“Populismo. Teorie e problemi” di Manuel Anselmi
- 09 Agosto 2017

“Populismo. Teorie e problemi” di Manuel Anselmi

Scritto da Paolo Missiroli

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L’analisi del populismo di Manuel Anselmi

Questo significa forse che abbiamo trovato una definizione stabile e sicura per questo problema? Ci sono, a questo proposito, due strade da percorrere. O si tratta il populismo come categoria definita, precisa, o lo si tratta come un concetto aperto.

Si può, nel primo caso, dire che il populismo è un’ideologia (un discorso falso che contrappone molti a pochi, entrambi inesistenti); un puro discorso che crea le soggettività politiche in quanto discorso, un modo di parlare e di comunicare; una strategia delle classi più deboli per reagire. Queste alternative sono per Anselmi però eccessivamente rigide e nessuna di esse consente di comprendere fino in fondo tutti quei fenomeni che vengono definiti populisti.

Anselmi quindi, molto intelligentemente, non si accontenta di dire che, banalmente, tutti questi aspetti andrebbero considerati; passa piuttosto, riprendendo l’idea del filosofo Ludwig Wittgenstein, a parlare di concetto aperto fondantesi non su una definizione stabile ma su somiglianze di famiglia.

Il populismo non deve essere concepito come un’idea scientifica chiusa e rigidamente definita, quasi fosse un ente statico e isolabile dal contesto, piuttosto è un termine che indica una rete di elementi teorici le cui proprietà sono sovrapposte ma non coincidenti e altamente caratterizzate dalla vaghezza. Questi elementi teorici possono anche essere naturalmente quelli delle categorie sopra riportate, a patto che non si voglia, insomma, mai dare una definizione dogmatica e chiusa in sé stessa.

Questo non significa naturalmente che non si possa parlare di populismo. Al contrario, è utile fare analisi concrete sui processi storici per cercare di trarne una minima valutazione operativa sempre aperta però a quella rete (il paradigma, al fondo, è proprio questo) che costituisce un concetto aperto.

Ritornando a quanto detto sopra, per Anselmi il punto è legare il populismo alla democrazia ed in particolar modo al ritornare in forma disintermediata della sovranità popolare. Per questo egli ritiene che sia necessario sottolineare il fondarsi sociale di tale fenomeno che può però strutturarsi solo a partire da discorsi e da ideologie particolari, che risocializzino politicamente soggetti in apatia e scontenti in direzioni peculiari e fortemente differenti l’una dall’altra.

Da questo punto di vista, il caso  italiano è decisivo secondo Anselmi, sia perché raccoglie tipi molto diversi di populismo, da Berlusconi a Bossi a Grillo, sia perché consente di provare la sua tesi secondo cui cuore del populismo è la crisi di un regime politico e la rivendicazione di una capacità decisionale del popolo al di là delle mediazioni tipiche della democrazia rappresentativa e del sistema liberale dei corpi intermedi.

Da questo punto di vista, possiamo dire che per Manuel Anselmi il populismo non sia mai contro la democrazia (non certo nei suoi esiti, quanto nella sua struttura concettuale politica di partenza) ma una modalità di volontà di esercizio della democrazia critico della democrazia liberale e rappresentativa.

In conclusione, Anselmi ci fornisce una definizione minima ed operativa del populismo strutturata in tre punti, che riportiamo senza ulteriori commenti, secondo cui ogni fenomeno populista presuppone e si fonda su:

  • una comunità-popolo omogenea, interclassista che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità popolare. La comunità popolo esprime un atteggiamento anti-establishment. La comunità popolo si impone come alternativa alle élite preesistenti, accusate di esclusione e decadenza del sistema politico.
  • Un leader carismatico in connessione diretta con la comunità popolo. A eccezione del caso del populismo penale.

Uno stile discorsivo, argomentativo e comunicativo sempre manicheo dove il noi è coincidente con la comunità popolo e il loro con tutto ciò che è esterno a essa. Lo stile discorsivo è teso a promuovere una polarizzazione politica.

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In merito a questo tema si veda anche la recensione al testo L’Italia populista di Marco Tarchi.


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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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