Dai mercenari alle private security firms. “Guerre conto terzi” di Stefano Ruzza
- 18 Dicembre 2017

Dai mercenari alle private security firms. “Guerre conto terzi” di Stefano Ruzza

Scritto da Alberto Prina Cerai

11 minuti di lettura

Pagina 3 – Torna all’inizio

Le aziende di sicurezza private nel contesto globale contemporaneo

Nella seconda parte del libro l’autore prende in considerazione cinque casi studio, esaurendo in buona parte l’ampio scenario geografico in cui le private security firms hanno operato nel corso di un ventennio (Sierra Leone, Croazia, Usa, Iraq e Colombia). Toccando quasi tutti i continenti, le Psf hanno avuto un ruolo preminente in gran parte dei conflitti post-bipolari, con risultati ambigui: attratte da vuoti di potere locali nella gestione di risorse strategiche, spesso hanno operato senza scrupoli con conseguenze nefaste tanto per la loro reputazione internazionale quanto per la stabilizzazione politica a livello regionale; in altri casi hanno sostituito con successo l’autorità statale nella gestione di aree critiche, offrendo la propria expertise e il know-how necessario per affrontare le nuove forme della conflittualità contemporanea.

Tali, infatti, spesso chiamano in causa una molteplicità di attori – stati, multinazionali, ONG ecc. – che possono a proprie spese invocare l’intervento delle aziende di sicurezza private, generando così un intricatissimo sistema di accordi. A complicare il quadro dell’analisi, oltre ai due attori in evidenza nel rapporto contrattuale – l’azienda di sicurezza e il committente – si inseriscono lo Stato dove avvengono territorialmente le operazioni e last but not least la madrepatria, ovvero il paese nel quale è collocata la sede legale dell’azienda. Questo insieme di variabili hanno dunque un’importanza primaria nel «definire gli interessi in gioco nei vari casi di intervento delle Psf» (p. 106). Infatti la scelta di focalizzare lo sguardo su questi esempi da parte dell’autore è dovuta anche alla volontà di dimostrare quanto la presenza delle private security firms sia diventata ingerente negli affari, interni ed esteri, dei governi sovrani. Il criterio di selezione dei casi studio infatti rimanda alla logica secondo cui “stadi deboli” spesso ricorrano alle Psf per supplire a lacune di risorse nella gestione della propria sicurezza. La forza contrattuale di queste aziende infatti consente alle stesse di mantenersi sul territorio, una volta che il committente abbia siglato l’accordo, senza obiezioni, anche qualora le operazioni abbiano comportato un guadagno unilaterale verso la Psf coinvolta o non abbiano completamente soddisfatto le richieste del governo locale. È il caso della Sierra Leone e del passaggio di consegne tra Executive Outcomes e Sandline International, entrambe inefficienti in termini politici a risolvere la grave destabilizzazione del paese intercorsa durante gli anni 90’. Qui le private security firms coinvolte palesarono alcuni limiti, dimostrandosi in realtà come una forma rinnovata dell’attività neo-imperialista: «[…] impiego di violenza militare privata in aree dove l’autorità statale centrale è debole, finalizzato al controllo e al prelievo di risorse» (p. 124). Un caso contrastante, in termini di iniziativa diretta, fu quello invece dell’attività svolta da Mpri, in Croazia, durante la guerra in Jugoslavia. Qui la Psf americana si incuneò nel conflitto e stipulò un contratto con le Forze Armate Croate che cessò soltanto con la stipula degli accordi di Dayton nel novembre del 1995. Gli Stati Uniti infatti, restii ad un intervento diretto ma comunque interessati ad agevolare la nascita di una federazione croato-musulmana in Bosnia, si rivolsero così al settore privato preferendo agire per procura e favorendo l’ingresso dell’azienda nella turbolenta regione. Mpri si sarebbe occupata dell’addestramento e della ristrutturazione delle forze militari croate, oltre a rappresentare istituzionalmente il governo e gli interessi statunitensi.

Ed è proprio il caso degli USA a stuzzicare il lettore nel corso della lettura. Trattandosi di un governo forte, se non preponderante sullo scacchiere internazionale, l’autore vuole evidenziare le implicazioni del ricorso crescente degli apparati federali americani al mercato della sicurezza privata. Gli Stati Uniti sono uno “stato forte” che non solo acconsente alle PSC (Private Security Companies) di operare sul territorio, ma le supporta pubblicamente. Anche se non coinvolte in teatri segnati da alti livelli di violenza, Ruzza ritiene che le ragioni del successo delle PSC negli USA siano abbastanza spiazzanti. Infatti, contrariamente a quanto è generalmente creduto, le PSC non garantiscono sempre e comunque un tasso di efficienza elevato o un miglior rapporto costi-benefici. Per di più poche voci si sono sollevate per criticare lo status quo vigente, con una pressante attività di lobbying e una crescente influenza delle private security firms all’interno degli ambienti congressuali e governativi. Anche negli Stati Uniti, come in Sierra Leone o in Croazia, il «ricorso alle Psf è in grado di generare una ridistribuzione del potere […] fra i diversi organi – legislativo ed esecutivo – al suo interno» (p. 162).

Questa tendenza forse è spiegabile per la naturale inclinazione e credenza di molti americani che il “privato” sia strutturalmente più efficiente, oltre alla crescente disillusione nell’operato del governo in politica estera. La guerra in Iraq, divenuta per molti la tomba dell’onnipotenza ostentata dagli Stati Uniti durante il momento unipolare, fu uno scenario molto fertile per il ricorso alle Psf. Qui l’attività di Blackwater è senz’altro quella che è risuonata più spesso. Giunta inizialmente a Baghdad con un contratto per la protezione personale del proconsole americano Paul Bremer nell’agosto del 2003, l’azienda finì per essere sopraffatta dalla sua voracità commerciale: nell’accaparrarsi molte altri commissioni, dal supporto logistico all’addestramento del personale iracheno, l’azienda finì per essere coinvolta direttamente nelle operazioni militari con l’incidente di Fallujah, passando per lo scandalo della prigione di Abu Ghraib e infine il 16 settembre 2007 con il massacro di Nisour Square. L’autore dunque cerca di rispondere ad un interrogativo inevitabile: perché Stati militarmente competenti ricorrono alle private security firms? Come nel caso statunitense, oltre alla crescente simbiosi tra il governo e il military industrial complex, la presunta economicità rappresenterebbe una ragione sovente impiegata per giustificare un così ampio utilizzo delle Psf, ma non è del tutto esaustiva viste le cifre dei contratti siglati in Iraq, che ammontano a decide di miliardi di dollari. Tutt’altro peso assume il discorso politico. Il ricorso alla Psf infatti permetterebbe ai governi due vantaggi simbolici di fronte all’opinione pubblica: ridurre il peso del cosiddetto fenomeno post-eroico, ovvero la bassa tolleranza alle perdite sviluppata dalle democrazie occidentali; garantire margini di policymaking discrezionali e discreti (in termini di spesa e controlli) negli affari internazionali, limitando le ritorsioni sui governi in merito a campagne fallimentari. L’ultimo caso studio, quello colombiano, dimostra invece quanto le Psf non guardino in faccia a nessuno, spesso operando per attori non-statali illegittimi (come i narcos) al solo scopo di perseguire profitti vantaggiosi.

Nel complesso questi casi offrono una lettura pluridirezionale del fenomeno contemporaneo del mercenariato, dovuto alla natura stessa delle private security firms, aziende strutturate e immerse nel vasto mercato della sicurezza. Dal lato della domanda, il ricorso alle Psf può essere incentivato dalla necessità di aumentare la capacità militare, vista l’efficienza tecnologica; ma, anche, dalla necessità come detto di ridurre i costi simbolici del ricorso alla forza militare, vista la natura privata, giuridicamente flessibile e spesso grigia delle Psf. Tuttavia, sentenzia Stefano Ruzza, questa duplice attrattiva delle private security firms non deve trarre in inganno e non va scambiato come sinonimo di garanzia per la gestione della violenza e della sicurezza internazionale. Spesso la logica che sottende l’intervento di queste aziende ha prodotto gravi destabilizzazioni politiche e più il ricorso sarà massiccio più la legittimazione delle Psf potrà superare la loro reale capacità operativa, sottraendo lo Stato al suo tradizionale ruolo. Il loro impiego significativo si traduce in una già esistente ridistribuzione del potere, che potrebbe minacciare la sopravvivenza della democrazia, in quanto agirebbe negativamente su «trasparenza, cheeks and balances e possibilità di controllo da parte dell’opinione pubblica sulla condotta dei governanti» (p. 227).

La tesi dell’autore dunque ci porta a riflettere sulle private security firms in maniera trasversale, sull’impatto che quest’ultime stanno imprimendo nel sistema internazionale e sul ritorno della violenza militare privata in grande consistenza, appoggiata spesso da attori statali (USA, Gran Bretagna, Australia e molti altri) che gli garantiscono rispettabilità e un riconoscimento internazionale. Se l’assunto generale è che il monopolio legittimo della forza arrogatosi dallo Stato moderno ha rappresentato un’eccezione nella storia, un’anomalia – citando Charles Tilly – rispetto alla proliferazione della violenza, stiamo forse assistendo al ritorno di un ordine pre-westphaliano?

Torna all’inizio


[1] Mary Kaldor, New and Old Wars: Organized Violence in the Global Era, third. ed. (Cambridge: Polity Press, 2012)


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici