Le proteste in Algeria e la fine di un’era

Algeria

Abdelaziz Bouteflika, ottantaduenne presidente dell’Algeria dal 1999 fino a pochi giorni fa, è stato chiamato dai suoi oppositori “il quadro” per indicare la sua progressiva scomparsa dalla scena pubblica a partire dall’ictus che lo ha colpito nel 2013. Da quel momento in poi, infatti, nonostante la riconferma alle elezioni presidenziali del 2014, la figura del presidente è comparsa sempre meno ed è stata sostituita appunto dai quadri e dalle immagini posti alle spalle dei suoi collaboratori durante i loro interventi.

Anche per questo per indicare la distruzione delle immagini del presidente che sta caratterizzando le attuali proteste algerine il giornalista Kamel Daoud ha parlato di “foticidio”, un termine che contiene in sé già molti aspetti dello scoppio della crisi algerina. Bouteflika è infatti poco più che una fotografia soprattutto per una nuova generazione di giovani, nati dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, che rappresenta il principale gruppo sociale coinvolto nelle proteste di piazza. Si tratta di un soggetto politico sempre più centrale in un paese dove circa il 45% della popolazione è al di sotto dei 24 anni, ma il tasso di disoccupazione giovanile è tre volte maggiore rispetto a quello generale. La maggior parte di essi inoltre è entrata sulla scena politica dal 2012 ad oggi, segnando un netto spartiacque fra l’Algeria parziale eccezione delle cosiddette “primavere arabe” in Nord Africa e l’Algeria odierna.

Le ragioni di questa svolta sono profondamente radicate nella storia recente dell’Algeria e in particolare nella decennale guerra civile combattuta fra il 1992 e il 2002, trampolino di lancio per la parabola personale di Bouteflika. Il conflitto in questione si originò dopo le prime vere elezioni multipartitiche dell’Algeria nel 1991, che avevano visto il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), formazione guida della lotta per l’indipendenza e fino ad allora partito unico, sconfitto al primo turno dal neo-costituitosi partito islamista, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS).

Prima che potesse tenersi il secondo turno, che avrebbe probabilmente consegnato al FIS anche i numeri necessari ad una revisione costituzionale, un golpe dell’esercito aveva però rovesciato la presidenza di Chadli Bendjedid e imposto una giunta militare presieduta da Mohamed Boudiaf, che diede inizio ad una pesante repressione contro i membri del FIS. Fu l’atto di inizio della guerra civile: da questo momento i pochi dirigenti del FIS riusciti a fuggire si avvicineranno ai gruppi jihadisti già presenti nel Paese, dando vita all’Esercito Islamico di Salvezza (AIS), organizzazione paramilitare che porterà avanti fino al 2000 azioni di guerra contro lo Stato algerino affiancandosi alle numerose altre fazioni combattenti islamiste.

Dopo l’assassinio di Boudiaf ad opera di un militare delle forze speciali, si susseguirono rapidamente alla presidenza dell’Algeria prima Ali Kafi e poi Lamine Zéroual, altri due militari che non riuscirono tuttavia a mettere fine al conflitto. È in questo contesto, durante un conflitto responsabile di decine di migliaia di morti civili e di circa un milione di sfollati, che emerse la figura di Abdelaziz Bouteflika.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La crisi algerina

Pagina 2: L’Algeria di Bouteflika

Pagina 3: Le proteste e le dimissioni di Bouteflika


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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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