L’economia globale sta peggiorando?

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Le stime dell’ottobre 2018 del Fondo Monetario Internazionale (d’ora innanzi FMI), sono state recentemente aggiornate nel mese di gennaio 2019.

L’aggiornamento è in negativo e risente di un clima di generale sfiducia che penalizza l’attività economica. L’andamento dell’economia non è difatti unicamente influenzato da fattori oggettivi, ma è mosso anche dalle aspettative degli operatori: l’attesa di shock negativi influenza sia l’attività delle imprese, che riducono i piani di investimento e rimandano le assunzioni, che i consumatori, che riducono le spese per aumentare il risparmio. Per quanto sia già visibile un impatto negativo dovuto al peggioramento delle aspettative, l’avverarsi degli shock temuti potrebbe causare conseguenze più gravi ed innescare una crisi. In questo senso l’outlook del FMI è stato sia rivisto in negativo che soggetto a rischi a ribasso.

Paesi sviluppati

A frenare maggiormente a livello mondiale sono i paesi sviluppati. Negli Stati Uniti continua la tensione riguardo la definizione delle tariffe commerciali con Cina ed Europa. Il mese di marzo è la scadenza per la temporanea sospensione delle misure che porterebbero i dazi verso la Cina al 25%, mentre similmente è in corso di valutazione l’aumento delle tariffe verso i costruttori di auto europei fino al 25% per presunte questioni di sicurezza nazionale. Le stime del FMI valutano che l’economia USA stia crescendo ad un livello maggiore della sua reale capacità a causa degli stimoli fiscali introdotti dal governo. La forza dell’economia USA incrementa la capacità di spesa dei suoi operatori economici sostenendone le importazioni. Il risultato è il permanere del deficit nella bilancia commerciale statunitense e l’aumento degli squilibri nei flussi finanziari con le altre nazioni cui si oppone il presidente Trump e per cui vuole l’introduzione di dazi.

Altro fattore di incertezza è lo scontro tra l’amministrazione Trump e i democratici riguardo la costruzione di un muro di confine con il Messico. La contrapposizione tra i due partiti ha innescato lo shutdown più lungo della storia degli USA (35 giorni, dal 21 dicembre al 25 gennaio). La questione del muro non sembra d’altra parte definitivamente risolta e per sbloccare lo stallo il presidente Trump valuta di dichiarare emergenza nazionale. Nonostante i fattori di cui sopra, le stime FMI per gli Stati Uniti non sono state riviste e la crescita statunitense è prevista seguire un trend calante da 2.9% del 2018 a 2.5% nel 2019 e quindi 1.8% nel 2020. Il trend declinante mostra come l’espansione economica sia dovuta agli stimoli monetari e fiscali e non sia sostenibile nel lungo periodo.

In peggioramento invece le stime di crescita per l’Europa. L’Euro area passa da una crescita dell’1.8% nel 2018 ad una prevista pari a 1.6% nel 2019 (-0.3% rispetto allo scenario di ottobre) per poi recuperare all’1.7% nel 2020. Un primo contributo negativo di natura temporanea alla crescita dei paesi euro è stato dato dall’industria dell’auto tedesca, provata da nuovi standard sulle emissioni. La flessione della crescita in Germania (previsioni 2019 rivista da 1.9% a 1.3%) si riversa anche sugli altri paesi europei in qualità di suoi partner commerciali. Fattore di tensione citato fra i primi non solo a livello europeo ma mondiale è la precaria posizione dei conti pubblici italiani. La revisione a ribasso delle stime di crescita dell’euro area mette ulteriormente in discussione la manovra economica, basata su ottimistiche previsioni di dismissioni di beni pubblici e legata a clausole di salvaguardia che, qualora innescate, avrebbero un effetto recessivo. La crescita italiana per il 2019 è quindi rivista a ribasso da 1% a 0.6%. Pesano sull’economia europea anche la Brexit, con la concreta possibilità di un’uscita del Regno Unito non regolata da un accordo, e l’incerto scenario delle elezioni per il parlamento europeo.

Il Giappone è l’unico Paese sviluppato per cui l’andamento economico è rivisto in positivo: rispetto alle previsioni IMF di ottobre la crescita giapponese viene rivista a rialzo dello 0.2% sia per il 2019 che per il 2020, passando dallo 0.9% del 2018 all’1.1% nel 2019 e quindi allo 0.5% nel 2020. La revisione in positivo è dovuta all’introduzione di nuovi stimoli economici da parte del nuovo governo. La crescita del paese rimane però debole da un punto di vista di livello assoluto, confermando il Giappone in coda alle aree sviluppate.

L’andamento poco vivace dell’economia dei principali paesi sviluppati non fa temere l’aumento dell’inflazione. Ciò considerato la politica monetaria delle banche centrali americana ed europea è stata modificata in senso meno restrittivo per evitare di ostacolare la crescita. Il ciclo di rialzo dei tassi della FED è stato temporaneamente interrotto al livello del 2.25%-2.50%, la BCE ha annunciato che i tassi non saranno aumentati prima dell’estate 2019 e che comunque ciò non implicherà una restrizione del bilancio dell’istituzione. Sia il mercato azionario che obbligazionario hanno tratto giovamento da queste dichiarazioni e messo a segno rialzi che hanno in parte invertito la spirale negativa iniziata a fine 2018. Considerata la già abbondante liquidità presente sui mercati derivante dalle passate attività di QE, resta dubbio quanto una politica monetaria meno restrittiva possa comunicarsi all’economia reale ed eventualmente spingere la crescita. Sempre all’interno del quadro delle possibili politiche economiche, con riferimento a quella fiscale gli elevati debiti pubblici ne frenano eventuali sviluppi espansivi sia in America che in Europa.

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Indice dell’articolo

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Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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