, cui il populismo rivolge in primo luogo un messaggio di rassicurazione, con l’idea che si possano superare le difficoltà insieme, eliminando fratture e conflitti16.

Da questo popolo immaginato deve derivare ogni forma di potere politico legittimo, tramite strumenti di democrazia diretta e spesso plebiscitaria (referendum, mandato imperativo, recall degli eletti) che vincolino la classe politica alla volontà popolare. In questo senso è coerente con la mentalità populista anche l’insofferenza nei confronti delle mediazioni istituzionali tipiche del parlamentarismo, che impediscono un rapporto diretto tra rappresentanti e rappresentati, tra leader e popolo, l’ostilità “verso tutto ciò che non può essere racchiuso nella dimensione dell’immediatezza, della semplicità, del rapporto diretto e visibile con la realtà, delle abitudini e delle tradizioni.”17

L’elemento più appariscente e persistente degli appelli populisti resta comunque l’opposizione nei confronti dell’oligarchia. In prima battuta il nemico dei populisti è la classe politica, nella sua interezza, in quanto traditrice del legame di subordinazione che la dovrebbe legare al popolo, suo mandante.

Nel pantheon populista dei nemici del popolo il posto d’onore spetta al mondo della politica, popolato esclusivamente di parassiti, che sfruttano i sacrifici della gente semplice per il proprio esclusivo tornaconto, e da usurpatori, che hanno sottratto al popolo la sovranità che gli spetterebbe.18

Così, la polemica nei confronti della classe politica diventa il vero marchio di fabbrica di movimenti che, più che essere ostili alla democrazia, sono ostili alla degenerazione che essa avrebbe subito, proponendone una rigenerazione. A questo proposito, Tarchi contesta la sovrapposizione dei termini “populismo” e “antipolitica”, in quanto il primo è spesso impegnato contro una politica che considera degenerata, non contro la politica tout-court. Ne è prova evidente il fatto che i movimenti populisti non rifiutano quasi mai la competizione elettorale contro gli avversari, impegnandosi in azioni strettamente politiche, e in molti casi fungendo da valvola di sfogo di una protesta potenzialmente violenta19.

Il progetto populista è bonificare la politica, non sconvolgere l’ordine sociale.20

La classe politica è solo il più visibile tra gli avversari dei populisti, che rivolgono le proprie accuse più in generale a tutti i settori della classe dirigente, in particolare contro l’alta finanza, la burocrazia statale, gli intellettuali e le agenzie internazionali, l’Unione Europea in particolare. In altre parole, la dimensione di conflitto privilegiata dalla logica manichea della mentalità populista è quella che contrappone la parte bassa alla parte alta della società, i governati ai governanti, considerando entrambi i lati della dicotomia come omogenei e compatti, il primo nella virtù, il secondo nel vizio, con tutto ciò che ne discende in termini di semplificazione della realtà.

Infine un accenno alle caratteristiche ricorrenti della leadership populista. Il capo populista deve essere fatto della stessa pasta dei suoi seguaci (“uno di loro”), ma al tempo stesso deve essere dotato in misura straordinaria di doti ordinarie21. Il leader populista è spesso un personaggio noto che ha costruito il proprio successo in settori sociali o economici lontani dalla politica, che dichiara di entrare in politica con riluttanza, controvoglia, costretto dal proprio senso del dovere e dal grido di dolore proveniente dal popolo, e di farlo solo temporaneamente.

Il quadro definitorio proposto da Tarchi risulta quindi, a nostro avviso, sufficientemente dettagliato da distinguere il populismo da fenomeni diversi, ma al tempo stesso sufficientemente elastico da contenere l’eterogeneità delle sue differenti manifestazioni, riuscendo a “rendere ragione, a un tempo, dell’unitarietà e della polisemia che lo contraddistinguono.”22

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Scritto da
Matteo Rossi

Nato a Genova nel 1993, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica, e si è diplomato in Scienze Sociali presso l’Istituto di Studi Superiori (IUSS) di Pavia. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna.

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