Quello che ci serve è una risposta politica

Le ultime elezioni europee hanno consegnato alle forze politiche tradizionali un numero di seggi notevolmente inferiore rispetto alle precedenti, con una significativa avanzata delle forze populiste. Se il pensiero della sinistra è ancora in grado di insegnarci qualcosa, non possiamo sorprenderci che da una profonda crisi economica emergano forze e pulsioni volte a un radicale cambiamento. Non è inoltre un caso che forze populiste di vario tipo si stiano radicando in quei paesi caratterizzati da elevata disoccupazione. Quasi fosse una legge matematica si può notare che a tassi di disoccupazione in doppia cifra corrisponde l’affermazione di partiti radicali e antisistema. Dietro ai successi elettorali della Le Pen, di Tsipras, di Alba Dorata, di Grillo, della sinistra radicale portoghese, dei movimenti autonomisti spagnoli si cela infatti il malcontento di chi vorrebbe partecipare attivamente alla vita sociale e vede respinta la propria aspirazione. Ciononostante, nessuna delle liste anti sistema possiede un programma adeguato alla sfida che l’Europa è chiamata ad affrontare. Potremmo dire che la crociata più o meno esplicita di questi movimenti contro la moneta unica sia la risposta sbagliata al problema ineludibile della riforma della governance economica europea.

A forza di invocare tecnici e scienziati si è prodotta nell’opinione pubblica l’idea che l’economia sia una scienza forte come la fisica, oltre alla convinzione che la politica intersechi la disciplina economica solamente al momento della redistribuzione e del reperimento di risorse. Il portato di tale credenza è l’emersione di prese di posizione perentorie come “fuori dall’euro” o, all’opposto, “se non fossimo nell’euro oggi saremmo un paese del terzo mondo”. La convinzione che esista un unico modo di funzionamento di un’area valutaria riduce inevitabilmente lo spettro delle scelte possibili all’accettazione o al rifiuto di tale moneta. Altrettanto di vulgata è l’opinione, alquanto diffusa tra gli intellettuali, che la complessità dei problemi economici non possa essere colta dai non tecnici dai quali, si sa, non ci si può aspettare consapevolezza nelle decisioni. Indubbiamente ci sono questioni che solo gli esperti possono comprendere, tuttavia non si può negare che i problemi dell’Euro siano principalmente politici. L’essenza politica degli assunti della scienza economica ci deve pertanto spingere ad analizzare le fondamenta dell’architettura economica europea e a valutare le possibilità di una sua riforma. A tal fine si può notare come l’impianto della moneta unica sia stato modellato attorno ad alcuni pilastri identificabili in una possibile configurazione del trilemma di Mundell, nell’assenza di solidarietà fiscale, in una banca centrale atipica.

Il trilemma di Mundell è quella legge economica che afferma che uno Stato può scegliere solo due della terna cambi fissi-politica monetaria autonoma-libertà di movimenti di capitali. I padri dell’Euro hanno deciso di rispettare il trilemma concependo un’area monetaria a cambi fissi (è così che si può vedere la moneta unica) nella quale i capitali potessero muoversi liberamente. Il binomio cambi fissi-libertà di movimento dei capitali svuotò i governi di ogni possibilità di decisione sulla politica monetaria. A grandi linee tale impostazione ricalca le istituzioni economiche che avevano retto il mondo il occidentale tra il 1870 e 1914 in quel sistema che prendeva il nome di gold standard. Come Marcello de Cecco ha ben descritto in Moneta e Impero, tale meccanismo istituzionale implicava l’assorbimento degli shock economici attraverso deflazioni salariali rese possibili dall’estrema flessibilità del mercato del lavoro. Le pressioni intrinseche alla dinamica capitalistica, non potendo scaricarsi ne sui tassi cambi ne sul capitale finanziario, non trovavano perciò altra strada che colpire il lavoro. Barry Eichengreen ha spesso sottolineato come il meccanismo di aggiustamento del gold standard presupponesse che i lavoratori non prendessero parte alle votazioni. Non è difficile immaginare come il suffragio universale avrebbe aperto le porte delle istituzioni a movimenti e partiti il cui fine sarebbe stato la riforma radicale di quella configurazione istituzionale. Non è inoltre un caso che l’introduzione del suffragio universale coincise con l’istituzione di un sistema finanziario internazionale caratterizzato da cambi fissi e forti controlli sui movimenti di capitale. Seguendo il trilemma si può capire come le economie occidentali poterono riassorbire gli shock per mezzo della politica monetaria e della politica fiscale nei decenni che passarono alla storia come gloriosi. L’impianto economico del dopoguerra cominciò però a sgretolarsi alla metà degli anni sessanta e andò definitivamente in frantumi dopo la caduta del muro di Berlino. Spinti dallo Spirito del tempo e dalla credenza che un crisi sistemica non si sarebbe mai potuta verificare, gli ideologi di Maastricht concepirono l’unione monetaria secondo i principi del gold standard. La rigidità del mercato del lavoro, imputabile principalmente ai generosi sistemi di welfare europei, ha impedito la dinamica di riequilibrio endogeno che l’impianto di Maastricht avrebbe auspicato. Le forze conservatrici vedono perciò nell’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro la rimozione dell’ostacolo che separa la nostra economia dalla ripresa, all’opposto le forze riformiste e di sinistra dovrebbero pensare ad un’azione politica volta a ridefinire i pesi del terzetto cambi fissi-libertà di movimento dei capitali-flessibilità del lavoro. Tale obiettivo potrebbe essere raggiunto per mezzo di una tassa sulle transazioni finanziarie e attraverso limitazioni implicite ai movimenti di capitali. Limitando la velocità di movimento del capitale finanziario si attenuerebbe infatti la necessità della flessibilità del mercato del lavoro al meccanismo di riequilibrio e si ridistribuirebbero più equamente gli oneri della crisi tra capitale e lavoro.

Il secondo pilastro su cui è stata costituita l’unione monetaria è l’assenza di una politica fiscale comunitaria. La politica fiscale è quel meccanismo che permette di trasferire risorse dalle aree più ricche a quelle più povere al fine di garantire servizi e standard di vita uniformi tra le varie componenti di un’area valutaria. Storicamente la politica fiscale è stata utilizzata anche per l’implementazione di politiche anticicliche, ovvero utilizzando spesa e investimenti pubblici investimenti come motori della ripresa in momenti di crisi. A Maastricht si decise che l’eurozona non avrebbe dovuto avere una fiscalità centralizzata sulla base della convinzione che il libero mercato, grazie alla libertà di movimento dei capitali, avrebbe trasferito risorse ai paesi che ne avrebbero avuto bisogno. In tale contesto, l’unico compito dei governi avrebbe dovuto essere quello di vincolarsi a parametri di finanza pubblica al fine di garantire l’affidabilità del proprio sistema paese. Allo scoppio della crisi tale impostazione ha avuto conseguenze devastanti per le economie dei paesi più in difficoltà. Da un lato, l’assenza trasferimenti fiscali dal centro e l’impossibilità dei governi ad attivare i tradizionali canali di spesa pubblica hanno impedito qualsiasi tipo di politica anticiclica, dall’altro, la fuga dei capitali dall’economie meridionali ha necessitato interventi straordinari della BCE al fine di evitare il collasso dell’intero sistema finanziario. Se la responsabilità politica degli ideologi di Maastricht è quella di non avere pensato che l’eurozona avrebbe potuto essere colpita da una depressione di grandi proporzioni, quella dei dirigenti attuali, anch’essi conservatori, è di non avere previsto gli effetti che le politiche di austerity avrebbe potuto avere su un’area economica caratterizzata da una forte grado domanda interna. La storia economica avrebbe dovuto segnalare che nessuna economia in stagnazione e in regime di cambi fissi sia mai stata in grado di ridurre il proprio indebitamento a colpi di avanzi primari. Oggi possiamo dire che l’Europa non è diventato il primo. Dati gli effetti devastanti che tale politica ha prodotto sulle economie dei paesi dell’Europa meridionale, la richiesta di allentamento dei vincoli di bilancio è diventata uno dei perni di tutti i movimenti di sinistra e delle forze populiste. Negli ultimi anni le forze progressiste hanno però fallito nel costruire una piattaforma unitaria per contrastare l’austerity, tale incapacità politica ha permesso alle forze antisistema di presentarsi come l’unica opposizione possibile al paradigma dominante. Come in altri momenti le divisioni e gli interessi nazionali hanno prevalso sulla possibilità di costruire una piattaforma di sinistra in grado di opporsi all’impianto dei conservatori. Ciononostante le forze progressiste sono l’unico blocco parlamentare in grado di contare su una piattaforma politica transnazionale e sui numeri necessari per passare dalla protesta a un’effettiva modifica dei vincoli fiscali oggi in vigore.

Il terzo pilastro di Maastricht prevedeva una banca centrale indipendente con l’unico obbiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi. Tale istituto doveva essere indipendente dai governi a tal punto da non potere nemmeno acquistare i titoli di stato dei paesi appartenenti all’unione monetaria. L’unicità istituzionale della BCE non ha creato problemi fino all’insorgere della crisi, da quel momento in avanti, al fine di evitare l’implosione del sistema finanziario europeo, l’istituto di Francoforte si è trovata di fatto a derogare al proprio statuto. Trilemma alla mano possiamo capire come gli interventi straordinari di Draghi (OMT, LTRO etc.) abbiano svolto il ruolo di tampone alla limitata deflazione salariale evitando la deflagrazione dell’eurozona. L’accentuarsi della depressione causata dalle politiche di austerity ha comportato ingenti fughe di capitali privati dai paesi meridionali compensate esclusivamente dall’iniezione di capitali pubblici nei sistemi bancari. In assenza dell’intervento della BCE si sarebbe perciò verificata una crisi bancaria di vaste proporzioni nei Paesi meridionale e, di rimando, anche nei Paesi dell’Europa settentrionale. I difensori dell’euro hanno perfettamente ragione ad elogiare l’operato del presidente Draghi, non si può però non notare come le politiche intraprese dalla BCE siano in contrasto con le indicazioni di sapore monetarista previste dal statuto dell’istituto di Francoforte. A livello statutario sarebbero pertanto necessari degli interventi di riforma al fine di allineare lo Statuto alle operazioni intraprese ogni giorno dalla BCE .

In sintesi possiamo dire che non si tratta di prendere o lasciare l’Euro sottoponendolo a qualche stupido referendum. La sfida che ci troviamo di fronte ci chiede di riformare i pilastri della moneta unica al fine di raggiungere la piena occupazione in tutti i paesi dell’eurozona. Al momento il blocco progressista e quello della sinistra sono gli unici in grado di fronteggiare tale compito. La mancata intesa tra tali forze politiche, cristallizzando le disuguaglianze e i livelli di disoccupazione prodotti dall’impianto dell’austerity, spianerebbe definitivamente la strada all’ascesa di forze disgreganti di destra. La riforma della governance europea deve pertanto diventare l’orizzonte sul quale chiunque abbia a cuore le conquiste della civiltà della civiltà del lavoro debba progettare la propria battaglia politica.

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Nato nel 1987 a Rimini. Laureato in discipline economiche all'Università Bocconi. Attualmente dottorando in Economia e Management all'università di Trento.

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