Giovanni Gronchi tra questione sociale e interventismo

A quarant’anni dalla morte Giovanni Gronchi (1887-1978) rimane una delle figure più interessanti e al contempo trascurate del percorso repubblicano. Democristiano vicino alla corrente sociale, egli si distinse dai precedenti capi di stato per aver rivendicato un maggior ruolo della presidenza nella vita politica. Tramite un sapiente uso delle prerogative costituzionali, Gronchi caratterizzò il suo mandato con un attivismo inedito, capace di influenzare gli equilibri interni e ribadire il ruolo dell’Italia nel panorama internazionale.

Giovanni Gronchi nacque il 10 settembre 1887 a Pontedera in provincia di Pisa. La sua precoce vocazione politica lo impegnò sin da subito nella militanza in organizzazioni giovanili cattoliche, iscrivendosi nel 1902 al movimento democratico cristiano di Romolo Murri. Laureatosi alla Normale di Pisa nel 1909 con una tesi su Daniello Bartoli, si dedicò da subito all’insegnamento liceale. Sostenitore dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale, si arruolò nell’esercito come ufficiale di fanteria, ricevendo una medaglia d’argento e due medaglie di bronzo al valor militare.

Nel 1919 partecipò alla fondazione del Partito Popolare Italiano, risultando eletto alla tornata elettorale di quell’anno nella circoscrizione Pisa-Lucca-Livorno-Massa Carrara. Sensibile alle istanze sociali dei ceti popolari, Gronchi venne nominato segretario del sindacato cattolico, la Confederazione Italiana dei lavoratori, che diresse dal 1920 al 1922. Nonostante la denuncia della violenza squadrista, Gronchi appoggiò Mussolini, entrando nel 1922 nel governo di coalizione come sottosegretario all’industria e al commercio.

Dopo le dimissioni forzate di Luigi Sturzo nel 1923, Gronchi entrò nel triumvirato che guidò il partito fino al 1926, anno in cui le leggi fascistissime imposero lo scioglimento di tutti i partiti eccetto il PNF. Ritiratosi per quasi vent’anni dalla scena politica, nel 1942 partecipò alla fondazione clandestina della Democrazia Cristiana a Milano a casa dell’industriale Enrico Falck, entrando a far parte nel 1945 del governo di unità nazionale in qualità di Ministro dell’Industria e del Commercio.

L’ostilità di Gronchi al nuovo corso liberista intrapreso da De Gasperi nel dopoguerra trovava ragione nell’esigenza, mai abbandonata nel corso della propria carriera politica, di creare un clima più disteso con le sinistre. La svolta keynesiana auspicata da Gronchi, oltre a soddisfare questa necessità, mirava da un lato alla riduzione del peso politico del ceto conservatore, dall’altro era invece finalizzata a una funzione contenitiva dei comunisti, la cui base elettorale era formata soprattutto dai ceti popolari.

La caduta di De Gasperi nel 1953 rappresentò per Gronchi la possibilità di assumere un ruolo più attivo nella definizione della politica democristiana. Al congresso di Napoli (26-29 giugno 1954) egli pronunciò un discorso molto critico nei confronti del suo partito, accusato di mancanza di democrazia interna, difendendo al contempo una possibile apertura della DC a sinistra. Ovviamente nella visione di Gronchi questa sinistra era rappresentata dai socialisti di Nenni, la cui potenziale convergenza era però impossibilitata dal patto d’azione che lo legava al PCI.

La posizione “aperturista” ed eterodossa di Gronchi lo portò paradossalmente ad avvicinarsi alla Concentrazione, la corrente più conservatrice del partito e ostile all’egemonia del nuovo segretario Fanfani. Quest’ultimo nell’aprile del 1955 era riuscito a far ufficializzare la candidatura del presidente del Senato, Cesare Merzagora, alle elezioni per il capo di stato previste quello stesso mese. Il nome di Merzagora era però avversato da buona parte del partito, mentre Gronchi, oltre al supporto della Concentrazione, poteva contare anche sulla simpatia dei social-comunisti e delle destra monarchica e missina.

La prima seduta per l’elezione del capo dello stato si tenne il 28 aprile 1955: in omaggio alla resistenza, le sinistre votarono in massa per Ferruccio Parri, che ottenne 308 voti, mentre Merzagora solo 228. Nei turni successivi cominciò a emergere la strategia congiunta della Concentrazione e del PSI, finalizzata a far crescere di volta in volta i voti per Gronchi, che al secondo scrutinio ottenne 127 voti a fronte dei 225 per Merzagora. Alla fine Fanfani, dopo un vano di tentativo di convincere entrambi a ritirarsi, fu costretto a indicare come candidato ufficiale Gronchi, che venne eletto il 29 aprile al quarto scrutinio con 658 voti su 833 da una coalizione che andava dal PCI alla destra missina e monarchica.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Dalla militanza al Quirinale

Pagina 2: L’attivismo presidenziale di Gronchi

Pagina 3: Dal 1958 alla morte


Giovanni Gronchi (al centro) alle Olimpiadi di Roma del 1960. Crediti immagine: Harry Pot/Anefo [CC0], attraverso wikimedia.com


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Nato nel 1996. Laureando in Storia all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente di storia del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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