“Nuove (e vecchie) povertà: quale risposta?” a cura di Fondazione Astrid e Circolo Fratelli Rosselli

Povertà

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Il caso italiano

In Italia le politiche strutturali contro la povertà sono state per molti anni sottovalutate e, ove prese in considerazione, rese difficilmente realizzabili dall’instabilità politica. Nella ricostruzione storica offertaci da Stefano Toso, il primo strumento contro la povertà fu il reddito minimo di inserimento (RMI), un trasferimento in moneta universale e selettivo per soggetti in condizione di povertà introdotto in via sperimentale dal primo governo Prodi con il decreto legislativo 18 giugno 1998, n.237. Nel primo anno di sperimentazione (1999) l’importo mensile massimo del sussidio era di 500 mila lire (258 euro) al mese per una persona sola ed era condizionato alla ricerca attiva di un’occupazione; l’RMI, applicato nel primo biennio a 39 comuni, è stato esteso nel secondo biennio a 267 comuni, salvo poi, a causa delle poche risorse stanziate e delle inefficienze istituzionali, concludersi con il venir meno dell’ultima tranche di finanziamenti.

Non può ritenersi invece un reddito minimo, scrive Toso, la Carta acquisti del quarto governo Berlusconi (2008-2011), soprattutto per i pochi fondi stanziati (circa 200 milioni) e per l’assenza dell’obiettivo del reinserimento sociale. Segue poi la Nuova carta acquisti, formalmente nata nell’ultimo governo Berlusconi ma ridisegnata da Monti – a causa della crisi non venne però sperimentata. Con Letta nel 2013 nacque uno schema compiuto di reddito minimo, il sostegno per l’inclusione attiva (SIA), per una spesa a regime stimata in 7-8 miliardi; anche questo strumento rimarrà inattuato, non trovando spazio nella finanziaria per il 2014[4].

Infine, occorre analizzare le novità del triennio 2015-2018: innanzitutto, con il Jobs act vengono introdotte la Nuova assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) e l’Assegno di disoccupazione (ASDI), istituto finanziato dalla fiscalità generale e percepibile da chi ha beneficiato della NASpI e si trova ancora disoccupato. L’istituto più importante però è il REI, introdotto con la legge 15 marzo 2017 n.33 e in cui confluiscono il SIA, l’ASDI e la vecchia Carta acquisti. Il REI è la prima forma di reddito minimo introdotta in Italia e, dal primo luglio 2018 – con il venir meno di tutti i requisiti categoriali prima vigenti – si presenta come una vera e propria misura universale di sostegno al reddito per le famiglie povere in quanto tali: per accedervi occorre avere un ISEE non superiore a 6 mila euro annui e una componente reddituale dell’ISEE non superiore a 3 mila euro. Gli importi massimi mensili sono, rispettivamente 188 euro per un single, 294 per una coppia, 383 per tre componenti, 461 per quattro e 534 per cinque. Dovrebbe coinvolgere circa il 40% delle famiglie in povertà assoluta e prevede un Fondo di 2 miliardi per il 2018, 2,5 per il 2019 e 2,7 per il 2020.

Con questa ricostruzione storica, che segue la sempre maggiore centralità del tema della povertà nel dibattito pubblico, siamo giunti al REI. Ora in Italia è entrato in vigore il reddito di cittadinanza: come scrive Emilio Reyneri, contrariamente alla dicitura, «è in realtà un reddito minimo per chi sia senza lavoro e si trovi in condizioni economiche disagiate, condizionato a una ricerca attiva di un’occupazione» (p.239). Non quindi un sostegno a ogni cittadino senza condizioni, come spesso si suole pensare.

Vedremo come il nuovo istituto, formalmente più generoso del REI, funzionerà. Lo scopo di questo libro era quello di focalizzare l’attenzione sulle politiche pubbliche contro la povertà con una sofisticata analisi comparata. Non è facile trovare pagine chiare e oggettive in un dibattito troppo spesso ideologico e parziale. Qui risiede il merito del volume, una attenta disamina della nostra realtà e di quelle a noi vicine su un tema fondamentale come quello della povertà.

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[4] Partirà invece nell’estate 2014 la sperimentazione della Nuova carta acquisti, i cui tratti essenziali specificati dal decreto del ministero del Lavoro del 10 gennaio 2013 sono l’importo maggiore rispetto a quello della Social card e i criteri selettivi per quanto concerne l’ISEE e il patrimonio immobiliare.


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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