“Psicopolitica” di Byung-Chul Han
- 17 Maggio 2019

“Psicopolitica” di Byung-Chul Han

Scritto da Federico Gonzato

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Dal “potere disciplinare” al “potere intelligente”

A metà degli anni Settanta, il filosofo Michel Foucault svolse una critica a tutto campo alla teoria giuridica e filosofica classica sul concetto di “potere”. In opere come Sorvegliare e punire (1975) e La volontà di sapere (1976) o negli scritti raccolti Microfisica del potere (1977), Foucault delineò una nuova “analitica del potere”. Un potere che, fino a quel momento, era stato inteso dalla gran parte degli studiosi come “sovrano”, un potere coercitivo nelle mani esclusive dello Stato. Una forza, dunque, che si svilupperebbe in un rapporto verticale, unidirezionale, dall’alto verso il basso. Foucault smontò questa interpretazione, prospettando un’idea opposta. Foucault parlò di un potere diffuso, non più monolitico; un potere ramificato, che si diffonderebbe “orizzontalmente” e non più “verticalmente”. Un potere tanto più efficace perché si propagherebbe attraverso le “istituzioni totali”. Queste ultime sarebbero il carcere (sul modello del Panopticon di Jeremy Bentham), la clinica, la casa di cura. Dispositivi, questi, che determinerebbero non un potere centralizzato, ma appunto diffuso. Il Panopticon è il carcere perfetto, architettato in maniera geometrica. In esso, tutti i detenuti possono essere sorvegliati da un potere che tutto vede; una sorta di Grande Fratello che impone la disciplina. Il potere in Foucault non è più potere di decisione “sulla vita o sulla morte”. Esso si occuperebbe direttamente di implementare la vita. Da queste deduzioni – che Foucault elaborò grazie allo studio diretto delle cliniche, dei manicomi e degli istituti penali – il filosofo francese arrivò a estendere il modello della sorveglianza disciplinare su di una scala più grande rispetto quella dei singoli internati: la popolazione. Foucault elaborò così il concetto di “biopolitica”. Con esso volle spiegare il fenomeno, strettamente contemporaneo, di una politica sempre più attenta e interessata alla regolazione della vita, dei ritmi e delle abitudini della popolazione. Il celebre controllo delle nascite praticato in Cina è un esempio lampante di biopolitica.

All’interno del saggio Psicopolitica, Han sostiene però la necessità di rivedere queste categorie foucaultiane. Gli algoritmi che oggi governano i social e i siti di e-commerce (e non solo), che consentono l’analisi dettagliata degli utenti (la cosiddetta “profilazione”) non potrebbero rappresentare – si domanda Han – nuove tecniche di potere che guardano più alla psiche che al corpo delle persone?

Dice Han: “Dopo Sorvegliare e punire, Foucault era chiaramente convinto che la società disciplinare non fosse uno specchio fedele del proprio tempo”. Successivamente, riprendendo il Poscritto sulle società di controllo (1990) di Gilles Deleuze, Han sostiene che, al giorno d’oggi, le classiche istituzioni di potere – scuola, prigione, caserma, clinica – “non si adattano alle forme di produzione post-industriali, immateriali, interconnesse, che spingono a una maggiore apertura e al venir meno dei confini”.

Nell’epoca dell’economia finanziaria e immateriale, “La biopolitica – prosegue Han – che usa le statistiche demografiche, non ha alcun accesso a ciò che è psichico”. Per Han, il capitalismo post-industriale, il “capitalismo delle piattaforme” – dove per “piattaforme” intende i giganti del Web – farebbe leva più sulle emozioni che sulla forza fisica; spingerebbe più sui gusti e le preferenze degli utenti che sulla produttività di questi. Perciò, alla biopolitica foucaultiana, Han sostituisce il termine appunto di “psicopolitica”. La psico-politica, in quanto agirebbe direttamente sulla psicologia e sulla mente delle persone.

Per questo, al potere disciplinare che imporrebbe delle regole e degli obblighi, Han sostituisce un potere intelligente, che seduce e gratifica. In questa analisi altamente pessimistica rispetto alla società contemporanea, Han parla della nascita di un “panottico digitale”. Per Han, esso sarebbe un nuovo sistema di controllo, fondato su un duplice meccanismo potentissimo.

Tale sistema troverebbe espressione negli smartphone e nei social-network. Infatti, da un lato, attraverso i social, gli utenti si “denuderebbero” volontariamente, mettendo in mostra deliberatamente la loro vita. Dall’altro lato, però, tali piattaforme sarebbero anche un “occhio” sorvegliante le nostre vite. Sempre in Psicopolitica, Han afferma che oggi “[…] nessuno si sente davvero sorvegliato o minacciato”. Questo sarebbe infatti il meccanismo della cosiddetta “libertà percepita”. Tradotto: si crede di essere liberi, ma in fondo non lo si è del tutto. In particolare, per spiegare il ruolo sociale ricoperto oggi dagli smartphone, Han utilizza una metafora provocatoria ma interessante: “Lo smartphone è un oggetto devozionale di natura digitale, anzi è per eccellenza l’oggetto devozionale del digitale. Come strumento di soggettivazione funziona come il rosario, che rappresenta per la sua maneggevolezza, una specie di cellulare”. Per Han, tanto il rosario quanto il cellulare rappresenterebbero due forme di dominio delegato ai singoli individui. Come il rosario sarebbe l’emblema del “dominio spirituale” auto-imposto dal fedele su sé stesso, il cellulare sarebbe l’emblema dell’auto-sorveglianza del cittadino digitale.

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Scritto da
Federico Gonzato

Laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, sta concludendo la laurea magistrale in Mass Media e Politica all'Università di Bologna - Campus di Forlì. Interessato alla Sociologia dei processi culturali e comunicativi, sta scrivendo una tesi sulla teoria del potere di Michel Foucault in relazione ai nuovi sviluppi della società nell'epoca dei Big Data.

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