Le proteste in Algeria e la fine di un’era
- 17 Aprile 2019

Le proteste in Algeria e la fine di un’era

Scritto da Federico Rossi

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L’Algeria di Bouteflika

Membro di spicco del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra di indipendenza, Bouteflika sembrava poter essere il successore di Houari Boumédiène, presidente dell’Algeria dal 1965 fino alla morte nel 1978, sotto cui aveva svolto l’incarico di Ministro degli Esteri. Alla morte di Boumédiène, tuttavia, l’esercito rifiutò la sua candidatura, preferendo proprio quella di Bendjedid, per contrasti legati soprattutto ad una gestione non cristallina del suo ministero.

Dopo un periodo di auto-esilio durato otto anni, Bouteflika rientrò in Algeria nel 1989, ma mantenne un basso profilo fino al 1999, quando fu eletto presidente con l’appoggio dei militari dopo le dimissioni forzate di Zéroual. Salito al potere, Bouteflika portò a compimento il percorso di riconciliazione iniziato dal suo predecessore, accordandosi con le principali fazioni islamiste affinché rinunciassero alla lotta armata e concedendo l’amnistia a chiunque avesse consegnato le armi, condizione che fu accettata da quasi tutti i gruppi armati con solo alcune eccezioni, fra cui soprattutto il Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento divenuto poi nel 2007 parte di AQMI, Al-Qaida nel Maghreb islamico.

La fine del cosiddetto “decennio nero” in Algeria segnò profondamente gli animi della popolazione e le sue conseguenze si protrarranno attraverso tutti gli anni Duemila fino ad oggi. Da questo momento in poi il regime algerino diviene progressivamente sempre più autoritario e chiuso. La strategia governativa si ripete identica ad ogni protesta: prima la repressione poi la retorica della paura, che mira a spingere la popolazione all’autocensura attraverso il ricordo del trauma della guerra civile. Questa dinamica permetterà di mantenere costante lo stato di emergenza e verrà inasprita soprattutto dopo i tragici avvenimenti della cosiddetta “primavera nera” del 2001, una serie di rivolte autonomiste nella regione berbera della Cabilia represse nel sangue dal governo.

Le proteste cabile, avvenute in concomitanza con gli ultimi strascichi del conflitto, accentueranno l’atteggiamento diffidente del potere nei confronti della sua stessa popolazione, ritenuta colpevole di aver assecondato prima gli islamisti e poi gli autonomisti. Ed è proprio in questo contesto “paranoico” che Bouteflika consoliderà il suo potere, venendo rieletto una prima volta nel 2004 e poi nuovamente nel 2009 e nel 2014 dopo una riforma costituzionale ad hoc.

Il clima di tensione perenne e l’eliminazione degli avversari politici permetterà, inoltre, al presidente di creare un vasto sistema clientelare, fondato su una triplice base: l’esercito, i servizi segreti (DRS) e una rete di familiari e fedelissimi, che negli anni arriveranno ad occupare gran parte delle posizioni chiave della politica e dell’economia algerina. È da questa stessa base inoltre che, a partire dal 2013, si originerà quella che il sociologo algerino Lahouari Addi ha definito “criptocrazia”, una sorta di mafia ufficiosa che, nascosta dietro il quadro di Bouteflika, ha preso il controllo del vero potere nello Stato.

Esemplificativo di questo sistema è la figura di Saïd Bouteflika, fratello minore di Abdelaziz, ex professore universitario e consigliere speciale della presidenza. Nel 2010 Wikileaks già aveva rivelato che il potere di Saïd Bouteflika si avvicinava sempre più a quello di una eminenza grigia, ma è soprattutto dal 2013 che egli diventa il vero pilastro del regime, comparendo più volte in ruoli ufficiali al posto del fratello.

La figura di Saïd è finita al centro di molte critiche provenienti anche dagli stessi oligarchi vicini al regime, che lo hanno accusato di puntare ad impossessarsi del potere soprattutto dopo il suo presunto coinvolgimento nel licenziamento nel 2015 di Mohamed “Toufik” Mediène, ex capo del DRS e personaggio molto influente nella storia politica algerina. Proprio il rapporto fra queste due “criptocrati” sembra però poter giocare un ruolo anche nella fase attuale, come dimostra la rivelazione dell’ex presidente Zeroual, a cui Toufik avrebbe offerto di guidare la fase successiva alle dimissioni del presidente dopo un accordo proprio con Saïd Bouteflika.

L’ascesa di questa oligarchia nascosta corrisponde, tuttavia, anche ad una serie di importanti cambiamenti nell’assetto economico del Paese, storicamente fondato sul commercio di idrocarburi. Con il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014 infatti l’economia algerina, poco differenziata e resa ancor più fragile dalla corruzione dilagante, non riesce a reggere il colpo e la condizione generale del Paese subisce un netto peggioramento.

Una prima crepa in questo sistema era in realtà già comparsa nel 2010 ed aveva portato ad un forte rincaro dei beni di prima necessità, determinando il coinvolgimento dell’Algeria nelle cosiddette “primavere arabe”. Nonostante l’entità delle proteste fosse più circoscritta rispetto ad altri paesi arabi, il regime aveva comunque risposto anche in questo caso con il consueto mix di repressione e retorica, riuscendo a cavarsela con alcune concessioni, fra cui la revoca solo formale dello stato di emergenza.

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Scritto da
Federico Rossi

Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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