Populismo come mentalità. “L’Italia populista” di Marco Tarchi
- 25 Aprile 2016

Populismo come mentalità. “L’Italia populista” di Marco Tarchi

Scritto da Matteo Rossi

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Il caso italiano

I capitoli successivi del libro si occupano di indagare le manifestazioni del populismo nel caso italiano23. In essi l’autore riesce a fornire un’ampia interpretazione delle cause storiche della predisposizione italiana al populismo, delle condizioni strutturali che lo hanno frenato o favorito. Non è questa la sede per riassumere le approfondite descrizioni dei maggiori movimenti populisti, che spiegano per ognuno le caratteristiche distintive e a che titolo possa essere definito tale. Ci limiteremo a prendere in considerazione i momenti storici che l’Autore ritiene decisivi per la diffusione del populismo nell’Italia contemporanea.

La descrizione storica di Tarchi, come si diceva, è accurata e dettagliata. L’unico rilievo che ci permettiamo di sollevare riguarda la tendenza, che emerge a più riprese, a definire populista ogni appello a forme di democrazia diretta e di rivendicazione dal basso di un rinnovamento della politica: per quanto sia spesso invocata dai populisti come tecnica decisionale necessaria e vincolante, la democrazia diretta non può essere confusa con il populismo, e può essere l’obiettivo anche di soggetti politici diversi.

Al di là dei casi indiscutibilmente populisti del Fronte dell’Uomo Qualunque, della Lega Nord, di Silvio Berlusconi e del Movimento 5 Stelle, Tarchi individua tendenze più profonde e nascoste, nella forte dose di populismo lasciata in eredità dal fascismo e in tutti i “profeti dell’inquietudine”24 che, non sempre con successo, hanno alimentato la mentalità populista nell’Italia repubblicana. Ne sono esempi l’esperienza di Achille Lauro, il Movimento Sociale Italiano25, il Partito Radicale di Marco Pannella, le “picconate” del Presidente Cossiga e la meteorica Rete di Leoluca Orlando.

Nonostante sia costante, in tutta la storia repubblicana, una diffusa sfiducia nei confronti delle istituzioni, per Tarchi, il potenziale populista latente non emerge fino agli anni Settanta a causa di quattro fattori che permettono la tenuta del sistema: il forte controllo dei partiti di massa sulla società; il diffuso clientelismo; il sostegno della Chiesa cattolica alla Democrazia Cristiana; il timore dei ceti medi nei confronti del comunismo, che li spinge a limitare le proteste contro la classe politica di governo26.

È con la crescente delegittimazione del sistema, la caduta dei vincoli internazionali e la fine del consociativismo clientelare interno, accelerata dalle inchieste di Tangentopoli, che l’Italia vive un ritorno travolgente della retorica populista. In questa fase la crisi di fiducia nel sistema politico può esprimersi liberamente e coagularsi nel sostegno a nuovi movimenti politici. Tangentopoli rappresenta così il momento di massima diffusione della mentalità populista, in quanto appare come una conferma della fondatezza della sfiducia nei confronti del sistema e dei partiti.

La trasversalità della corruzione rispetto all’asse destra/sinistra completa il quadro, favorendo la “convinzione tanto diffusa quanto ipocrita in base alla quale l’Italia sarebbe un paese a due facce nettamente distinte, in cui la società politica, corrotta e sleale, è responsabile di tutti i guasti, le arretratezze, le ingiustizie, le disfunzioni di cui la società civile, operosa e onesta, è la vittima incolpevole.”27

Non è necessario sottolineare quale straordinario terreno di coltura rappresentino tali convinzioni per il populismo. In una prima fase è la Lega Nord a capitalizzare lo scontento dei ceti medi, poi sorpassata da Silvio Berlusconi che, con la sua proposta genuinamente antipolitica, riesce a rappresentare la reazione dell’elettorato conservatore alla crisi del sistema, con un populismo intriso di neoliberismo. Sempre in questo contesto si genera l’avventura politica, di portata ben inferiore, di Antonio Di Pietro, e ha origine, in chiave antiberlusconiana, il movimento dei girotondi.

L’ultima ondata populista coincide con una nuova crisi, insieme economica e politica, con il dilagare di nuovi scandali di corruzione trasversali alle appartenenze politiche, tra il 2008 e il 2011. In quella fase recente, che vede la caduta dell’ultimo governo Berlusconi e la sua sostituzione con il governo tecnico di coalizione guidato da Mario Monti, si preparano tutte le condizioni per l’insorgere del Movimento 5 Stelle, che per molti aspetti rappresenta “la quintessenza della mentalità populista”28, con l’appello all’onestà e alla legalità dei cittadini, la leadership “agitatoria”29 di Beppe Grillo e l’esaltazione della “democrazia del web” come superamento delle vecchie forme di partecipazione.

È evidente come, nella visione di Tarchi, l’ascesa di movimenti populisti sia da ricondurre alle crisi di legittimazione del sistema politico italiano, non nel senso che siano esse a generare il populismo, ma nel senso che, sconfessando la credibilità degli attori politici tradizionali e dei comportamenti politici consolidati, permettono l’emergere carsico di una mentalità populista sempre diffusa e latente tra la popolazione italiana.

Per queste vie si arriva alla situazione politica attuale, in cui ogni argine a un populismo dilagante è stato abbattuto.

Nella storia dell’Italia repubblicana, il populismo ha lasciato una traccia visibile e profonda. Prima del recente exploit del movimento ispirato e guidato da Beppe Grillo, soltanto in due occasioni, prima con il Fronte dell’Uomo qualunque e poi con la Lega Nord, si è presentato sotto forma di un movimento di massa, cioè come espressione di tendenze politiche e culturali radicate nella società e capaci di garantire a chi se ne faceva portavoce un ampio consenso (…); la sua influenza come stile politico e come concezione della politica è stata però molto più costante e cospicua.30

In questo senso va interpretato, secondo Tarchi, il populismo di Matteo Renzi. Il suo è stato un registro stilistico utilizzato consapevolmente, che ha fatto ampio uso della retorica, delle parole d’ordine e degli atteggiamenti populisti, ma che non derivava da una mentalità integralmente populista. Renzi non ha potuto essere populista fino in fondo perché della classe politica e dell’establishment fa parte da sempre e a pieno titolo, per quanto la (ormai superata) retorica della “rottamazione” cercasse di nasconderlo.

Inaugurando una tattica che è probabilmente destinata a fare proseliti (…), Renzi parla il linguaggio dei populisti nelle sedi istituzionali, facendone paradossalmente uno strumento dell’élite per prendere in contropiede i contestatori.31

Così, tra stile e mentalità, il populismo è un fenomeno politico centrale nel nostro presente e destinato a durare, proprio per le solide radici che affonda nella cultura politica italiana: il lavoro di Tarchi è uno strumento imprescindibile per comprenderlo. Quali forme assumerà il populismo in futuro è difficile prevederlo, ma è ragionevole pensare che ormai nessun attore politico – di governo o di opposizione – potrà fare a meno di confrontarsi con esso e di affrontarlo sul suo stesso piano.

L’Italia populista è quella che viviamo.

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Per ulteriori letture:

Rappresentanza/Populismo, “Pandora-Rivista di teoria e politica”, n. 1, 2014.

-Margaret Canovan, Populism, London, Junction, 1981.

-Flavio Chiapponi, Il populismo nella prospettiva della scienza politica, Genova, Erga Edizioni, 2014.

-Ernesto Laclau, La ragione populista, Roma-Bari, 2008.

-Yves Mény, Yves Surel, Populismo e democrazia, Bologna, Il Mulino, 2004.

-Pierre-André Taguieff, L’illusione populista, Milano, Bruno Mondadori, 2003.

-Loris Zanatta, Il populismo. Sul nucleo forte di una ideologia debole, “Polis”, 2, 2002.


1# M. Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 36-40. Si possono far rientrare in questa categoria le riflessioni di Yves Mény e Yves Surel, di Cas Mudde e di Margaret Canovan.

2# Ibid., pp. 40-46. A questo secondo filone di pensiero si possono ricondurre a vario titolo studiosi come Ernesto Laclau e Pierre-André Taguieff.

3# Ibid., p. 48.

4# Ibid., p. 52.

5# Citato Ibid., p. 50.

6# Ibid., p. 51.

7# Ibid., p. 71.

8# Ibid., p. 77.

9# Segnaliamo la compatibilità di questi elementi con la definizione triadica del populismo fornita da Flavio Chiapponi in Il populismo nella prospettiva della scienza politica, Genova, Erga Edizioni, 2014, pp. 75-81, in cui le caratteristiche cruciali sono: 1 il popolo come portatore di dignità etica e fonte della legittimità politica, 2 la protesta politica contro l’establishment e le élites, 3 il rifiuto delle istituzioni e della loro mediazione, per permettere un contatto diretto tra leader e seguaci.

10# Ibid., p. 56. Tarchi ricorda le distinzioni di Meny e Surel tra popolo sovrano, popolo classe e popolo nazione, e di Canovan tra united people, common people e ordinary people, ma la più interessante resta quella proposta da Taguieff, che distingue il popolo come demos, a cui si riferirebbe il “populismo di protesta” e il popolo come ethnos, riferimento del “populismo identitario” (ibid., pp. 52-56).

11# Ibid., p. 58.

12# Ibid., p. 66.

13# Ibid., p. 81.

14# Ibid., p. 57.

15# Ibid., p. 61.

16# Ibid., p. 73.

17# Ibid., p. 61.

18# Ibid., p. 62.

19# Ibid., p. 65.

20# Ibid., p. 61.

21# In questo senso Tarchi concorda con altri studiosi, tra cui Flavio Chiapponi, sulla difficoltà di definire “carismatica” la leadership populista, in quanto sarebbe una grave mancanza, per un populista, essere considerato “diverso”, anche solo in senso migliorativo, da coloro a cui vuole dare voce.

22# Ibid., p. 25.

23# Con una parentesi sui populismi europei nel secondo capitolo.

24# Ibid., p.195.

25# Che per Tarchi non può essere definito populista, ma che fa un ampio uso dello stile populista.

26# Ibid., p. 205.

27# Ibid., p. 236.

28# Ibid., p. 338.

29# F. Chiapponi, Il populismo 2.0. Note preliminari sulla “leadership” e sul modello organizzativo del Movimento 5 Stelle, in “Quaderni piacentini”, 3, 2012, p. 308.

30# Ibid., p. 365.

Scritto da
Matteo Rossi

Nato a Genova nel 1993, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica, e si è diplomato in Scienze Sociali presso l’Istituto di Studi Superiori (IUSS) di Pavia. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna.

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