“Quale politica dopo il virus?” a cura di Giuseppe Sciara
- 12 Giugno 2023

“Quale politica dopo il virus?” a cura di Giuseppe Sciara

Recensione a: Giuseppe Sciara (a cura di), Quale politica dopo il virus? Concetti politici alla luce della pandemia, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 252, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Giulio Pignatti

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A che cosa ci riferiamo quando impieghiamo i concetti politici centrali nel dibattuto pubblico e intellettuale in seguito allo spartiacque della crisi pandemica? A porre la questione è il recente volume Quale politica dopo il virus? Concetti politici alla luce della pandemia, pubblicato da Mimesis a inizio 2023. Il curatore Giuseppe Sciara, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, si rifà, nella sua Presentazione, al modello nobile del Dizionario di politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino per lanciare un’indagine concettuale sui principali lemmi con cui pensiamo e pratichiamo la vita politica – quali Stato, diritti, globalizzazione o comunità. Sebbene Sciara metta in guardia dal rischio di un certo «cronocentrismo» (p. 8), cioè dall’illusione di star vivendo tempi decisivi forieri di trasformazioni epocali, l’ipotesi da verificare è se, sotto la parvenza di chiarezza prodotta dall’abitudine, il nostro quadro categoriale abbia subito delle modificazioni in seguito ad una crisi – quella innescata dalla pandemia da Covid-19 – che ha inciso profondamente sulle vite individuali, sulle vicende economiche e istituzionali e sull’aspetto dei rapporti sociali. È così che, nella forma di un dizionario appunto, si snodano i (brevi) contributi dei vari autori del volume, ognuno dedicato a un lemma politico: ne viene tracciata la storia, una contestualizzazione nel dibattito teorico e vengono quindi messe in luce le trasformazioni subite negli ultimissimi anni.

A delineare le linee problematiche, prima ancora di quelle interpretative, un’Introduzione di Pier Paolo Portinaro, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino. La prima lezione della pandemia riguarda la complessità di una società in cui la pluralità ed eterogeneità dei gruppi sociali pone sfide talvolta inestricabili per il potere politico chiamato a governare il molteplice. La pretesa di autonomia dei sottosistemi produce un conflitto – ad esempio quello incarnato dal sistema sanitario da una parte e dagli interessi economici dall’altra – che interroga la sostenibilità dell’attuale nostra forma politica democratica nei momenti di crisi. «Quali siano le conseguenze in termini di (de)legittimazione del potere dei parlamenti e dei governi (sul medio e lungo periodo) non è per ora possibile prevedere» (p. 17), scrive Portinaro. Ma forse ora se ne iniziano a ravvisare degli indizi.

Un altro nodo inaggirabile per una ricerca concettuale sulla società pandemica e post-pandemica è quello costituito dall’investimento del paradigma “biopolitico” per la comprensione della crisi. Per quanto rimanga innegabile la pertinenza delle tesi foucaultiane sui dispositivi politici di governo della vita, Portinaro contesta quelle teorie, prosperate nei mesi del lockdown, che nella modernità biopolitica vedono un processo teleologico che ha come termine una forma statuale totalitaria. Quale che sia la raffinatezza di diagnosi come quella agambeniana – la più celebre in tal senso –, per Portinaro ciò che viene trasmesso all’opinione pubblica attraverso la semplificazione dei media – il che pone la decisiva questione del rapporto tra la critica filosofica e il dibattito pubblico – è una diffusa statofobia che delegittima le istituzioni dello Stato di diritto. Meglio allora, tanto più in momenti di crisi e disorientamento, ricorrere ad un assennato «giudizio politico» (p. 19) per navigare tra gli Scilla e Cariddi di statofobia da una parte e ipernormativismo dall’altra e cercare un bilanciamento tra diritti e doveri, nella consapevolezza che «le sfide a cui andiamo incontro richiederanno riconfigurazioni e ridefinizioni dei nostri cataloghi dei diritti – lavorando di cesello e non di martello» (p. 20).

Quale politica dopo il virus? è un volume inevitabilmente plurale: visti gli oltre venti contributori non poteva essere altrimenti, e ciò giova alla ricchezza della proposta, anche se talvolta un certo senso di disorganicità nel quadro interpretativo può disorientare il lettore. Così già la prima voce – onore e onere dettato dall’ordine alfabetico –, dedicata alla Biopolitica e redata da Xavier Tabet (Université Paris 8 Vincennes – Saint-Denis), viene valorizzata un’interpretazione in chiave foucaultiana dell’evento pandemico. Qui la biopolitica non è tanto questione di coercizione da parte di un biopotere – rimane aperta la questione sulla possibilità di una biopolitica democratica e collettiva – quanto di un’epoca in cui l’idolatria della vita, la difesa della “nuda vita”, diventa l’unico valore stabile, termine ultimo del processo di secolarizzazione della salvezza innescato dalla morte di Dio. In tale società – la nostra – viene coltivato un “oblio della morte” per cui quella che Heidegger definisce come la possibilità più propria e autentica dell’esistenza viene “sterilizzata” e nascosta. Relegare la morte all’interno degli ospedali, come accaduto durante l’emergenza sanitaria, vuol dire, secondo Tabet, aggirare quel rituale del lutto che permette di dare un senso, anche per chi rimane in vita, alla morte.

Una ricognizione storica e teorica dell’impianto categoriale delle democrazie occidentali si trova invece nelle voci Democrazia ed Emergenza (stato di), a cura rispettivamente di Stefano De Luca (Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli) e Francesco Raschi (Università di Bologna). Se il primo autore sottolinea l’esigenza di porre rimedio, terminata l’emergenza sanitaria, alla torsione impressa nelle istituzioni – in un senso di rafforzamento dell’esecutivo, ad esempio – da un nuovo e singolare (s)bilanciamento del trade-off tra sicurezza e libertà, il secondo solleva il dubbio che lo “stato d’emergenza” si sia ribaltato, in forme silenziose e non clamorose, in uno «stato di eccezione debole», che «si dà quando un’emergenza diventa occasione per un mutamento non reversibile delle forme di vita associata» (pp. 106-107). Per evitare che l’allontanamento temporaneo dalle garanzie costituzionali lasci tracce permanenti viene convocato il potere critico e vigilante dell’opinione pubblica – anche se il contributo dedicato alla Libertà, di Giovanni Giorgini (Università di Bologna), denuncia un infiacchimento dell’attaccamento delle democrazie contemporanee all’autonomia individuale. Una sintesi si può trovare nell’appello, avanzato nella voce Diritti (dell’uomo) redatta da Antonio Maria La Porta (Centro Studi Piero Gobetti di Torino), ad una «nuova etica dei diritti abbinata ad un’etica della responsabilità solidale» (p. 83) che sfoci in una futura Seconda dichiarazione universale dei Diritti umani richiesta da più parti.

Molteplici sono poi i contributi dedicati all’analisi dei mutamenti della sfera pubblica, in un periodo in cui il distanziamento fisico è proceduto di pari passo con un estremo “avvicinamento” digitale: il lockdown ha comportato una massiccia alfabetizzazione tecnologica, resasi del resto inaggirabile per la prosecuzione di molte attività lavorative o educative. Ma la tecnologia non è un medium neutro, e così le conseguenze di questa disintermediazione rispetto alle forme tradizionali del confronto politico e sociale sono tutte da pesare. Mauro Simonazzi (Università di Milano) si chiede che cosa rimanga di “pubblico” in questa nuova sfera dell’opinione, formata, per mezzo degli algoritmi, da bolle isolate e autoreferenziali e in cui manca uno spazio comune di incontro. È una sfera pubblica all’“altezza” dello scenario dipinto da Maria Laura Lanzillo (Università di Bologna) per la voce Paura, quello cioè in cui “governo della paura” va preso sempre più nel senso soggettivo del genitivo: la più politica delle passioni, quella che per il padre del giusnaturalismo, Hobbes, giustificava la costruzione artificiale dello Stato moderno, piega ora il soggetto su se stesso. L’«ossessione patologica della sicurezza» (p. 210), quella che ha motivato i lati più estremi delle misure pandemiche ma che anima anche gli ormai costanti progetti di costruzione di muri più o meno simbolici, è il frutto sociale di un individuo egoistico, chiuso in se stesso e spiazzato davanti alla società globale.

In Quale politica dopo il virus? non mancano poi accenni all’altra grande crisi che, dopo la pandemia e quasi cancellandone il ricordo, ha occupato le prime pagine dei quotidiani e le attenzioni politiche di tutto il mondo, cioè l’invasione russa dell’Ucraina. Nell’articolo Guerra, Michele Chiaruzzi (Università di Bologna) sottolinea l’amara ironia storica per cui il lessico bellicistico utilizzato retoricamente nei mesi dell’emergenza sanitaria – anche col fine ideologico di compattare la società e nascondere le responsabilità politiche – si è drammaticamente incarnato a febbraio 2022. La guerra in Ucraina, che tanto ha interpellato l’opinione pubblica europea, ci richiama dunque anche ad un uso pesato delle parole.

E risiede, infine, proprio in questo il valore del volume curato da Giuseppe Sciara. Negli articoli che, attraverso un’analisi diacronica sviluppata da studiosi per buona parte afferenti al settore disciplinare della Storia delle dottrine politiche, problematizzano i nostri principali concetti politici non è da ritrovare solamente un contributo allo studio delle categorie che hanno animato il dibattito pubblico e intellettuale degli ultimi anni. Ma, dal momento che la frammentazione che caratterizza questo dibattito – e che ha come effetti l’autoreferenzialità intellettuale e la polarizzazione politica – sembra causata innanzitutto dalla mancanza di un linguaggio comune o di un’adeguata opera di traduzione tra visioni politiche e bubbles differenti, il volume si pone anche come apporto ad un’opera massimamente urgente di chiarificazione terminologica e concettuale. Dietro alle parole vivono i concetti e su di esse si plasmano istituzioni e processi sociali: solo ritrovandone la misura, al di là di mistificazioni ideologiche o strattonamenti metaforici, è possibile fare i conti con il significato politico che la pandemia ha rivestito per la nostra società.

Scritto da
Giulio Pignatti

Dottorando di ricerca in Filosofia politica all’Università di Padova, dove si è laureato dopo un periodo di ricerca all’EHESS di Parigi. Collabora con una testata giornalistica locale ed è stato alunno del corso 2023 della Scuola di Politiche.

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