Quale antifascismo? Limiti e prospettive della risposta penale
- 14 Agosto 2017

Quale antifascismo? Limiti e prospettive della risposta penale

Scritto da Cosimo Francesco Fiori

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Antifascismo oggi: considerazioni generali

La questione concerne la vecchia massima dell’intolleranza per gli intolleranti, che pure necessita, in un ordinamento democratico costituzionale, dell’individuazione di un equilibrio quale è quello, al limite opinabile, trovato dalla Consulta. Il suo superamento potrebbe essere fisiologico nell’emergenza, che crea il suo diritto (posto che la situazione attuale sia tale): le cose andrebbero solo chiamate col loro nome. Posto che per gli atti violenti esiste già il codice penale, la domanda è: è efficace attribuire alla magistratura un compito, di fatto, politico? Si può combattere una realtà politica nei tribunali (ordinari, non speciali)?

A giudicare dalla stessa legge Scelba, parrebbe di no. Dei motivi si discute fin dagli anni Cinquanta: problemi nel definire in termini legislativi il fascismo che rinasce sotto qualsiasi forma; pene troppo elevate; timore dei giudici di prendere decisioni in materia politica, tanto più quando sentono che la loro decisione non riposerebbe sulla coscienza comune; atteggiamento corrivo dei governi Dc verso l’estrema destra (anche dentro le strutture dello Stato), per via della prevalente strategia anticomunista in ossequio alla politica atlantista, etc. Nei dibattiti parlamentari del 1952, e anche prima, da parte delle sinistre ci si chiedeva: perché non procedere senz’altro con legge (attuativa della XII disp. Cost.) a sciogliere direttamente il Msi, senza aspettare i giudici e assumendosene la responsabilità politica anziché scaricarla su altri? Ma, anche così e a meno delle grandi purghe, non sarebbe rinato anch’esso in altra forma? E che fare delle migliaia e migliaia di iscritti (punibili a tenore della legge), e come comportarsi coi suoi elettori (che superarono abbondantemente i due milioni: quarta forza del Paese)? Si riporti la questione sull’oggi e si pensi negli stessi termini alle varie organizzazioni di destra esistenti, prima ancora che ai saluti romani esibiti.

Ricordiamo che il consenso di massa al fascismo nel Ventennio suggerì, nell’immediato dopoguerra, la politica di pacificazione; e la corrività Dc c’entra poco, poiché la prima amnistia porta il nome del ministro di grazia e giustizia Togliatti. Fatta la Repubblica antifascista, insomma, bisognava fare gli antifascisti (gli ex confinati ed esiliati non erano sufficienti). Ma come? In ogni dibattito parlamentare sulle leggi antifasciste si è reclamata, oltre alla repressione, l’educazione. Una grande opera di pedagogia fu svolta dalla guerra e dalla Resistenza, che tuttavia non fu sufficiente, non essendo l’epopea resistenziale e antifascista mai diventata, davvero, memoria di massa condivisa e sentita, ma più che altro memoria “di parte”, volta a sostenere un’idea progressiva di democrazia da altri avversata: gli ex partigiani non ebbero sempre vita facile all’inizio della Repubblica. Non mito fondativo, quindi, ma idea polemica, identità debole, come già il Risorgimento. Se fu utile solo in parte la pedagogia della storia, di quale educazione parlare: dei convegni nelle scuole? Diceva di ciò Antonio Banfi nel dibattito sulla legge Scelba: «se la democrazia non è attiva nel Paese, se questi giovani non la ritrovano nella serietà dei loro studi, nelle libertà delle loro azioni, nella sicurezza del loro lavoro, nella quotidiana realtà della vita, la propaganda non servirà a nulla»[15]. Sterile è allora un antifascismo meramente liturgico-convegnistico.

Per evitare da un lato un antifascismo formale capace solo di reagire all’etichetta “fascismo” ben visibile, e dall’altro generalizzazioni «Ur-fasciste», si dovrebbero considerare le situazioni sociali che aprono a taluni quella via di fuga; la risposta a valle ha un’utilità limitata, e può persino generare mistificazioni. Sarebbe utile una riflessione su provenienza e condizione di chi volge a destra e di chi, invece, volge al bene, per capire come l’oblio dell’esistenza delle classi sociali renda i discorsi del tutto astratti. Se è indubbio che il senso comune si sia spostato a destra, altrettanto vero è che vi è una risposta ottusa, capace spesso di solo bon ton ma che non disdegna di propugnare misure reazionarie, come la restrizione del diritto di voto. Valga ricordare una banalità: «quando noi parliamo di avversari non abbiamo in vista le masse […]: sono delle masse di lavoratori che noi dobbiamo far tutti gli sforzi per conquistare»; «non abbiamo compreso che non si poteva semplicemente mandarli al diavolo»[16].

Ora come in passato l’indebolimento dei lavoratori è la più sicura garanzia di evoluzioni a destra. Il fascismo è l’altra faccia, la finta opposizione del liberismo egemone dall’abito buono. Non c’è bisogno che arrivino le camicie nere, oggi, per dire che la democrazia è fiacca: delegittimati partiti, sindacati e istituzioni, disorientate e disoccupate le masse, mentre lo Stato dipende vieppiù dai mercati finanziari e da «vincoli esterni». L’indignazione delle anime belle non servirà a salvare la democrazia, dopo che le forze del lavoro, che hanno contribuito a preservarla in anni difficili, sono state debilitate. Sovente la critica antifascista si arresta a un piano liberale e, riducendo il fascismo alle sole leggi razziali, che giunsero solo nel 1938, dimentica che esso fu originariamente la repressione della questione sociale esplosa dopo il 1918. L’unione tra elemento piccolo-borghese ed elemento organizzatore agrario e industriale[17] si tradusse nell’«asservimento completo dei lavoratori di ogni categoria e ceto ai padroni imprenditori. […] È specialmente sotto questo aspetto che dovrà essere riconsiderato il problema della lotta contro la resurrezione del fascismo»[18].

Lotta essenzialmente politica, al di là della repressione penale. Se le ragioni dell’antifascismo sono ancora attuali, esse vanno rinvenute nella Costituzione antifascista, che non avversa il fascismo con le sole garanzie liberali, ma con la tutela dei lavoratori. La Costituzione non si presta al canto della sua bellezza, ma alla lotta per il suo inveramento, che oggi sta invece regredendo. Nessun antifascismo che sia di sostanza e non di maniera è possibile, senza la lotta per il lavoro, la sua dignità, i suoi diritti.

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[1] Pdl Camera n. 3343, Fiano e altri, presentata il 2 ottobre 2015 e approvata il 12 settembre 2017.

[2] Atti dell’Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Prima Sottocommissione, seduta del 19 novembre 1946, pp. 403 ss. La discussione verteva sull’attuale art. 49 sui partiti. La disposizione fu votata all’unanimità; venne infine approvata in assemblea il 5 dicembre 1947, transitando nella sede attuale.

[3] Contenuto dapprima nell’art. 30 dell’armistizio “lungo” (firmato a Malta il 29 settembre 1943), poi nell’art. 17 del trattato di pace (firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, ma i cui contenuti erano già noti).

[4] D.Lgs.Lgt. 26 aprile 1945, n. 195, cui seguì la legge 3 dicembre 1947, n. 1546 (sempre temporanea ma non propriamente eccezionale: può essere ritenuta la prima attuazione della XII disp. Cost.). Pur con modifiche e specificazioni, la legge attuale ripropone condotte punite già a tenore di queste leggi.

[5] Legge 20 giugno 1952, n. 645, come modificata dalla legge cd. Reale (22 maggio 1975, n. 152). Il quadro è stato poi completato dalla cd. legge Mancino (d.l. n. 122/1993, convertito con l. n. 205/1993) sulla discriminazione razziale, che prevede condotte in parte sovrapponibili a quelle della legge Scelba (nella misura in cui il razzismo risulti un aspetto qualificante dell’ideologia fascista) e ha introdotto un’aggravante all’art. 4 della stessa.

[6] Vd. in particolare Corte cost., sentenza n. 74/1958 (sull’art. 5). Questa e le altre sentenze sulla legge Scelba sono tutte interpretative di rigetto.

[7] Corte cost., sent. n. 15/1973 (che ribadisce i contenuti della sentenza del 1958).

[8] Corte cost., sent. n. 1/1957 (sull’art. 4).

[9] Corte cost., sent. n. 74/1958, cit.

[10] Il ragionamento è analogo a quello che la Corte svolge per l’apologia di delitto (art. 414, comma terzo, c.p.): vd. sent. n. 65/1970.

[11] Vd. da ultimo, ad esempio, Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 11038/2017: si trattava in questo caso di una manifestazione commemorativa di tre defunti, con compimento del saluto romano, grida di “presente”, esposizione di striscioni e croci celtiche. Mera commemorazione, nessuna idoneità ricostruttiva: per lo stesso motivo, per i fatti di Milano del 29 aprile scorso la Procura ha chiesto l’archiviazione.

[12] Cit., vd. nota 5.

[13] Al proposito, non si può fare a meno di notare le coincidenze temporali. Le polemiche sulla proposta di legge si sono accese, in particolare, a luglio dopo l’articolo di Repubblica sulla nota vicenda dello stabilimento balneare di Chioggia. La pubblicazione è avvenuta tre giorni dopo la fine dell’esame in Commissione e la presentazione della relazione critica del M5S, e alla vigilia dell’approdo in Aula. Fino ad allora, il cammino parlamentare era stato piuttosto placido (oltre un anno e mezzo, con ampie interruzioni: e dà l’impressione di mantenere quel ritmo) e la spiaggia di Chioggia pare esponesse immagini e scritte da anni.

[14] L’Italia è in buona compagnia: in Germania, il 17 gennaio scorso, è stata respinta dal Bundesverfassungsgericht la richiesta del Bundesrat di mettere al bando il partito neonazista Npd, per l’assenza di prove della sua capacità di realizzare i suoi stessi obiettivi anticostituzionali.

[15] Atti del Senato della Repubblica, seduta del 24 gennaio 1952, p. 30078.

[16] Palmiro Togliatti, Corso sugli avversari. Le lezioni sul fascismo, Einaudi 2010, pp. 3 e 8.

[17] Se poi prevalse, negli indirizzi, la grande borghesia o il «ceto medio emergente» (Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza 2013, p. 30) è altra questione.

[18] Umberto Terracini, Atti del Senato della Repubblica, seduta del 25 gennaio 1952, p. 30125.


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Scritto da
Cosimo Francesco Fiori

Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

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