Dai mercenari alle private security firms. “Guerre conto terzi” di Stefano Ruzza
- 18 Dicembre 2017

Dai mercenari alle private security firms. “Guerre conto terzi” di Stefano Ruzza

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Vecchi e nuovi mercenari? Dalle libere lance alle Private Security Firms

Per scongiurare facili incomprensioni, l’autore propone un excursus etimologico per identificare il corretto significato della parola “mercenario”: la definizione del soggetto mercenario muove in prima analisi dalla «peculiare attività economica di quest’ultimo, ovvero dalla vendita di servizi d’interesse bellico» (p. 23) e che costituisce per l’autore un primo criterio di definizione convenzionale. La questione, tutt’altro che risolta, si sposta sul piano dell’estraneità del combattente mercenario. Questo concetto si è sedimentato per il prevalere della distinzione giuridica moderna tra pubblico e privato in quanto lo Stato, quale monopolista della forza di coercizione, non riconosceva legittime azioni sul suo territorio che fossero fornite da soggetti terzi, perlopiù di nazionalità straniera. Dunque, si può affermare che il diritto, statale e poi quello internazionale, ha cristallizzato un secondo criterio di definizione.

Ne risulta, quindi, che il fenomeno mercenario consti di tre elementi imprescindibili: la prestazione militare, lo scopo di lucro e l’estraneità. Lungi dall’essere tratti esaustivi e salienti, l’autore esclude il terzo criterio di definizione per un duplice motivo: concentrare l’interesse dello studio sugli aspetti propri dell’attività militare privata ed evitare così il «verificarsi di un caso paradossale, ovvero la non attribuzione dell’etichetta di mercenario a un soggetto che venda le sue competenze con scopo di profitto alla propria stessa patria» (p. 33). Di conseguenza, la necessaria condizione affinché un soggetto possa definirsi mercenario soggiace alla fornitura a terzi di servizi militari o bellici; quest’ultima considerazione potrebbe trarre in inganno poiché se si considerano attori statali – o meglio i rispettivi eserciti regolari – che operano nei medesimi termini l’intero castello concettuale potrebbe crollare. In soccorso giunge il vero elemento discriminatorio: la motivazione propria dell’esercizio delle armi. I soggetti mercenari, infatti, sono caratterizzati per la loro intrinseca non politicità: «[…] è proprio l’origine della parola a fornire la migliore chiave di lettura. […] Colui che combatte è un guerriero, un soldato o un militare.  Colui che persegue uno scopo di lucro è un imprenditore.  Colui che usa la violenza per ottenere un guadagno diretto un criminale.  Colui che vende la forza a scopo di lucro, un mercenario» (p. 36).

Estinti i dubbi terminologici, il secondo capitolo vuole evitare che il lettore venga sviato da una sovrapposizione concettuale ricorrente, quella tra soggetto mercenario e attività mercenaria. Ripercorrendo la lunga storia del fenomeno, dalla Roma antica, passando per le libere lance rinascimentali fino alla sua completa delegittimazione in epoca moderna – concorsa con il progressivo compiersi del sistema westfaliano e con l’avvento della levée en masse durante le guerre napoleoniche – l’autore vuole mostrare quanto l’esercizio della forza militare privata abbia subito l’avanzare della statualità e della sua ancella, la sovranità. Guerra e stati, legati indissolubilmente, bandirono i mercenari dallo scenario internazionale. Ciò comunque non sancì la definitiva scomparsa dei guerrieri prezzolati; spesso erano gli Stati stessi che consentivano parziali deroghe al principio inviolabile dell’esercizio del potere sovrano, consentendo e tollerando – specialmente quando gli interessi combaciavano – le iniziative private di corsari e compagnie commerciali, spesso influenti al di fuori del sistema westfaliano. Tra il XIX e il XX secolo il successo dello Stato come forma di organizzazione del potere decretò la scomparsa quasi definitiva dell’attività militare privata.

Soltanto con la decolonizzazione il fenomeno mercenario ebbe una seconda vita, nelle forme più comunemente conosciute: i «mastini della guerra». Concentrandosi principalmente nel suolo africano, i casi citati dall’autore fanno riferimento alle attività svolte da singoli warlords tra gli anni 50’ e 60’, in un contesto internazionale estremamente rigido – quello bipolare – che favorì né la proliferazione né una strutturazione uniforme e formale. Proprio quest’ultima forma assunta dal fenomeno mercenario ha impresso nell’immaginario comune una sostanziale coincidenza tra individuo mercenario e mercenariato, «sovrapposizione che proprio l’evoluzione recente di questa attività [le private security firms] mette in crisi» (p. 57).

Nel terzo capitolo l’autore avanza due possibili ipotesi per il ritorno dell’attività mercenaria con la fine della Guerra Fredda: il venir meno di un ordine internazionale rigido ha permesso a numerose crisi, per decenni schiacciate dalla logica ferrea dei blocchi, di riemergere, generando cospicua domanda di servizi militari e sicurezza; la smobilitazione di ingenti arsenali bellici ha invece ampliato l’offerta si servizi di sicurezza privati. In termini quantitativi, in epoca contemporanea l’attività mercenaria ha raggiunto livelli precedenti la Rivoluzione francese. In termini qualitativi i mercenari hanno assunto uno stadio finale, divenendo società di servizi specializzate in prestazioni di carattere bellico. Le private security firms hanno oscurato in larga parte l’attività svolta da decenni dai mastini della guerra.

Due casi studio sono particolarmente rilevanti per comprendere la natura, la struttura e i servizi offerti da questa nuova tipologia di mercenari: Executive Outcomes (nata simbolicamente nel 1989 e ritenuta la capostipite) e Blackwater (nota al grande pubblico per il suo servizio durante la seconda guerra del golfo in Iraq e in Afghanistan). Nel caso di EO colpisce una duplice gamma di aspetti che la differenziano da qualsiasi altra società: il genere di servizi disposta a offrire e pubblicizzare (consulenza militare e strategica, addestramento) e la propria apoliticità; adozione di un buon equipaggiamento e capacità di dispiegarlo direttamente sul campo. La possibilità di offrire un’ampia gamma di servizi e di mettere in campo arsenali ad alto contenuto tecnologico sono indizi che sanciscono un notevole salto di qualità di fronte ai fenomeni del mercenariato conosciuti. In particolare emerge il «complesso assetto societario in cui essa era collocata» e i due principali benefici connessi: diversificazione e flessibilità. Riducendo il rischio economico e alzando i tassi di profitto, oltre a poter spostare capitali e risorse con rapidità, EO era in grado di offrirsi alle richieste più disparate, dai governi – specialmente quelli africani nella gestione di giacimenti minerari – alle imprese e organizzazioni locali. Queste caratteristiche, unite all’attività militare diretta dispiegata nei teatri, rendono Executive Outcomes «l’anello di congiunzione fra il mercenariato vecchio stile e la sua forma contemporanea», legandola ad interessi che sembrano riproporre una «logica d’azione di stampo neo-imperialista» (p. 69). Per quanto riguarda Blackwater, la Psf americana ha acquisito notorietà per le recenti attività che l’hanno coinvolta. Fondata nel 1997 da Erik Prince (ex ufficiale dei Navy SEAL), l’azienda inizialmente si distinse per i pacchetti di addestramento al tiro e la produzione di modelli di bersaglio. Sulla scia dell’11 settembre la Blackwater Security Consulting si assicurò l’accesso al mercato di sicurezza iracheno, operando per soggetti pubblici e privati, all’estero e in patria (il volume dei contratti, almeno quelli alla luce del sole, siglati con il governo federale ha raggiunto i 600 milioni di dollari nel 2006). Nel febbraio del 2009 Blackwater Worldwide e la sua struttura articolata cessarono di esistere formalmente per rinnovarsi in un nuovo assetto societario, denominato Xe.

Da questi due esempi emergono alcuni aspetti salienti che fanno delle private security firms società organiche, con un assetto aziendale ben definito e riconosciuto a livello internazionale. L’organizzazione che le connota infatti è l’elemento fondamentale, inserendole come attori riconosciuti nel mercato globale della sicurezza. Ciò comunque non aiuta a comprendere quale sia l’impatto di questa qualità nell’influenzarne l’operato, rispetto invece al fenomeno mercenario individuale (i mastini della guerra). Se da una parte la sottomissione delle Psf al rule of law – dunque l’adozione di una struttura giuridicamente riconosciuta e sottoposta al vaglio del diritto internazionale – risalterebbe il contrasto con le individualità mercenarie passate, dall’altra un’interpretazione più ortodossa del loro operato le vorrebbe soggette alla sola logica del profitto, riducendo l’impatto dell’aspetto organizzativo. L’autore riduce e semplifica questa diatriba concettuale considerando l’ascesa delle private security firms un evento tanto dovuto allo sciogliersi dei vincoli rigidi dell’ordine bipolare quanto per la natura stessa delle Psf e l’efficienza messa in campo: società e aziende strutturate in uno specifico ramo produttivo hanno acquisito un vantaggio competitivo rispetto ai vecchi rivali nell’ampio mercato della sicurezza. Nelle pagine seguenti Ruzza elenca le caratteristiche specifiche delle private security firms, descrivendo il loro modello organizzativo. Essendo società estremamente flessibili e multitasking, dotate di ottime capacità di integrazione di risorse e conoscenze, le Psf sono in grado di soddisfare le esigenze più disparate. Tali servizi possono considerarsi attività mercenaria? La risposta a questo quesito è cruciale: come l’autore ha suggerito nella definizione di attività mercenaria in chiusura del secondo capitolo, una «prestazione di interesse militare o bellico […] non assume tale connotazione in virtù della propria natura bensì del contesto nel quale e delle finalità con le quali è svolta» (p. 88). Il warfare contemporaneo, avendo assunto forme e modalità cangianti, può infatti esigere prestazioni militari molto distanti dalle modalità tradizionalmente conosciute. Questo aspetto facilità l’ingresso in scena delle Psf per le loro capacità intrinseche, per di più agevolate dalla loro apparente legittimità in quanto società di diritto legalmente costituite. Questi vantaggi quindi conferiscono alle private security firms un accesso privilegiato allo spettro potenzialmente illimitato dei committenti. A seconda della gamma di servizi offerti l’autore propone una classificazione delle aziende private, avvalendosi della bussola teorica offerta dal massimo studioso nel campo, Peter Singer.

In conclusione della prima parte del volume Stefano Ruzza annota come quest’ultime, a differenza della più prosaica fornitura di soldiers of fortune in epoca passata, godano di una reputazione di business companies che legittima agli occhi dei governanti e dell’opinione pubblica la loro attività. Inoltre le Psf possono comprensivamente fornire servizi di protezione, logistica e sicurezza che vanno oltre il tradizionale war fighting; discostandosi dalla primordiale vocazione bellica che aveva caratterizzato in passato i mercenari, nel complesso risultano molto più appetibili sul mercato della sicurezza, a patto di pagare un conto molto salato.

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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