“Nuove (e vecchie) povertà: quale risposta?” a cura di Fondazione Astrid e Circolo Fratelli Rosselli

Povertà

Pagina 2 – Torna all’inizio

Le politiche contro la povertà in Europa

In questa sede è impossibile trattare in modo approfondito le politiche di tutti i paesi esaminati nel libro, soprattutto considerata la complessità di alcune realtà, come Spagna e Canada, dove queste politiche sono particolarmente eterogenee. Proveremo comunque a fornire alcune linee guida, partendo dai modelli francese, tedesco e scandinavo.

La Francia presenta, in linea con la sua tradizionale impostazione statalista, robuste e costose politiche contro la povertà. I nove schemi di reddito minimo garantito, in linea di massima finanziati dalla fiscalità generale, sono rivolti a soggetti vulnerabili, o poveri perché privi di un’occupazione o a rischio di povertà pur avendo un’occupazione. Secondo i dati della DRESS raggiungevano nell’anno 2015 – compresi i familiari dei beneficiari – circa 7 milioni di persone (11% della popolazione) per un costo totale di 25,3 miliardi di euro – il 50% degli utenti e della spesa sono assorbiti dal principale strumento, l’RSA[2]. Le politiche del lavoro sono distribuite su tre livelli (rispetto al sistema binario di Germania e Italia): il primo è dato dall’indennità assicurativa finanziata dalla contribuzione sul lavoro (ARE); il secondo dall’indennità di disoccupazione richiedibile se, terminato l’ARE, persiste la situazione di disoccupazione; il terzo infine è dato dall’RSA e le altre forme di reddito minimo. Queste misure sono strettamente intrecciate ai vincoli del salario minimo e alle politiche di attivazione (reinserimento attraverso offerte di lavoro ragionevoli, entro un certo raggio geografico etc.). Il rischio di povertà dopo l’intervento delle politiche ha visto nel periodo 2005-2015 solo un lieve scostamento dal 13 al 13,6%, contro un 16,5 (da 12,2) della Germania. Il problema della Francia, oltre alla disoccupazione, è piuttosto il lavoro povero, tra i giovani quasi raddoppiato dal 6,6 al 12,6% dal 2007 al 2016.

La Germania, come accennato qui sopra, presenta, dopo le riforme Hartz, un sistema binario basato su due tronconi: un’indennità assicurativa finanziata con i contribuiti ed un reddito minimo, che coinvolge 4,3 milioni di destinatari per una spesa di 16 miliardi di euro all’anno – il cui ammontare è parametrato agli standard di spesa in consumi del 15% delle famiglie a più basso reddito. Con le riforme Hartz i rendimenti di questi strumenti sono stati abbassati e si è puntato sulla forte spinta verso la partecipazione al lavoro, con il risultato di abbattere la disoccupazione attraverso lavori a bassi salari sussidiati dal reddito minimo – si pensi ai 7,5 milioni di minijob, gli impieghi remunerati per un massimo di 450 euro al mese e liberalizzati dalle riforme Hartz del 2002. La spinta al reinserimento lavorativo è data dalle robuste politiche attive messe in atto dall’Agenzia federale del lavoro e dai Jobcentres. Come scrive Andrea Ciarini, «il fatto nuovo, da addebitare in buona parte a queste riforme, è il fatto che la grande espansione occupazionale conosciuta dalla Germania negli ultimi anni sia passata attraverso la ricostituzione di un nuovo dualismo, non più tra inclusi ed esclusi dal mercato del lavoro, bensì tra fasce core di lavoratori – sui quali pure si sono fatti sentire tagli e moderazione salariale – e fasce di lavoratori periferici, occupati e pur tuttavia spesso a rischio povertà» (p.121).

Il sistema scandinavo, a differenza di quello tedesco, è costruito in modo tale da evitare che la dialettica tra prestazioni/diritti e attivazione/doveri finisca per favorire i secondi. Il sistema è duale: all’”interno” del mercato del lavoro opera attraverso il «sistema Ghent» di assicurazioni gestite da casse sindacali e co-finanziate dallo Stato, “fuori” con le prestazioni di reddito minimo. La combinazione delle due istituzioni, scrive Paolo Borioni, ha costituito un forte pavimento a due livelli contro la tendenza del capitalismo a competere al ribasso; questo perché i due livelli di sostegno sono costruiti per «costringere il sistema a confrontarsi con un livello alto di salari, e quindi a domandare lavoro con competenze per tutti. Cioè competenze reali, non attivazione semplicemente punitiva per i soggetti più passivi[3]» (p.171).

Uno stampo fortemente condizionale e attivante, invece, ci viene anche dal modello anglosassone, analizzato da Gianluca Busilacchi con una prospettiva storica volta a focalizzare il passaggio dall’impostazione inizialmente universale e selettiva – parliamo degli anni Sessanta e Settanta – a quella del workfare thatcheriano.

Più in generale, leggendo il volume si può constatare come ogni paese abbia adottato le sue politiche di contrasto alla povertà, a partire dal reddito minimo. Vediamo ora la situazione dell’Italia.

Continua a leggere – Pagina seguente


[2] Istituito nel 2009, raggiunge quasi 2 milioni di utenti per una spesa di 11,9 miliardi di euro. L’RSA non dà diritto a ricevere somme forfettarie, ma varia in base al reddito percepito e alle caratteristiche della famiglia. Per fare un esempio, una persona sola senza sostegni alla copertura dei costi per l’abitazione riceve con nessun minore a carico 550,93 euro al mese, mentre una coppia sempre senza sostegni e con tre minori a carico riceve 1377,34 al mese.

[3] Come in Germania dopo le riforme, dove il reddito minimo porta ad accettare lavori per bassi salari o a sussidiare questi, in una vera e propria trappola della povertà.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

Comments are closed.